Per alcuni sembra ieri, per altri è passata un’eternità: il 21 febbraio 2020 l’Italia scopriva il “paziente zero” di Codogno e stravolgeva per sempre le sue abitudini, spostando la vita lavorativa di milioni di persone su Zoom, riscoprendo (o patendo) la vicinanza familiare e imparando a gestire il distanziamento sociale con un accessorio fino ad allora riservato alle sale operatorie. Da sistema di protezione anticontagio mal sopportato, oggi la mascherina è diventata una presenza costante della nostra immagine, al punto da iniziare a mostrare anche dei benefici effetti collaterali.

Con il volto per metà coperto si possono evitare chiacchiere inutili (finalmente una scusa per liquidare la vicina rompiscatole!), si può nascondere meglio un’espressione che avrebbe altrimenti fatto nascere una discussione, e ancora uscire senza riporre particolare attenzione al trucco per le donne e alla barba per gli uomini.

«La mascherina mi fa sentire protetta»

«La mascherina mi fa sentire protetta e mi permette di non perdere tempo con persone che in una situazione normale avrei dovuto assecondare» racconta Laura, 33 anni, grafica smart worker a Milano. Come lei, sono tante le persone che hanno trovato nella protezione del viso non solo un fondamentale strumento anticontagio, ma anche una sorta di scudo, perché allenta la pressione sociale di dover interagire con gli altri, che si somma a quella di doversi presentare sempre al meglio.

Manuel Tomio
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Il progetto fotografico
Si intitola Un ritratto al giorno. Gli occhi parlano il lavoro artistico del fotografo Manuel Tomio che vedete in queste pagine. «Come la medicina cura la malattia, le mascherine hanno sanato la nostra fame sociale» dice. «Questi semplici tessuti ci hanno permesso di interagire di nuovo con le persone». Per seguire il progetto su Instagram: manuel tomio_portraits.

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La parola allo psicanalista

Lo rivela un’inchiesta della Bbc, che sottolinea come la mascherina abbia favorito il cosiddetto “coping mechanism”: è diventata, cioè, uno strumento di adattamento soprattutto per gli introversi, che riescono così ad alleggerire tanto la paura del virus quanto quella del “lavoro emozionale” necessario a rapportarsi con le altre persone, dai colleghi agli incontri occasionali. Costruire delle difese psicologiche, tanto più in un momento di grande stress come quello dell’ultimo anno, è assolutamente normale.

Lo spiega Emilio Masina, psicanalista, professore all’università La Sapienza e autore di La speranza che abbiamo di durare (Feltrinelli): «Non c’è dubbio che questo mascheramento possa essere un sollievo: c’è una fase nello sviluppo dell’uomo in cui il bambino passa dal narcisismo iniziale, dove è protetto, prima nell’utero e poi dalle cure dei genitori, a relazionarsi con il mondo esterno. Nei momenti di difficoltà, come durante la pandemia, tutti ci rifugiamo in un ambiente sicuro come quello infantile, ma il problema è che questa regressione a uno stato di quiete spinge anche a “lasciar perdere” la fatica della relazione, che però è qualcosa di cui, vivendo in società, non possiamo fare a meno».


Coprirsi il viso è un simbolo di cura verso la comunità, perché con la mascherina ci sentiamo parte di un gruppo che affronta lo stesso problema


 

Certo, i benefici della mascherina nella lotta al virus rimangono indiscutibili, e nell’ultimo anno è diventata anche un simbolo di cura verso la comunità, come già in molti Paesi asiatici, perché indossandola ci sentiamo parte di un gruppo che affronta lo stesso problema. Allo stesso tempo, non dovremmo però dimenticare che ci priva di alcune fondamentali abilità comunicative.

«Le difese psicologiche devono essere permeabili, transitorie. Non possiamo pensare di rinchiuderci in un bunker perché c’è il virus» aggiunge Masina, che invita a “smaterializzare” la mascherina come parte di un problema che esisteva ben prima della pandemia, e cioè quella difficoltà sempre maggiore a instaurare rapporti duraturi. «Ciascuno di noi ha già delle maschere sociali che indossa a seconda del contesto in cui si trova: se aggiungiamo la mascherina concreta, chiaramente la problematica si complica».

Lo stesso accade, per esempio, a quegli studenti che preferiscono la didattica a distanza rispetto alle lezioni in classe, perché la ritengono meno stressante dal punto di vista emotivo: l’anonimato garantito dalla mascherina si ricollega a quello vissuto sugli schermi digitali, dove la maggior parte di noi ha trovato conforto durante la pandemia, aumentandone la pervasività nelle nostre vite. «Coprendo la bocca copriamo anche le nostre emozioni e diminuiamo la nostra capacità di comunicazione: questo può essere sentito, da chi ha già difficoltà di relazione, come un sollievo temporaneo, ma a lungo andare deteriora la qualità dei rapporti sociali» conclude l’esperto.

Il consiglio, quindi, è di provare a cercare sempre la spinta del confronto «mettendoci la faccia» anche quando è coperta. Magari facendo una telefonata al giorno a un amico o una persona cara lontana, o avendo più cura degli affetti vicini affinché possano trarre beneficio dalla nostra presenza: «Io e molti colleghi, per esempio, abbiamo notato un netto miglioramento dei pazienti più piccoli dopo il lockdown, dovuto al fatto che avevano passato più tempo in famiglia e instaurato rapporti migliori con gli adulti».

Foto di Manuel Tomio