Se ne parla da tempo, ma ora che molte aziende hanno deciso di mantenere lo smartworking per i propri lavoratori, il diritto alla disconnessione è tornato un argomento in primo piano. Se lavorare fuori sede permette alcuni vantaggi, come il non dover raggiunge l’ufficio o il potersi gestire il lavoro in modo più autonomo, esiste però anche il rischio di non “staccare” mai, né psicologicamente né fisicamente.

Cos’è il diritto alla disconnessione?

Email e telefonate che arrivano anche a tarda sera o nella pausa pranzo, e che richiedono una risposta in tempi brevi sono diventati l’incubo di molti “smart workers” insieme al desiderio di rendersi irreperibili una volta terminato il proprio lavoro. Ma si può? «La legge sul lavoro agile (81/2017) non è applicata a livello di contratto di lavoro collettivo, dunque per categorie, ma le modalità sono concordate tra datore di lavoro e dipendente, anche perché la nostra Costituzione non permette di entrare nel merito di come è organizzata l’attività» spiega Antonello Orlando, esperto del Centro studi Fondazione Consulenti del Lavoro. Ma allora come si applica concretamente? Si può essere irreperibili una volta terminato il proprio lavoro?

Si può essere irreperibili?

Nei fatti, con la diffusione di smartphone e tablet, è diventato difficile rendersi irreperibili, perché email, telefonate e messaggi ci raggiungono ovunque e sempre. In realtà, però, il diritto alla irreperibilità è contemplato nella contrattazione collettiva come “possibilità di non rispondere alle comunicazioni di lavoro durante il periodo di riposo, senza che questo comprometta la sua situazione lavorativa”: «Si attua o disattivando in alcune ore i dispositivi con cui possiamo essere raggiunti: per esempio, ci sono programmi che bloccano l’invio e la ricezione di email, riattivando la possibilità del server di trasmettere la posta elettronica solo nella fascia oraria prevista. Oppure la soluzione meno radicale è che il lavoratore non sia tenuto, per contratto, a rispondere a telefonate o email durante il periodo di riposo» spiega Orlando.

Chi ne ha diritto?

Anche i freelance e i co.co.co oppure solo i dipendenti? «Il lavoro agile si applica solo ai dipendenti, eccezionalmente in occasione dell’emergenza COVID si è estesa questa possibilità agli stagisti che pure non hanno un rapporto di lavoro da dipendenti» spiega Antonello Orlando.

Rispettare gli orari anche da casa

A ribadire la necessità del rispetto dell’orario di riposo è stato anche il Garante della privacy, in un’audizione in Parlamento il 13 maggio, definendo la distinzione tra spazi di lavoro e di vita privata come “una delle più antiche conquiste” in tema di diritto del lavoro. «Il ricorso alle tecnologie – ha aggiunto Antonello Soro – non può rappresentare l’occasione per il monitoraggio sistematico del lavoratore».

«A livello normativo non esistono regole uguali per tutti: è difficile che ci siano riferimenti dettagliati nei contratti collettivi, mentre è più frequente nei contratti aziendali. Le ore di lavoro a casa devono comunque essere identiche a quelle dell’ufficio. Il datore di lavoro può scegliere di concedere anche lo straordinario, ma la legge dice che bisogna attenersi all’orario di lavoro ordinario» spiega Orlando.

L’esempio francese e quelli italiani

In Francia, invece, il Code du Travail è stato modificato nel 2018 disciplinando il diritto alla disconnessione e rendendolo obbligatorio per tutte le aziende oltre i 50 dipendenti. Sono anche previsti corsi di formazione e sensibilizzazione su un uso ragionevole dei dispositivi digitali e nel controllo dell’attività lavorativa.

In Italia, invece, la regolamentazione rimane affidata all’iniziativa e agli accordi tra singole aziende e dipendenti. Ad esempio, Barilla fin dal 2015 ha precisato che «nell’ambito del normale orario di lavoro, la persona (in smartworking, NdR) dovrà rendersi disponibile e contattabile tramite gli strumenti aziendali”. Stesse indicazioni per realtà come Vodafone o Enel, secondo cui «il lavoro agile rappresenta una mera variazione del luogo di adempimento della prestazione lavorativa» e che «la giornata in smartworking è equiparata, a tutti gli effetti di legge e di contratto, ad una giornata di orario normale di lavoro». 

A permettere il rispetto del diritto alla disconnessione è però anche un’organizzazione tecnica nuova.

Si possono decidere le fsce di reperibilità

Sono molte le aziende che, dopo l’esperienza del lockdown, hanno deciso di promuovere il prolungamento dello smartworking per i propri dipendenti. Cosa cambia? «Teoricamente non dovrebbe cambiare nulla, a parte il fatto che non si riceve più il buono pasto, laddove era previsto per il lavoro in ufficio. Si dovrebbe mantenere quindi lo stesso orario di lavoro: per esempio, se si terminava alle 17 in azienda, si spegnerà il computer di casa alla stessa ora, a meno di accordi differenti raggiunti in queste settimane. Le imprese possono comunque stabilire delle cosiddette fasce di reperibilità, come ad esempio dalle 10 alle 12 e dalle 14 alle 16, lasciando autonomia al lavoratore nel resto della giornata» spiega l’esperto consulente del lavoro.

Smartworking e lavoro agile: non sono la stessa cosa

«In realtà smartworking e lavoro agile non sono la stessa cosa. Il primo è solo un modo per svolgere il lavoro da remoto, dunque da una postazione che non sia quella in ufficio dove un capo è fisicamente vicino. Negli ultimi due mesi molte aziende vi hanno fatto ricorso per necessità, ma per fare smartworking non basta lavorare da casa. Il primo passo è ripensare alle procedure e adottare una mentalità da team in modo che i lavoratori possano confrontarsi con i colleghi. Per esempio, è importante fissare un incontro a inizio mattinata, di soli 15 minuti, per fare piano del giorno. Poi occorrono strumenti per comunicare velocemente e per visualizzare il lavoro che si fa insieme» spiega Vanessa Cinquegrana, responsabile amministrativa di agile24, azienda specializzata in lavoro agile. Tutto questo eviterebbe non solo fraintendimenti e sovrapposizioni, ma anche un eccessivo ricorso a modalità di comunicazione dispersive, come continue telefonate, che a lungo andare affaticano.

Il rischio di “non staccare mai” parte anche dalla nostra testa

«Lo smartworking si è rivelato la salvezza di tanti lavori, quando è apparso come unica speranza. Il farne uso, però, ci costringe a guardare a tutti i suoi aspetti: in questo senso bisogna limitare i rischi legati al lavoro “senza spazio e tempo”, tra i quali proprio la mancata demarcazione tra il tempo lavorativo e non» spiega Anna Cantagallo, specialista in neuroscienze presso le università di Padova, Torino e Napoli, e Direttore Scientifico di BrainCare, che si occupa di riabilitazione neuropsicologica. «Per farlo – prosegue Cantagallo – bisogna rivendicare, senza mai dimenticarlo, il proprio diritto alla disconnessione. Ci aiuta in questo la nostra capacità di pianificazione che deve prevedere con esattezza i momenti dedicati al lavoro e quelli che invece esulano dalle attività lavorative e sono quindi momenti di “irreperibilità”». Insomma, il primo passo verso la disconnessione deve partire da noi.