Olio, crolla la produzione italiana. Come scegliere?

15 02 2019 di Lorenza Pleuteri
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L'Italia sta perdendo il primato nella produzione dell'olio d'oliva. Grecia e Marocco potrebbero presto superarci, invadendo i nostri supermercati. Ma anche Spagna e Turchia. Come capire cosa stiamo acquistando?

Una combinazione micidiale di cause – a cominciare dalle gelate invernali e dalla diffusione della xylella, il batterio che attacca e dissecca gli ulivi – ha provocato un drastico calo della produzione di olive e di olio Made in Itay, scesa ai minimi storici. La denuncia arriva dagli operatori del comparto. Ed è una mazzata, per i coltivatori e per gli imprenditori del settore, scesi in piazza per protestare e chiedere interventi di sostegno e aiuti. Una situazione con possibili, pesanti ricadute anche per i consumatori: l’aumento dei prezzi degli oli italiani, la diffusione massiccia di bottiglie con materia prima d’importazione, il rischio del moltiplicarsi di frodi e sofisticazioni.

Sei bottiglie su 10 in meno di extravergine Made in Italy

“La produzione di olio d’oliva – rende noto Coldiretti – l’anno scorso è crollata del 57 per cento, scendendo ad appena 185 milioni di chili, uno dei peggiori risultati degli ultimi 25 anni. Nei negozi daremo addio a 6 bottiglie su 10 di extravergine Made in Italy. Ad accusare le maggiori perdite sono state le regioni del Mezzogiorno. La Puglia, che da sola rappresenta circa la metà della produzione nazionale, è stata colpita da una flessione stimabile attorno al 65 per cento. Le cause? Le gelate, la diffusione della xylella, la concorrenza sleale provocata dalle importazioni di oli low cost spacciati per italiani”.

Occhio all'olio di Grecia e Marocco

“Per la prima volta nella storia – sostiene l’associazione di categoria – la produzione nazionale potrebbe essere sorpassata da quella della Grecia e del Marocco, mentre si avvicina pericolosamente la Turchia e la Spagna allunga ancora di più la distanza. Senza interventi strutturali – sempre a detta di Coldiretti - rischiamo di perdere la possibilità di consumare extravergine nazionale, con effetti disastrosi sull’economia, il lavoro, la salute e il paesaggio. A crescere – continua sempre Coldiretti - sono le importazioni dall’estero, con aumenti record degli arrivi dalla Tunisia. Si moltiplica cosi il rischio di frodi e sofisticazioni, a danno del vero Made in Italy, degli operatori e della clientela”.

L'ideale è acquistare dal produttore

Francesca Rocchi di Slow food conferma i dati negativi, parlando di “peggiore annata del secolo”. Gli italiani sono "i primi consumatori d’olio al mondo, ma da una ventina d’anni, dopo essere cresciuti a pane e olio, sono stati disabituati a riconoscere il prodotto del proprio territorio”. Che fare, allora, in questa situazione? “L’olio si consuma tutti i giorni, non una volta ogni tanto. È importante selezionare bene quello che si compra”. L’ideale, per l’esperta, “è andare ad acquistare l’olio direttamente nei frantoi di fiducia e in aziende di settore trasparenti”.

Non tutti hanno la possibilità di farlo, però. “È vero – riconosce. Ma si possono creare gruppi di acquisto, delegare persone di fiducia oppure organizzare gite mirate nei luoghi di produzioni e molitura, portando con sé i figli e approfittando delle uscite per conoscere i territori in cui si approda”. Evidenti i vantaggi. “Nei frantoi l’olio si può provare, al supermercato no. Con i produttori locali si dialoga, ci si confronta. E se il prodotto non è di qualità, si torna e ne se discute. Nella grande distribuzione e nei negozi non si può fare nemmeno questo”.

Leggere bene le etichette

“Per la scelta dell’olio – ricorda la rappresentante di Slow food - è fondamentale leggere l’etichetta, andando a vedere l’origine della materia prima. Se l’olio viene dal Mediterraneo – esemplifica - sappiamo che può essere greco, turco, tunisino, marocchino. Se arriva dalla Ue, possiamo escludere che sia nordafricano e pensare che sia importato dalla Grecia o dalla Spagna, il maggiore produttore”. Altra cosa cui prestare attenzione, sempre, è la bottiglia “È meglio non esporre l’olio alla luce, che non giova alla conservazione. Bisogna dunque diffidare delle bottiglie trasparenti. Meglio optare per quelle più scure, segno di cura. E l’extravergine dovrebbe andare solo in bottiglie di vetro”.

Il prezzo sotto cui non scendere

“Come succede per altri prodotti – osserva sempre Francesca Rocchi – in rete si può trovare un po’ di tutto. Anche per l’olio, ci sono filiere serie e ci sono venditori dai quali stare alla larga. Uno dei parametri da prendere in considerazione è il prezzo. Prezzi troppo bassi corrispondono a una scarsa qualità. Una bottiglia di evo buono non può costare meno di 6 euro, indicazione che vale per l’olio pugliese, ad esempio. Il costo base sale ancora dove la manodopera è pagata di più, come sul Garda o sul lago di Como. Anche nella grande distribuzione bisogna diffidare dei ‘prezzi civetta’. L’olio messo in vendita a 2,99 euro serve per attirare i clienti. Per fortuna ci cascano sempre in meno e in qualche catena cominciano ad essere proposti oli di vicinato, quelli a chilometro zero”.

Il gusto come segno di qualità

“Pungenza e amarezza – sottolinea l’esperta – sono il simbolo di vitalità e freschezza dell’olio, non il contrario. Dobbiamo ritrovare queste caratteristiche nell’olio che scegliamo”.

Le informazioni d’obbligo sulle etichette

Più informazioni si hanno a diposizione, meglio ci si orienta. Sulle etichette di bottiglie devono essere riportate alcune indicazioni obbligatorie, come previsto da decreti legislativi e direttive comunitarie. Lo spiegano in una guida Roberto Ciancio e Roberta Capecci, dell’Ispettorato tutela qualità e repressione frodi, struttura del ministero delle Politiche agricole.

Non possono mancare: la denominazione di vendita; la designazione dell’origine (solo per l’extravergine ed il vergine); l’informazione sulla categoria di olio; la quantità netta; il termine minimo di conservazione; le condizioni particolari di conservazione; il nome o la ragione sociale e l’indirizzo del responsabile commerciale del prodotto; il lotto; la dichiarazione nutrizionale (cioè quella che riguarda il valore energetico e la presenza di grassi, carboidrati, sale, fibre, le proteine, vitamine e sali minerali); l’annata, se ricorrono determinate condizioni (solo per l’extravergine ed il vergine), la sede dello stabilimento di confezionamento.

Come individuare l’origine dell’olio

Ma come decifrare l’etichetta, in particolare in relazione alla provenienza della materia prima? “L’origine dell’olio – ricapitolano i due esperti dell’Icqrf - è determinata da due componenti e cioè dallo Stato in cui le olive sono state raccolte e dallo Stato in cui è situato il frantoio che le ha molite. Quando la designazione dell’origine indica uno Stato membro o l’Unione europea, significa che entrambe le fasi (raccolta delle olive e la successiva molitura) sono avvenute nello Stato membro dichiarato o nell’Unione europea. Scrivere che un olio è ‘italiano’ significa che le olive sono state raccolte in Italia e la loro molitura è avvenuta in Italia. Indicare che è dell’’Unione europea’ certifica che le olive sono state raccolte nell’Unione europea e molate nell’Unione europea. Qualora le olive siano state raccolte in uno Stato membro o un paese terzo diverso da quello in cui è situato il frantoio di estrazione dell’olio - altra precisazione degli ispettori – bisogna evidenziarlo, con l’indicazione dell’origine (ad esempio ‘Olio extra vergine di oliva ottenuto in Italia da olive raccolte in Tunisia’). A questa regola generale c’è però un’eccezione e riguarda l’olio importato da un Paese terzo (cioè non appartenente all’Unione europea). In questo caso, l’origine può essere determinata dal solo frantoio che ha molito le olive. Ad esempio, dire che un olio è ‘tunisino’ può significare che le olive sono state ottenute in Tunisia e la loro molitura è avventa in Tunisia, oppure che la sola molitura è avvenuta in Tunisia in quanto le olive sono state raccolte in un altro Paese (ad esempio il Marocco)”.

Come si devono presentare le confezioni

L’olio extravergine di oliva, l’olio di oliva vergine, l’olio di oliva composto di oli di oliva raffinati e oli di oliva vergini e l’olio di sansa di oliva - tutte le tipologie sul mercato - devono essere presentati al consumatore finale in recipienti chiusi della capacità massima di 5 litri (25 litri è il limite per i ristoranti, collettività, mense, ospedali e per l’uso nelle loro cucine), provvisti di un sistema di chiusura che perda l’integrità dopo la prima utilizzazione e, come detto, forniti di un’etichetta ‘parlante’. Sulle tavole dei locali pubblici le bottiglie e bottigliette d’olio extravergine e vergine devono avere tappi “antirabbocco”. In realtà, in 3 casi su 4 le oliere sono fuorilegge. “La vendita al consumatore finale di olio allo stato sfuso – altra informazione di base, utile per selezionare gli operatori corretti - è vietata”.


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