Laura Massaro oggi sta facendo una protesta silenziosa: il suo profilo Facebook è spento. L'ultima
Laura Massaro oggi sta facendo una protesta silenziosa: il suo profilo Facebook è spento. L'ultima volta che è uscita allo scoperto era in sciopero della fame contro il decreto del Tribunale dei minori che dispone il collocamento forzato del figlio in casa famiglia

Laura Massaro e le mamme vittime della giustizia

Il caso di Laura Massaro è diventato emblematico di una grave distorsione del sistema giudiziario: il procedimento di separazione dal marito, denunciato per molestie contro il figlio, dura da 8 anni tra querele e perizie. Il suo caso è simile a molti altri perché troppo spesso quando padri violenti vengono denunciati, donne e bambini non sono creduti

Il caso di Laura Massaro e di suo figlio che oggi ha 11 anni è diventato il simbolo di un grave fenomeno che sta man mano venendo a galla: l’allontanamento dei bambini dalle mamme in molti casi di separazione dove vi sia una denuncia di violenza sui bambini esercitata dal padre. Situazioni paradossali di cui si ha notizia da circa 15 anni, ma che solo di recente stanno venendo alla luce e che rivelano pesanti distorsioni del nostro sistema giudiziario. Stime precise ancora non esistono. La Commissione bicamerale sui femminicidi che - sollecitata - sta indagando per la prima volta sul fenomeno, sta elaborando in questi giorni i primi dati. 

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La durata illecita dei processi

Il nome di Laura e il suo volto incorniciato dai riccioli, dove il sorriso non è neanche più di passaggio, circolano da tempo sui social. Il suo caso viene denunciato pubblicamente dall’avvocato che la segue da tanti anni, Lorenzo Stipa: «Insieme a suo figlio, Laura vive nel terrore da otto anni. Il procedimento nei suoi confronti ha infatti superato i sei anni previsti dalla legge sul giusto processo ed è tutto scandito da intimidazioni e minacce». Una vita, la loro, spesa tra procedimenti e decreti emessi dal tribunale dei minori contro la volontà dello stesso bambino che - per i giudici - deve esser allontanato dalla madre per essere “riallineato” al padre. Il padre è stato denunciato da Laura per molestie, una denuncia supportata dalle registrazioni del piccolo. «Esistono audio inequivocabili, che io stesso ho sentito - racconta l’avvocato - ma che sono stati archiviati senza alcun incidente probatorio, senza sentire cioè né la mamma né il bambino. Se queste condotte fossero state approfondite, oggi sarebbe stato tutto risolto. Nessuno dei giudici togati ha avuto il sentire umano e il buon senso di guardare negli occhi questo bambino verso cui hanno adottato una misura cosi grave».

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Le CTU decidono il destino dei bambini

Accade troppo spesso che nei casi di separazione con denuncia di violenza da parte della madre, i bambini non vengano ascoltati e le prove ignorate, con giudici che abdicano al loro ruolo di indagine e affidano gli accertamenti alle cosiddette CTU, le Consulenze Tecniche d’Ufficio, i cui costi - esosi - quando sostenuti dalle madri, ne fiaccano la capacità economica). Si tratta di consulenze affidate a periti spesso di dubbia formazione e in certi casi conniventi con il sistema delle case famiglia, il cui giro d’affari è spaventoso. Nel caso Massaro di CTU ce ne sono state tre in cui Laura è stata dichiarata “alienante” secondo la teoria della cosiddetta alienazione parentale, priva di costrutti scientifici, considerata “nazista” dalla Cassazione e - unico Paese al mondo - ancora insegnata nelle scuole e nelle università italiane. «La prima è del 2013, la seconda del 2018 e l’ ultima del 2021» spiega l’avvocato Stipa. «La CTU del 2018 è stata denunciata da Laura Massaro per falso ideologico di pubblico ufficiale in atto pubblico e, nonostante questo, tutto il procedimento è rimasto in piedi. La signora Massaro ha lanciato una denuncia pubblica e ha rotto il silenzio e questo le è stato sempre rinfacciato. Nonostante la Corte d’Appello di Roma, a gennaio 2020, avesse bloccato ogni prelievo del bambino, si è arrivati all’ultimo decreto di allontanamento dalla mamma del Tribunale per i minorenni. Il nostro reclamo di 150 pagine - ha concluso- è stato respinto in 4 giorni senza un’udienza. Mamma e bambino sono in pericolo».

Alle madri viene tolta la potestà genitoriale, molto raramente ai padri

Il giudice insomma ha disposto il prelievo forzato del bambino e la sua collocazione in casa famiglia per essere riavvicinato al padre. Ma, cosa ancora più grave, ha dichiarato decaduta la potestà genitoriale della madre: una stimmate che in rarissimi casi viene attribuita a un genitore, come commenta l’avvocata di Differenza Donna Ilaria Boiano. «La decadenza della responsabilità genitoriale provoca una criminalizzazione sociale. Ricordo, e lo vediamo nei centri antivolenza, che la decadenza paterna giunge, se giunge, dopo tre gradi di giudizio per reati di violenza sessuale, abusi e maltrattamenti». 

I pregiudizi contro le donne

Tutto ciò è possibile perché sulle donne in tribunale pendono gravi pregiudizi e discriminazioni. Dalla senatrice Valeria Valente, presidente della Commissione femminicidio che sta conducendo l’indagine, arriva una denuncia fortissima, e non è la prima volta: «Dopo una denuncia di violenza, le donne sono messe sotto attacco. Non solo non si segue un protocollo in modo adeguato ma vengono messe sotto torchio dalle istituzioni. Non crediamo che ci sia mala fede ma tutto ciò poggia su un terreno dove si gioca una partita culturale legata alla mancata formazione degli operatori e a stereotipi e pregiudizi che si consumano sulla pelle delle donne. Dobbiamo fare in modo che le donne siano credute e sostenute. Le leggi esistono ma non sono applicate. La convenzione di Istanbul per esempio stabilisce che, nei casi di violenza, il bambino deve essere allontanato dal padre. Non deve cioè esistere discrezionalità da parte dei giudici. Noi invece ci troviamo di fronte a donne, come Laura Massaro, di cui viene messa in discussione la responsabilità genitoriale solo perché il figlio rifiuta il padre». Automatismi che dovrebbero decadere nello stesso momento in cui in ballo c’è l’interesse del minore. Bisogna cioè ponderare quando il bambino rifiuta un genitore e l’altro è il suo punto di riferimento affettivo. «Troppo spesso invece - prosegue la senatrice - il minore viene sistemato in casa famiglia e reciso nel suo rapporto con la madre. Eppure la Cassazione ribadisce che si deve mettere sempre al centro il minore valutando cosa provoca in lui maggior danno». Occorre chiedersi, cioè, se inseguendo la bigenitorialità a tutti costi non si crei una danno maggiore al bambino, come dice la senatrice: «Nei casi di violenza, se il bambino vuole stare con la madre, non va valutata la sua capacità genitoriale. In ossequio alla bigenitorialità, si compiono atti scellerati».

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