Perché l’affido condiviso non funziona?

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Sara Peggion

Sono passati 12 anni dalla legge sulla bigenitorialità: madri e padri separati, oggi, dovrebbero essere responsabili alla pari dei figli. Eppure, dice l’Istat, la norma viene spesso disattesa. Anche se alcuni tribunali promuovono il cambiamento

C'erano una volta una madre esclusiva e un padre giocoso: la prima provvedeva a tutto e viveva stabilmente con il figlio nella casa coniugale, il secondo compariva sulla scena ogni tanto per una pizza, una partita di pallone o 15 giorni di vacanza d’estate. Fino a poco tempo fa, avere genitori separati voleva dire rimanere a vivere nell’80% dei casi con la mamma e sperare di continuare a relazionarsi con una figura sullo sfondo: il papà. Il principio della “maternal preference” è stato superato nel 2006 con l’entrata in vigore della legge 54 sull’affidamento condiviso e sulla bigenitorialità.

Ma a 12 anni di distanza, quanti figli possono dire di passare lo stesso tempo con mamma e papà? Quanti padri vedono riconosciuto il loro diritto di coabitare con i bambini? E quante madri possono davvero contare su ex compagni responsabili e collaborativi? Se molti tribunali italiani, soprattutto al Sud, negli ultimi tempi stanno forzando il cambiamento, altrettanti rimangono fermi su vecchie prassi. E a denunciarlo è in primo luogo l’Istat.

La conflittualità tra ex è ancora alta

Nell’ultimo report, l’istituto di statistica analizza l’effetto della legge 54 nelle separazioni. Nel 2015 gli affidi condivisi sono stati l’89%, ma il collocamento prevalente è ancora a carico della madre: nel 69% dei casi la casa coniugale viene assegnata alla ex moglie con un figlio minorenne. E il 94% delle separazioni si conclude con un assegno di mantenimento del padre. «Dove la legge lascia discrezionalità ai giudici, l’affido condiviso non ha trovato effettiva applicazione» denuncia il rapporto. Per l’avvocato Simona Napolitani, che si occupa di diritto di famiglia da 25 anni ed è presidente dell’associazione Codice Donna, «da quando è stato introdotto il principio della bigenitorialità e della pari responsabilità economica dei figli, gli uomini cercano sicuramente di essere più presenti ma i conflitti tra coniugi che si dividono sono ancora devastanti».

Continua l'avvocato Napolitani: «Mi confronto quotidianamente con litigi su orari di accompagnamento o sulla nuova compagna che interferisce. Noto, purtroppo, che le occasioni di non condivisione sono più di quelle di condivisione. Ho clienti mammone che tendono a escludere il padre e a non rispettare gli accordi di visita: a loro ribadisco che l’ex compagno è una risorsa da coltivare sul piano personale e professionale, perché un papà presente permette a una donna di lavorare di più e meglio, e di non rinchiudersi nella cura della famiglia. Ma devo anche sottolineare che il mancato assegno di mantenimento per i figli è una ferita aperta, perché molte donne non riescono a ottenerlo tutti i mesi anche se stabilito dal giudice. E questo la dice lunga sulla disponibilità di alcuni uomini ad avere rapporti equilibrati».

La doppia residenza non è applicata

L’approvazione della legge 54 ha anche avuto, almeno all’inizio, un effetto terrorizzante sulle donne, sostiene l’avvocato Napolitani. «I primi anni sono stati infelici perché la norma ha forzato un cambiamento sociale che ancora non c’era, vivevamo in una cultura in cui la madre era indubbia protagonista nel rapporto con i figli ma debole sul fronte economico. In parte è ancora così: non tutte lavorano, e se lo fanno è a compensi inferiori. In Francia, dove lo Stato ti paga la baby sitter, l’affido condiviso è realizzato nel concreto, anche con formule di doppia domiciliazione che da noi sono ancora rare». Rare, ma possibili. E addirittura auspicabili: nel 2015 la risoluzione 2079 del Consiglio d’Europa (firmata dall’Italia) ha invitato gli Stati membri a promuovere tra i genitori separati la “shared residence”, la residenza condivisa.

E ben 70 ricerche internazionali hanno sottolineato sia il danno che i minori subiscono se frequentano per meno di un terzo del loro tempo un genitore, sia l’efficacia del modello partitetico di affidamento rispetto a quello esclusivo: i figli avrebbero risultati migliori a scuola e un rischio di depressione inferiore. «Modello» si legge nelle linee guida per la sezione famiglia del tribunale di Brindisi emanate nel 2017 «in costante ascesa nei Paesi occidentali e tra genitori di livello culturale elevato, che si suppone siano anche più informati e meglio orientati su ciò che giova ai figli». Lo stesso Ordine nazionale degli psicologi si è pronunciato a favore del doppio domicilio, in merito a una proposta di modifica della legge 54 depositata da tempo in Senato.

I tribunali faticano a cambiare

Da Brindisi a Salerno a Catania, sono sempre di più i giudici che a colpi di sentenze e linee guida innovative si stanno facendo portavoce delle richieste dei padri e cercano di applicare l’affido condiviso a tutti gli effetti. «Confermo» dice Claudio Cecchella, presidente dell’Osservatorio sul diritto di famiglia. «Anche se Milano è sempre stata la sede di riferimento per la giurisprudenza - per esempio la “famosa” 9ª sezione civile è stata la prima ad allinearsi alla sentenza della Cassazione che ha annullato il tenore di vita dell’assegno divorzile - in questo momento i tribunali del Nord non stanno promuovendo un vero cambiamento».

Continua Cecchella: «Va detto, però, che negli ultimi anni tanti giudici in Italia hanno abbandonato la “maternal preference” e censurano in modo deciso i genitori che non rispettano i tempi di visita reciproci e violano il diritto al rapporto continuativo: in base articolo 709 del Codice di procedura civile, l’atteggiamento ostruzionistico è sanzionato con una somma di denaro. E anche se di poco, aumentano i casi di collocamento prevalente nella casa paterna, non solo - come accadeva un tempo - perché la madre è incapace di occuparsi dei figli, ma magari perché si trasferisce altrove per lavoro. Conosco padri che hanno rinunciato alla carriera per seguire la quotidianità dei bambini: non fanno ancora notizia, ma stanno lanciando un segnale forte».

Le storie

Daniele C., 41 anni, informatico di Milano, papà di 2 bambine di 10 e 12 anni Mi sono separato nel 2014, quando io e la mia ex moglie abbiamo capito di essere finiti nella classica trappola “solo figli e parchetto”: non era così che immaginavano la nostra vita. Abbiamo messo le bambine al riparo dai litigi e in 8 mesi sono uscito di casa: le ho lasciato un appartamento di mia esclusiva proprietà, dove lei ora vive con le figlie. Io le vedo a weekend alternati e un giorno durante la settimana. Ho rifatto un mutuo, ho una nuova compagna, i rapporti con la mia ex sono inesistenti: non le verso alimenti perché ha un lavoro, ma ovviamente provvedo al mantenimento delle bambine. Finché loro sono piccole e riesco a reggere lo sforzo economico, non vedo la necessità di cambiare il tipo di affido: la piccola è molto legata alla mamma e grazie al mio lavoro autonomo riesco a esserci in tanti altri momenti oltre a quelli stabiliti, compreso al pomeriggio per accompagnarle ai corsi. Sono un papà chioccia, lo ero prima di separarami, lo sono ancora di più ora che devo mettermi in gioco con le bambine al 100%.

Michela D., 44 anni, impiegata di Bologna, mamma di un bambino di 12 anni Non è stato facile abituarsi alla sua assenza per 7 giorni, né “mollare” il controllo su aspetti banali come la pulizia dei denti alla sera, il cambio intimo quotidiano, per non parlare della supervisione compiti... Ma quando io e il mio ex marito abbiamo deciso, dopo 5 anni di separazione, di alternare settimanalmente il domicilio di nostro figlio, lo scopo era in un certo senso più “alto”: permettere al bambino di passare lo stesso tempo con entrambi, per mantenere una relazione equilibrata e paritetica con ciascuno di noi. Abbiamo venduto la casa di proprietà, annullato gli assegni di mantenimento e scelto 2 appartamenti a metà strada dalla scuola; abbiamo fatto in modo che lui si sentisse a casa da entrambe le parti. La doppia domiciliazione ci ha costretti a cambiare il nostro senso di responsabilità e il nostro rapporto, che tra alti e bassi è in continua evoluzione. Proprio come nostro figlio che si affaccia all’adolescenza e che ci pone, da separati, continue nuove sfide.


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