Che cos’è il Pil?

06 10 2016 di Oscar Puntel

Il governo dice che il Prodotto interno lordo crescerà dell’1%, ma c'è chi non è d’accordo. Che cosa significa questa misura e che cosa ci comporta?

Il governo infatti ha indicato che il nostro Prodotto interno lordo possa crescere nel 2017 dell’1%. Ma Banca d’Italia, Corte dei Conti e anche l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, una specie di Authority dei conti pubblici, dicono che si tratta di un valore troppo alto, sovrastimato. E anche alcuni organismi internazionali come Fondo Monetario e Ocse prevedono un indice più basso. Cerchiamo di capire che cosa significa.

Perché è importante che il Pil cresca?

Il Pil è un indicatore numerico che è composto da diverse voci e che ci fornisce la stima dell’aumento della produzione  in un anno, in riferimento a un paese. «E’ un numero necessario, se uno vuole fare degli investimenti: perché la creazione di produttività è anche creazione di ricchezza. Poi bisogna vedere come questa ricchezza anno per anno viene investita, dallo Stato e dai privati» ci spiega Alfondo Giordano, esperto di politica economica internazionale e docente all'Università Luiss di Roma. «Noi non aumentiamo la nostra produzione ormai da diversi anni, il che significa che non abbiamo nuova ricchezza. Lo Stato però ha dei costi che crescono, perché abbiamo pensioni da pagare, debiti pregressi, una pubblica amministrazione che deve andare avanti. Questi costi inciderebbero in modo minore su di noi, sulle nostre tasse, se avessimo un Pil più alto, perché ci consentirebbe di coprire queste spese. In più, se vogliamo costruire infrastrutture, scuole, case e ospedali abbiamo bisogno di un Pil che cresca. La ricchezza genera una maggior produttività, ma questa viene agevolata anche dagli investimenti dello Stato».

Un Pil alto in Europa

Poi c’è l’altra faccia della medaglia, nel prevedere un Pil alto. E ha a che fare con l’Unione europea. Sappiamo che abbiamo certi vincoli europei da rispettare con i nostri bilanci. Uno di questi è il rapporto deficit/Pil, che deve stare sotto il 3% e deve anche ridursi gradualmente di anno in anno. Essendo il rapporto una frazione matematica, con il deficit come numeratore e il Pil come denominatore, possiamo ridurre questo numero, incrementando il denominatore: cioè il Pil. Avere un Pil più alto vuol dire, per uno Stato, avere più possibilità di spesa e quindi avere a disposizione più risorse per aiuti, incentivi, misure concrete (come le pensioni anticipate e i bonus), agevolazioni fiscali per le imprese. Insomma, un volano di nuovo per il Pil, se queste risorse poi entrassero di nuovo in circolo e venissero spese. «Considerato poi che parte del nostro debito pubblico viene venduto sul mercato finanziario, un Pil più alto, significa che abbiamo più soldi in cassa e possiamo pagare più interessi sul debito: sono una forma di ‘robustezza’ sui mercati, che attirerebbe investitori all’acquisto dei nostri titoli. Verremmo percepiti come affidabili, sicuri. Se tutti acquistassero i nostri titoli sul debito, giocoforza anche gli interessi sul debito (altra voce di spesa) calerebbero. In generale, quindi, se il Pil non cresce, quella misura soggetta al controllo europeo non la smuoviamo» ci precisa il professor Giordano.

Ma il Pil è la fotografia di un Paese?

Parliamo di stime di crescita, numeri e indicatori economici. Ma è davvero, quel numerino, una misura che ben rappresenta il paese? «Il Prodotto interno lordo non è assolutamente tutto! - chiarisce il nostro esperto - Non è indicatore di benessere e felicità. Ed è stato anche molto criticato. Il suo calcolo è fatto includendo le voci più diverse: dalle parcelle degli avvocati ai costi dei soccorsi dei migranti. Non ci entrano per esempio l’aspettativa di vita, il livello di istruzione, accesso a biblioteche e alla democrazia. Cose che invece vengono ‘conteggiate’ in quell’indicatore compilato dalla Nazioni unite che si chiama Indicatore di sviluppo umano (Hdi), che include il Pil insieme ad altri indici e che danno il senso dello sviluppo di un Paese, non fatto semplicemente di produzione».

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