Smartphone a scuola, arriva il “patentino”

18 11 2019 di Eleonora Lorusso
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Esattamente come per andare in moto o in auto, per usare lo smartphone servirà un “patentino”. In due scuole in Piemonte è partito il progetto pilota. Ma il dibattito è aperto: smartphone e social rendono i giovani più “analfabeti”?

Esattamente come per andare in moto o in auto: per usare lo smartphone servirà un “patentino”. È l’idea partita da due scuole-pilota in Piemonte, che si vorrebbe poi estendere nel resto d’Italia. Il progetto prevede un corso per imparare a conoscere il cellulare, prevenirne un uso distorto ed eventuali rischi di dipendenza. La novità è che “a lezione” sono andati per primi i docenti, coloro cioè che spesso hanno meno dimestichezza con le nuove tecnologie rispetto ai loro studenti “nativi digitali”.

A “lezione di smartphone”

Il progetto rientra nel programma “Scuole che promuovono la salute” del Piano regionale della Prevenzione piemontese, che lo ha attivato in due scuole capofile: la “Umberto Primo” di Alba e la “Peano Pellico” di Cuneo, che hanno coinvolto anche le Asl locali e la Polizia Postale, con il supporto del MIUR per un'eventuale estensione anche ad altri istituti sul territorio nazionale.

I primi a prendere “lezione di smartphone” sono stati 80 docenti, che da dicembre insegneranno a loro volta ai propri studenti quanto appreso. Il corso mira a preparare non solo all’uso pratico, ma soprattutto a mettere in guardia rispetto a possibili rischi connessi agli smartphone (dai reati in cui si può incappare agli effetti di dipendenza psicologica che possono creare), toccando anche aspetti più tecnici come il 5G. L’idea di Aldo Ribera, vicepresidente del “Peano Pellico” e coordinatore del progetto, è che occorre avere una sorta di “patentino” per lo smartphone, che altrimenti rappresenta «una bomba in tasca ai ragazzini».

Quiz e “patentino”

Il corso, da 80 ore, proseguirà fino a marzo. Al termine è previsto un esame a quiz. Per promuovere un uso responsabile delle nuove tecnologie, le scuole invitano anche a stipulare un patto con le famiglie (“contratto di buon uso”) che prevede, ad esempio, di non scrivere sui social quel che non si direbbe a voce o non inviare o chiedere foto intime. I ragazzi sono esortati a consegnare le password di accesso ai genitori, che a loro volta si impegnano a vigilare sulle modalità di fruizione dello smartphone, che non è da intendersi scontata né illimitata: in caso di comportamento scorretto può essere ritirato, esattamente come una patente di guida.

Niente più divieto?

Obiettivo del patentino è dunque quello di superare il mero divieto. Ma non tutti sono d’accordo: «Intanto dipende dall’età: molti neurologi sono concordi nel ritenere che fino a 7/8 anni smartphone e tablet non debbano essere dati ai bambini, dunque niente dispositivi fino alle elementari né a scuola né a casa. Personalmente io lo vieto anche ai miei studenti universitari» chiarisce Alberto Contri, docente di Comunicazioni Sociali allo IULM, che aggiunge: «Si tratta di mezzi di distrazione di massa: io lo vedo tutti i giorni, dopo cinque minuti di lezione sono già a giocare, chattare e navigare su internet. Un io collega, pur bravissimo nel catalizzare l’attenzione, si è autodefinito "domatore di leoni da tastiera"».

«Con questo non voglio bandire la tecnologia, non siamo talebani dell’informatica: è giusto insegnarne l’uso e dunque fare alfabetizzazione informatica, ma io non sono d’accordo nell’impiego di questi dispositivi nella didattica» spiega il professore.

Smartphone e social: la scuola deve cambiare?

Le ricerche dimostrano una crescente “analfabetizzazione degli studenti”, sempre meno capaci di scrivere e a volte anche di leggere testi articolati. La colpa è (anche) di smartphone, social e di un linguaggio sempre più rapido e breve? «Da tempo si denuncia questa carenza e io confermo che riguarda anche gli universitari, ma non credo sia colpa dei social» dice Roberto Maragliano, docente di Tecnologie dell’Istruzione e dell’Apprendimento Università Roma Tre e autore di Scrivere (Sossella Editore), dedicato a questo tema. Maragliano distingue tra scrittura tradizionale e scrittura social, molto più “acquatica”, “liquida”, ma non meno seria: «Dovremmo cambiare mentalità come docenti e sfruttare le potenzialità di questo modo di comunicare dei ragazzi, per esempio facendo editing: partendo da un tweet si può imparare ad allungare le frasi aggiungendo o arricchendo il contenuto con like, che possono essere tradotti a loro volta in vocaboli. Un altro esempio è offerto da strumenti come Google Drive, che permette di scrivere un testo a più mani, da parte di soggetti non necessariamente presenti in contemporanea».

Suggerimenti che però non convincono tutti.

Troppi social, pochi pensieri

«Un conto è spiegare come si fa una ricerca su Google, che è cosa utile, un altro è fare lezione con smartphone e tablet. Sono convinto che valga ancora quanto considerato dal linguista Tullio De Mauro. Nel 1976 rilevò che uno studente del ginnasio conosceva 1.600 parole. Nel 1996 erano scese tra le 600 e le 700. Oggi non si va oltre le 2/300. Come diceva Heidegger, il nostro pensiero è direttamente legato al numero di parole che conosciamo: meno sono e più limitata è la nostra capacità di pensare» conclude Corsi, secondo cui occorre lasciare fuori dalle scuole smartphone e comunicazioni social: «Bisogna ripartire dall’importanza della scrittura a mano e dai benefici che questa ha sulla capacità di strutturare pensieri e frasi articolate».

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