Screenshot di alcuni video a tema olocausto su TikTok
Screenshot di alcuni video a tema olocausto su TikTok

Perché su TikTok alcuni ragazzi si fingono vittime dell’Olocausto?

È la nuova challenge che spopola sulla piattaforma, e che fa riflettere su come “l’empatia” social spesso sconfini nel grottesco

Questa volta non si tratta di un balletto o di una sfida, ma di uno strano modo di “sensibilizzare” su un fatto storico. Parliamo della nuova challenge che spopola su TikTok, e cioè quella di truccarsi e vestirsi da prigioniero di un campo di concentramento durante l’Olocausto e “raccontare” la propria esperienza. Proprio così, con tanto di maglietta a righe, stella di David e faccia tumefatta. Questo tipo di video fa parte dei video a tema #POV, acronimo che sta per “point of view” (punto di vista), in cui lo spettatore osserva una specie di performance, una messa in scena. Gli hashtag #shoah e #holocaust (in Italia #olocausto) hanno raccolto qualcosa come 18,2 milioni di contributi sulla piattaforma – qui se ne vedono alcuni – al punto che il Museo di Auschwitz è intervenuto definendo la pratica «dolorosa e offensiva» verso la memoria delle vittime che hanno perso la vita durante la seconda guerra mondiale. TikTok, intanto, ha disattivato l’hashtag della challenge.

Quando l’empatia online diventa grottesca

Il tono di questi video non è mai “divertente” o peggio ancora di sfottò (e come potrebbero esserlo, considerando di cosa parlano), ma sembrano piuttosto dei tentativi di portare all’attenzione l’antisemitismo e le discriminazioni subite dagli ebrei, in maniera goffa se non proprio grottesca. Wired Uk ha chiesto ad alcuni di questi creator perché avessero realizzato questi video e la 15enne McKayla, originaria della Florida, ha spiegato così la sua scelta di truccarsi e impersonare una vittima dei campi: «Sono molto motivata e affascinata dall’Olocausto e dalla storia della seconda guerra mondiale. Ho degli antenati che sono stati prigionieri nei campi di concentramento e ho incontrato alcuni sopravvissuti di Auschwitz. Volevo diffondere la consapevolezza e condividere con tutti la realtà dietro i campi, raccontando la storia della mia nonna ebrea». Ma perché raccontarla attraverso una “performance” di questo tipo, che non è un prodotto artistico come potrebbero esserlo una rappresentazione teatrale o un film, banalizzando sia l’accaduto storico che l’intenzione di sensibilizzare su un tema?

È difficile sfuggire ai meccanismi social

In molti, su Twitter così come su TikTok, hanno fatto notare come questo tipo di video siano spesso un modo di attirare l’attenzione su di sé e finire in tendenza, guadagnando visibilità e like, grazie al vecchio trucco di “scioccare” gli altri utenti con un argomento considerato spinoso o difficile. Altrettanto persone hanno criticato i creator che hanno realizzato questo tipo di video sottolineando come fossero, il più delle volte, male informati o totalmente ignoranti – un recente studio rileva che circa due terzi dei ragazzi americani non sa cos’è l’Olocausto – e accusandoli di utilizzare un triste e grave fatto storico per qualche like in più.

Questa non è la prima volta che il tentativo di “sensibilizzare” o la pretesa di produrre contenuti educativi sui social è sfociata in contenuti potenzialmente inquietanti o violenti: qualcosa del genere si era visto lo scorso aprile in molti video “a tema” violenza domestica, con i creator che fingevano di essere donne maltrattate da uomini violenti. Gli analisti l’hanno definito “trauma porn”, che potremmo tradurre con “pornografia del dolore”, la stessa che vediamo in atto quando i media, dai giornali alla tv, si scatenano su un fatto di cronaca violento e si lanciano nell’estenuante – e dannosa – ricerca di particolari inutili. Un meccanismo non nuovo, insomma, che i social hanno però esasperato e che ancora una volta portano alla luce tutte le contraddizioni dell’attivismo online.

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