Come cambierà lo smart working

Diminuirà fino al 15%, non si potrà svolgere dall’estero e dovrà prevede tre fasce per rispettare il diritto alla disconnessione

Cambiano le regole del lavoro da casa. Entro ottobre, infatti, arriverà il nuovo contratto per lo smart working che dovrà regolare il lavoro agile, a partire della Pubblica Amministrazione. Ma è probabile, secondo gli esperti, che si arrivi a un quadro di regole che saranno recepite anche dal settore privato. Al momento, le leggi prevedono che si possa fare ricorso allo smart working solo in caso di negoziazione tra il lavoratore e l’azienda. Ma da quando è scattata l’emergenza Covid è stato possibile derogare, per agevolare il lavoro agile, mantenendo di fatto invariato il contratto di lavoro e rendendolo un “lavoro domestico”, per utilizzare un’espressione dello stesso Ministro Brunetta. Il cambiamento è previsto in quanto il 31 dicembre 2021 scadrà lo stato di emergenza e, salvo proroghe, occorrerà avere nuove regole.

Lo smart working per i dipendenti pubblici

Una prima certezza riguarda la percentuale di ricorso al lavoro agile: dallo scorso aprile non è più obbligatorio il 50% di smart working e l’obiettivo è arrivare al 15%. Lo scorso 15 settembre l’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni (Aran) ha presentato ai sindacati una prima bozza di contratto per il lavoro agile nelle Funzioni centrali (cioè ministeri, agenzie fiscali, enti pubblici non economici), che sarà il testo dal quale partire per regolamentare lo smart working in tutta la Pubblica Amministrazione. Nel documento si prevede il lavoro agile solo «per processi e attività di lavoro previamente individuati dalle amministrazioni, per i quali sussistano i necessari requisiti organizzativi e tecnologici per operare con tale modalità».

Cosa cambia per i privati

Ciò che ora ci si chiede è se servirà un contratto nazionale di riferimento a cui le imprese potranno rifarsi. In realtà una legge c’è già: «Ad oggi abbiamo una norma stabile del 2017 (legge 81/2017) che aveva previsto un ricorso al lavoro agile solo in presenza di accordi individuali sottoscritti fra azienda e singolo lavoratore, mentre lo stato di emergenza per la pandemia ha concesso alle realtà lavorative italiane di passare agilmente, senza troppi oneri burocratici, dal lavoro in sede a smart working» spiega Antonello Orlando, dell’Ufficio Studi della Fondazione Consulenti del Lavoro. Insomma, non serve un contratto nazionale, perché le singole imprese potrebbero dotarsi di «un buon regolamento proprio per il post pandemia, come già alcune realtà hanno cominciato a fare negli ultimi mesi» aggiunge l’esperto.

Niente smart working dall’estero

Ci sono già, intanto, alcune indicazioni sul nuovo contratto. Sempre secondo la bozza presentata dall'Aran, il lavoro agile non potrà essere svolto fuori dai confini italiani, a meno che la sede di lavoro dell’azienda sia all’estero. Significa che non si potrà più pensare di andare in un altro Paese, come fatto da molti specie nel periodo estivo, pensando di poter lavorare da là e concedendosi poi una mini-vacanza nel tempo libero.

Questo aspetto del lavoro da remoto resta, però, un punto critico: «Per l'estero abbiamo ancora pronunciatissime lacune normative, specie per le coperture assicurative per infortuni e assicurazioni pensionistiche. Occorre un aggiornamento dei regolamenti comunitari europei, che consentano maggiore flessibilità negli spostamenti, specie di chi lavora da casa in un altro Stato rispetto a quello dove è stato siglato il contratto di lavoro» spiega Orlando.

Le tre fasce: operatività, contattabilità e inoperabilità

Mancano regole precise, poi, che stabiliscano le fasce orarie di reperibilità. A questo proposito le linee del cosiddetto Piano Organizzativo anche per il Lavoro Agile (POLA) individuerà tre fasce: quella di operatività, contattabilità e inoperabilità, in modo da assicurare il rispetto del diritto alla disconnessione: «Si tratta di una scala decrescente di connessione, dalla piena interazione fino alla totale disconnessione del dipendente, che potrebbe essere la modalità di utilizzo del lavoro agile nella pubblica amministrazione. Questo modello potrebbe fare da apripista anche al lavoro privato, attraverso l'adozione di CCNL, accordi integrativi e aziendali» chiarisce l’esperto consulente del lavoro.

Ma cosa dice la legge italiana oggi a riguardo?

«A livello normativo al momento è molto generica. Inizialmente era solo una "parola" menzionata dalla L. 81/2017 senza alcuna attuazione concreta. Più recentemente il legislatore è tornato sul tema con una nuova legge (n. 61/21), che stabilisce il diritto alla disconnessione dalle strumentazioni tecnologiche e dalle piattaforme informatiche, fatti salvi eventuali periodi di reperibilità concordati fra azienda e dipendente – spiega Orlando – Restano però previsioni "teoriche" che finora solo i contratti aziendali o i regolamenti hanno disciplinato con regole concrete e operative, come fasce orarie di reperibilità specifiche, utilizzo del calendar e rispetto delle pause giornaliere e del weekend».

I tempi

La tempistica per arrivare al nuovo contratto è comunque ristretta: entro un mese si dovrebbe avere il nuovo quadro normativo, dal momento che in settimana sono previsti i primi incontri tra Arana e in sindacati. Dal 1° gennaio, quando presumibilmente non sarà più in vigore lo stato di emergenza (che, ricordiamo, scade il 31 dicembre 2021), dovrebbe entrare in vigore il nuovo testo, che comunque dovrà affrontare un nodo importante, relativo al Green Pass. Il rischio, infatti, è che il lavoro agile diventi un’alternativa alla presenza (con obbligo di certificato nazionale) per chi non voglia sottoporsi a vaccinazione.

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