Ha senso oggi raccontare storie?

26 10 2018 di Barbara Rachetti
<p>La nostra Barbara Rachetti con gli altri vincitori del Premio giornalistico Benedetta d'Intino: Alina Di Mattia e Alessio Lasta.</p>

La nostra Barbara Rachetti con gli altri vincitori del Premio giornalistico Benedetta d'Intino: Alina Di Mattia e Alessio Lasta.

C'è una domanda che mi faccio spesso entrando in redazione a Donna Moderna: che senso ha oggi raccontare storie? Mi chiedo perché farlo, con tutti che già si raccontano e mettono in scena se stessi su blog, forum, Instagram, Facebook, con foto, video e dirette.

Oggi insomma è sempre più difficile catturare l’attenzione. Come si fa a farsi leggere senza video divertenti e leggeri, senza blogger che "ti tirino dentro", oppure senza cavalcare una notizia drammatica? Quando ho iniziato a lavorare al progetto Vivere con un disabile insieme alla Lega del Filo d'Oro pensavo che in pochi avrebbero letto questi articoli così lunghi su un tema scomodo e complesso come la disabilità, un argomento che non attira, anzi il più delle volte respinge.
 
E invece, oltre ad aver ricevuto la menzione speciale al Premio giornalistico indetto dalla Fondazione Benedetta d'Intino, ho scoperto nel tempo che la gente cerca le storie, ama farsi coccolare dalle parole, farsi abbracciare dalle vite degli altri. Siete stati voi a raccontarcelo sui social, nei commenti che riceviamo, nelle lettere che ci mandate in redazione. Ma soprattutto, siete stati voi a testimoniare la fame di informazione sui temi della disabilità e della fragilità. E siete sempre voi a restituire il senso a un lavoro come il mio, quello di leggere la realtà scavando dentro alle emozioni.

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L'articolo con cui la Fondazione ha deciso di premiarmi racconta di due fratelli, Daniele e Michele, e del loro complesso e dolcissimo rapporto. Forse era destino che potessi avere questo riconoscimento proprio con questa storia perché l'incontro a Osimo con loro è stato per me una folgorazione. Mi ha colpito il loro modo così naturale, così fluente di affrontare la vita. Una vita complessa, segnata dalla morte a poca distanza dei genitori, da un groviglio di emozioni in cui entrambi rischiavano di restare intrappolati, e che invece si sono sciolte in un equilibrio profondo, fatto di chiaroscuri, tutto loro.

Quel giorno in cui ho conosciuto Daniele e Michele ho deciso di approfondire lo studio della disabilità e mi sono iscritta a un master in Disability managment, una professione emergente che introduce la figura del Disability manager nelle aziende. È un diploma che forse non mi porterà mai a gestire la diversity e l'inclusione nelle strutture complesse, ma mi ha fornito una chiave per entrare nel mondo della disabilità. E così ho capito che non è un altro mondo, ma è il nostro, di tutti noi. Tutti potremmo esserne toccati perché oggi la disabilità non vuol dire solo stare su una carrozzina. Vuol dire che un italiano su tre in età di lavoro ha una malattia cronica. Vuol dire che nel 2050 l’Italia sarà il terzo paese al mondo per numero di anziani.


Cosa c’entra tutto ciò con Daniele e Michele? C’entra perché la disabilità raccontata con gli occhi di un fratello è quella che potrebbe colpire ciascuno di noi, come uno tsunami. C'entra perché disabili si può anche diventarlo, dopo un incidente o una malattia.
Ricordiamoci che quando in una famiglia irrompe una situazione di questo tipo il tuo mondo si stravolge, le tue certezze vacillano. Cerchi aiuto, assistenza ma soprattutto cerchi te stesso. Questi articoli, queste storie cercano di scavare all’interno di noi e delle nostre paure per aiutarci a trovare un po’ di conforto, per sanare almeno a parole le ferite che la vita ci procura. E allora penso che sì, oggi, nonostante il bombardamento di informazioni che riceviamo, abbiamo tutti bisogno di parole e di storie "curate" e che ci curino un po'.

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