Il carico mentale delle donne a fumetti

Ingegnere per professione, disegnatrice per necessità. In Francia Emma ha venduto 100.000 copie con le strisce che oggi arrivano in Italia. E in cui, c’è da scommetterci, tutte noi finiremo per riconoscerci

Aprile 2016. Una 35enne francese, ingegnere informatics, stufa di spiegare ai colleghi maschi che se fanno carriera è grazie alle mogli che, pur lavorando, gestiscono l’intera organizzazione domestica, decide di farlo con i disegnini. Le sue vignette ritraggono scene familiari. Nel giro di 6 mesi, sono un fenomeno virale. Le vignette diventano libri, 100.000 copie vendute. I libri si trasformano in conferenze. La Francia ha aperto gli occhi. Si è accorta che quella cosa per cui le donne ricordano tutto, da dove sono i calzini alle attività pomeridiane dei figli, non significa essere le boss, le capofamiglia, ma portare un carico mentale ingrato, che impedisce loro di dare il massimo sul lavoro, ma anche di godersi il meglio della famiglia.
Una psichiatra parigina, Aurélia Schneider, dice: «Sono 20 anni che curo le donne dal carico mentale, ma prima dei fumetti di Emma non lo sapevo».

Emma, ingegnere per professione, disegnatrice per necessità

Emma, ingegnere per professione, disegnatrice per necessità

Oggi che il ciclone Emma arriva in Italia, con il libro Bastava chiedere! 10 storie di femminismo quotidiano (edito da Laterza), noi siamo andati in Francia per conoscerla. Pochi chilometri a sud di Parigi, in un Comune di 50.000 abitanti, dentro un condominio scrostato dal tempo, vive Emma, con suo marito e suo figlio di 8 anni.

Intervista a Emma

Emma, tu hai aperto gli occhi alla Francia: chi li ha aperti a te? «Il femminismo. Lavoravo in una grande azienda e pensavo: sono un cattivo ingegnere. Le persone non mi ascoltavano, mi toglievano la parola, non uscivo mai da una riunione con tutti d’accordo su qualcosa. Poi alcuni amici mi hanno regalato dei libri. Leggendoli, ho scoperto che a farmi fallire erano meccanismi di patriarcato che gli uomini mettono in atto senza saperlo per conservare il proprio ruolo. Il femminismo mi ha fatto capire che non era colpa mia».

Nel frattempo, a casa cosa succedeva? «Mio figlio aveva 1 anno. Prima che nascesse, potevo lasciare andare le cose, se i vestiti non erano stirati per 3 settimane, pazienza! Con un bambino no, non potevo dire: mi metto in sciopero. Un giorno ho letto un articolo intitolato Ragazze, attenzione al vostro carico mentale, e... ».

E allora ti sei messa a disegnare. «Sì, non lo avevo mai fatto prima. E smetterò di farlo quando non avrò più nulla da dire. Le vignette per me sono uno strumento politico».

Come ti sei spiegata il successo? «Disegno storie in cui è facile identificarsi. Siamo in una società dell’io, se qualcosa parla di me la condivido. Altrimenti no. Le mie strisce sull’ecologia, per esempio, hanno avuto meno successo: questo mi inquieta parecchio».

Tra i temi effetto-rivelazione c’è il “gaslighting”: cos’è? «È quando, di fronte a una violenza commessa su qualcuno, si rimprovera la vittima per la sua reazione. Per esempio: io ti pesto il piede. Tu dici: ahi! E io: ma cosa ti innervosisci, stai calma. Le donne lo subiscono continuamente. Non si è abituati alle ragazze che si difendono».

Il tuo personaggio si chiama Emma, è mora e fa l’ingegnere. Ti hanno riconosciuta subito, immagino. «Sì, i colleghi hanno intercettato i disegni in Rete e finalmente hanno capito ciò che si rifiutavano di ascoltare a parole».

E tuo marito come ha reagito? «Lui è ingegnere e femminista come me, sulla teoria eravamo d’accordo. Quando ho iniziato a disegnare, mi ha sostenuto e dato consigli. Poi nella pratica le cose vanno diversamente. Se si è sempre sotto pressione, rientrano in gioco degli automatismi. Anche alle coppie più emancipate succede che lui non vede le cose da fare e lei gli dice: lascia, faccio io».


Da quando il fenomeno Emma è esploso, sarai divenuta la confidente di mezza Francia... «Sì, ci sono tante donne che mi scrivono per chiedere soluzioni individuali. Ma io dico loro che non posso rispondere, sia perché non sono una psicologa, sia perché non voglio alimentare l’idea che il problema siano loro e che la soluzione sia nel loro funzionamento di coppia».

Se il problema non è nella coppia, dov’è? «Nelle condizioni economiche. Se gli uomini trattano male le donne nelle aziende è perché loro stessi subiscono una concorrenza permanente. Se gli uomini si affidano alle donne per l’organizzazione domestica è perché siamo in una società in cui il lavoro salariato è la migliore possibilità di farcela, di scappare dalla precarietà. Alle donne che mi chiedono soluzioni di coppia io rispondo: esci di casa, impegnati, incontra altre donne, dobbiamo fare la rivoluzione sociale».

Sei figlia di una femminista? «Mia madre era femminista nei fatti senza averlo mai teorizzato. Mi ha cresciuta come se non fossi una bambina. Mi sono resa conto di essere una femmina solo quando a 8 anni mi hanno detto: ma tu non hai gonne? Con la pressione sociale mi sono femminilizzata e ho lasciato crescere i capelli».

Che madre sei con tuo figlio? «Se vivi in una società dove essere maschio aiuta, dire a tuo figlio “Sii meno dominante” equivale a dirgli “Sei nato con dei privilegi, adesso perdili”. Io lo faccio ma so che per lui sarà più dura che per tutti gli altri ragazzi educati tradizionalmente. In più, se il contesto non cambia, non servirà a nulla. Il fatto di essere stata cresciuta diversamente non mi ha evitato di divenire vittima del patriarcato».

Sì, ma ha fatto sì che tu aprissi gli occhi a milioni di donne.
(Sorride, finalmente).

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Bastava chiedere! 10 storie di femminismo quotidiano (Editori Laterza, 18 euro), con la prefazione di Michela Murgia.

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