Per mesi la pandemia ha privato le nonne dei nipotini e le madri dell’aiuto delle nonne. Perché non va dimenticato che i nonni sono anche ammortizzatori sociali, tappano con entusiasmo i buchi del welfare, sostituiscono gli asili nido assenti, mettono le figlie in condizione di continuare a lavorare anche se il bambino ha la varicella. Le nonne, per dirla con Quentin Tarantino, sono “problem solver”, risolvono problemi.

Il coronavirus all’improvviso le ha trasformate in soggetti fragili. Età a rischio. Persone da non abbracciare (ma si può non abbracciare un nipotino?). Adesso però che l’emergenza sembra rientrata e le famiglie si sono ritrovate, ecco che è arrivato il bonus nonni.

Ma che cosa vuol dire? Che verremo pagati per il nostro sviscerato amore? Che chi non si fida della baby sitter può sostituire un «Grazie mamma» con 8 euro? Che viene riconosciuto il valore sociale di una dedizione senza giudizio, che non conosce calcolo e unisce in un gesto solo due passioni, quella per tua figlia e quella per tua nipote?

Una felicità appassionata e complessa

Quando lessi L’ospite, il romanzo che Lalla Romano, una delle grandi scrittrici del secolo scorso, ha dedicato al suo nipotino, avevo 22 anni. Mi colpì questa frase, a proposito del diventare nonni: «Una felicità molto più grave appassionata e complessa di quella che mi ero immaginata».

Non ci potevo credere. Come molte ragazze dell’epoca ero cresciuta disprezzando le donne tradizionali, quelle che esistevano soltanto in quanto oggetti del desiderio maschile prima, quindi in quanto mogli, poi in quanto madri e poi niente. Quando i figli erano cresciuti scomparivano, fino a quando i figli figliavano a loro volta, e allora potevano aggrapparsi al ruolo di nonna e tornare a galla. Le donne vestivano il saio della nonnità come ultimo costume di scena. Spesso andavano a vivere a casa di uno dei figli e crescevano i suoi cuccioli.

Quando i cuccioli diventavano adolescenti tornavano a essere un ingombro, potevi anche amarle ma non avevano valore sociale e quindi finivi per scansarle. Io non ci potevo credere che una scrittrice, figura che rivestiva ai miei occhi un fascino indiscusso, parlasse di felicità a proposito di quel ruolo così umile. Una che serve ma non conta, una tappabuchi, una sostituta, titolare di niente, ma obbligata alla generosità.

Le nonne non avevano ambizioni. Amavano e basta. Amavano gli altri perché non erano più in grado, se mai lo erano state, di amare se stesse. Io strillavo: «Le donne devono smetterla di definirsi in funzione del loro posto in seno alla famiglia!». Eravamo furiose, noi, a vent’anni. E abbiamo incominciato una rivoluzione. La rivoluzione non è ancora andata a buon fine, ma le donne non sono più quelle di una volta. E di conseguenza neanche le nonne.

Le nonne di oggi hanno vite piene

Spesso lavorano e, arrivate al terzo tempo della vita, hanno ancora davanti un bel po’ di anni da vivere. Spesso hanno interessi che sono quelli di sempre: leggono, studiano, fanno volontariato, frequentano università, teatri, concerti. Sono gli uomini che si fanno beccare impreparati dall’età della pensione. Le donne no. Le donne pretendono una vita che duri tutta la vita e continuano a essere quello che sono. Anche se non sono più giovani.

Purtroppo, quando vuoi dedicare tempo ai tuoi nipotini, oggi, devi giostrarti fra mille impegni, e ogni tanto anche togliere tempo a qualche tardiva storia d’amore. Le nuore se ne accorgono e solidarizzano? Nella migliore delle ipotesi, sì. E dire che, oggi, i nipotini arrivano tardi. Mia madre è diventata nonna a 55 anni, sua madre era diventata nonna a 38, io sono diventata nonna a 65. Oggi i figli figliano poco e figliano tardi. Quindi hanno nonne giovanili, ma non giovani, e nemmeno di mezz’età.

Altra caratteristica comune delle nonne d’oggi: siamo nonne internazionali, spesso intercontinentali. Non viviamo certo a casa dei figli, ma spesso li raggiungiamo attraversando il globo. La mia nipotina vive in Texas, 16 ore di viaggio con uno scalo. E la pandemia mi ha impedito di godermi il turno estivo. Conosco nonne coi nipotini a Dubai, in Australia, in Brasile. Colpa dello stallo della meritocrazia nel nostro Paese? Molti dei figli migliori emigrano. E le nonne fanno le valigie.

Resta il fatto che diventare nonne è un’avventura meravigliosa

Ho scoperto, osservando la mia autentica passione per Mara, che il fascino esercitato da una creatura che inizia a vivere, cresce in proporzione alla distanza che ti separa da quel momento: più sei vecchia più ti incanta la prima infanzia, quando ogni giorno cambi, cresci, conquisti una posizione. Ti espandi. Sì, siamo nonne diverse: meno sicure di sapere come si fa, meno prodighe di consigli, più discrete e curiose, meno intrusive. Abbiamo capito che non abbiamo responsabilità pedagogiche, non dobbiamo insegnare niente, non tocca a noi e ci godiamo la libertà di amare senza obblighi, applaudiamo ogni conquista, appuntiamo medaglie. Certe che, se ai figli ti tocca insegnare, dai figli dei figli si può imparare. E si impara.

L’AUTRICE

Lidia Ravera
Lidia Ravera

A scrivere questo pezzo per noi è Lidia Ravera, una delle più importanti autrici italiane, che ha appena pubblicato il libro Tempo con bambina (Bompiani). Una storia autobiografica, un vero e proprio inno alla nuova “nonnità”, in cui racconta il suo amore per la nipote “Mara piccola”, la figlia di Maddalena, a sua volta figlia di “Mara grande”, la sorella scomparsa di Lidia Ravera.