Andare in bici non basta

Abbiamo pensato che l'effetto positivo del lockdown fosse il miglioramento delle condizioni ambientali. Non è così. Per cambiare davvero ci vogliono decisioni politiche e un radicale cambio dei comportamenti, anche nostri

Per prima cosa abbiamo sentito l’aria: profumava. Poi abbiamo spiato gli animali selvatici che si riappropriavano di spazi urbani: caprioli, lepri, anatre, falchi. Alle prime uscite, ci siamo specchiati nei corsi d’acqua cittadini e ci abbiamo visto il fondo e i pesciolini che nuotavano. Il miglior risultato per l’ambiente da molti anni a questa parte lo abbiamo ottenuto senza volerlo. Praticamente “non facendo”. Fabbriche chiuse, traffico al minimo. È stata per settimane la “buona notizia” alla fine dei telegiornali che computavano morti e contagiati. Ora, però, ci tocca aprire gli occhi e andare oltre le visioni parziali e scaldacuore.

Gli effetti del lockdown sull’ambiente sono stati tutt’altro che positivi. Negli ultimi 4 mesi, la deforestazione in Amazzonia è aumentata del 55%, denuncia la BBC. Così come è aumentato il bracconaggio di specie rare in Africa, racconta a Le Figaro Jane Goodall, la celebre studiosa degli scimpanzé. Non solo: persino la concentrazione globale di anidride carbonica, in aprile, ha segnato il punto più alto da quando avvengono le misurazioni, spiega Focus. E questo perché la CO2 ha una vita media di un secolo: i piccoli cali di emissione delle ultime settimane hanno potuto pochissimo contro i decenni di accumulo. Tradotto: non possiamo immaginare di disinnescare la grande minaccia del cambiamento climatico con azioni secondarie, conseguenza di azioni primarie mosse da tutt’altro scopo. Qualunque effetto veramente positivo sulla natura potrà essere solo il frutto di un impegno, di una scelta. Della politica così come dell’individuo.

Qualche spunto? L'uso della bicicletta: un mezzo ecologico che stiamo riscoprendo perché ci fa sentire sicuri, ma affinché essa cambi la faccia delle nostre città c’è bisogno che le amministrazioni ci credano e ci investano. La moda sostenibile, quella che utilizza materiali durevoli ed ecologici, prodotta pagando in modo corretto i lavoratori, ma che necessita di un nostro atto di acquisto per avere un impatto veramente positivo sull’ecosistema. Ci vogliono scelte nuove e coraggiose. E forse questo è il tempo giusto per farle. Jane Goodall si dichiara ottimista a Le Figaro: «Credo che chi abita nelle grandi città abbia scoperto, a causa del confinamento, cosa voglia dire respirare un’aria più pura, vivere in un ambiente meno rumoroso e poter vedere le stelle in cielo la notte. Non penso vogliano ritrovare l’inquinamento di prima e spero che saranno quindi pronti a cambiare modo di vita, con un minor impatto sul Pianeta». E se è ottimista lei, chi siamo noi per non esserlo?

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