Giovane incendio

Come salvare i giovanissimi dal crimine

Rubano, spacciano, a volte uccidono. Sono oltre 15.000 nel nostro Paese i minorenni che hanno commesso un reato. Per impedire che tornino a delinquere non serve il carcere. Ma percorsi educativi che coinvolgano le famiglie

Sono le 4 del mattino. Due ragazzi di 17 e 18 anni affiancano 3 automobilisti. Vogliono rapinarli e portar via soldi e cellulare. Per minacciarli Luigi Caiafa, così si chiama il 17enne, tira fuori una pistola finta. In quello stesso istante si trova a passare una volante della Polizia. Interviene immediatamente. Fa fuoco. La rapina viene sventata, ma nello scontro armato il 17enne resta ucciso. Quanto accaduto lo scorso 4 ottobre a Napoli non è un caso isolato.

Quella di Luigi è la storia di tanti. Il fenomeno della “devianza minorile” è più diffuso di quanto si pensi. «Sono tante le informazioni errate riguardo questa problematica» riflette Simona Rotondi, responsabile dei progetti di “Con i bambini”, impresa sociale che gestisce l’intero fondo istituzionale per il contrasto della povertà educativa minorile. «Si pensa siano pochi i minori in questa situazione, che siano per la maggior parte stranieri e che il problema tocchi solo fasce povere della popolazione. Ma non è così». Sono i numeri a dirlo.

Secondo l’ultimo aggiornamento del ministero della Giustizia, a settembre 2020 i minori in carico agli Uffici di servizio sociale per aver commesso un reato sono 15.359 (a febbraio erano 13.384). Di questi gli italiani sono 11.772, gli stranieri 3.587. Il 90% sono maschi (13.779). Inquietante il dato riferito ai reati commessi: 45.747. In media 3 per minore. A spiccare sono i reati contro il patrimonio, cioè furti e rapine (20.563); poi ci sono quelli contro la persona, tra risse, omicidi e lesioni (11.744); infine lo spaccio di stupefacenti (4.894).

Gli strumenti per evitare la detenzione dei minori

Non per tutte le tipologie di reato, però, il trattamento è lo stesso. Come precisa il Garante per l’Infanzia Filomena Albano, «in Italia il sistema della giustizia minorile rappresenta ancora un’eccellenza perché basato sui principi della rapida uscita dal circuito penale, della continuità o dell’attivazione di percorsi educativi e della detenzione come misura residuale».

Pistola

Conferma Erminia Donnarumma, uno tra i legali più preparati in fatto di giustizia minorile: «Prima di un’eventuale condanna si cerca sempre di ricorrere alla cosiddetta “messa alla prova”. Indipendentemente dalla gravità del reato, lo Stato rinuncia alla pretesa punitiva e si permette al minore di riparare al danno fatto e di dedicarsi ad attività sociali e formative».

Oggi in stato di messa alla prova ci sono 2.025 minori. Diverso è se, invece, si arriva a una condanna: «Se la pena è inferiore ai 3 anni, il ragazzo è affidato ai servizi sociali per un percorso rieducativo o in comunità o in casa-famiglia; si ricorre, invece, agli istituti penali se la pena è superiore ai 3 anni o se si fallisce il percorso rieducativo». A oggi sono solo 297 i minori in istituti penali.

Minori violenti: il peso del contesto sociale

Tutti i progetti portati avanti cercano di evitare il carcere, incidendo sulla sfera sociale. «La vera risposta che i ragazzi chiedono inconsciamente è di tipo educativo e relazionale: l’azione deviante comunica un disagio. Più che punire, occorre che gli adulti tornino ad essere punti di riferimento significativi e credibili» spiega ancora Filomena Albano.

Ne è convinto anche Giuseppe Di Rienzo, pedagogista e coordinatore delle attività della fondazione “L’albero della vita”: «In molti contesti si è abbassato il livello di percezione dell’illecito, per questo bisogna lavorare su progetti di integrazione. Se non si aiuta la famiglia, il minore tornerà sempre in un luogo che non ha affrontato il suo stesso percorso. Così i ragazzi riprenderanno a delinquere per avere un ruolo sociale nell’ambiente in cui vivono».

Proprio sull’educazione e l’integrazione lavorano Giuseppe e i suoi colleghi con il progetto “Vivi ciò che sei”, portato avanti nel quartiere Barona di Milano con un centro diurno aperto a ragazzi emarginati. E quando si incide sul sociale i risultati positivi arrivano, come nel caso di Luca: ha 16 anni quando, insieme ad alcuni amici, decide di scassinare un car sharing. «Fu beccato in flagrante dalla polizia mentre gli altri compagni fuggivano» racconta oggi Giuseppe. Luca viene mandato in un centro per anziani. «Qui ha trovato quella figura di riferimento adulta e responsabile che gli è mancata in famiglia». E oggi è un “peer education” della fondazione, cioè un testimone del percorso formativo per i baby-criminali.

Il ruolo dei genitori

Non mancano, però, i recidivi. Come nel caso di Claudio, anche lui coinvolto in un progetto formativo dell’Albero della vita dopo essere stato condannato per uno scippo. «Nonostante il lavoro che stavamo facendo su di lui» spiega Giuseppe «quando abbiamo provato a incontrare la famiglia, ci siamo resi conto che il reato era quasi lodato, come fosse segno del passaggio all’età adulta. Dopo poche settimane Claudio ha smesso di venire al centro». Non c’è dubbio, dunque, che bisogna insistere sul lavoro sociale. A cominciare dalla messa alla prova.

Uno studio dello scorso anno del ministero della Giustizia ha dimostrato che il tasso di recidiva senza messa alla prova e reinserimento sociale è del 31% dopo massimo 72 mesi; con la messa alla prova si scende al 20%. Né è un caso che nel 2018 (ultimo dato a disposizione) oltre l’80% della messa alla prova ha avuto esito positivo. E c’è un aspetto importante anche in termini economici. «I dati dimostrano che il costo medio di un ragazzo affidato ai servizi sociali è di circa 220 euro al giorno» spiega ancora Simona Rotondi. «Un ragazzo chiuso negli istituti penali invece costa 290 euro». Con l’aggravante che, in quest’ultimo caso, la recidiva è sempre dietro l’angolo.

Minori violenti: il quadro del fenomeno

Dei minori che sono oggi seguiti dai servizi sociali, 3.986 avevano 17 anni alla prima presa in carico, 3.643 16 anni, 2.592 15 anni, 1.051 14 anni, 112 meno di 14 anni. La maggior parte risiede a Roma (1.543), seguono Bologna (1.397) e Palermo (1.098). I maggiori reati contestati sono furto (10.222), lesioni (5.209), spaccio (4.894), rapina (4.522), resistenza a pubblico ufficiale (2.451). Gli omicidi sono 78, i tentati omicidi 182.

Foto di Claudio Menna

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