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Tso, cos’è e cosa comporta

Invocato dal presidente della Regione Veneto, Zaia, il Tso potrebbe scattare per chi rifiuta il ricovero in caso di contagio da coronavirus. Ma che cos'è il Tso? Come funziona e quali conseguenze comporta? Ecco le risposte

Il primo a invocare il Tso è stato il governatore della Regione Veneto, Luca Zaia, dopo che un imprenditore vicentino di ritorno alla Serbia aveva rifiutato le cure pur presentando sintomi da Covid. Senza rispettare l’isolamento, l’uomo ha proseguito con la sua vita normale, partecipando a una festa e a un funerale, per poi finire in rianimazione proprio a causa del coronavirus e costringendo all’isolamento una novantina di persone. Ora anche il Governo, tramite il ministro della Salute, Roberto Speranza, valuta se estendere la possibilità del Tso, il Trattamento Sanitario Obbligatorio, ai casi Covid.

Cos’è il Tso

Il Trattamento sanitario obbligatorio è stato introdotto dalla legge 833 del 197, relativa a interventi su pazienti psichiatrici. Prevede che una persona sia sottoposta a una serie di trattamenti sanitari urgenti, ricorrendo al ricovero coatto. Le tre condizioni indispensabili perché scatti la richiesta di Tso sono la necessità e urgenza, il rifiuto da parte del soggetto delle cure mediche e l’impossibilità di adottare misure extraospedaliere alternative.

Tso: chi lo decide e come avviene

«La procedura prevede che il Tso sia proposto da un primo medico, a volte il medico di famiglia, e che un secondo lo convalidi. Non è necessario che siano psichiatri, ma che lavorino all’interno del Servizio Sanitario Nazionale. Il primo medico è solitamente quello che si trova di fronte al paziente, potrebbe anche essere quello del 118 che interviene in caso di scompenso psicopatologico grave e che ritenga siano necessarie cure in ambito ospedaliero. In questo caso il secondo medico è spesso quello che accoglie il soggetto in Pronto Soccorso» spiega Franco Montebovi, psichiatra presso la Asl di Latina e in passato presso la casa di reclusione di Rebibbia e il carcere di Regina Coeli a Roma.

Spetta invece al Sindaco la convalida del provvedimento, in quanto massima autorità istituzionale nel territorio di residenza o di quello in cui si trovi momentaneamente la persona da sottoporre a trattamento. «Il Sindaco è il soggetto istituzionale e il responsabile giuridico del provvedimento, che prevede una limitazione temporanea della libertà personale in casi di urgenza e necessità» conferma Montebovi.

Proprio per questo motivo l’iter prevede una ulteriore convalida da parte del giudice tutelare di competenza che, attraverso un messo comunale, riceve gli atti entro 48 ore dalla firma del Sindaco.

Esiste anche la possibilità che il secondo medico o il primo cittadino non convalidi il provvedimento, se ad esempio ci fosse l’opportunità di somministrare il trattamento (sotto forma di farmaci) presso il domicilio del paziente.

Quanto dura il Tso

La durata del Tso è di 7 giorni, prorogabili di altri 7. «Solitamente non è necessario prevedere più di una proroga, che scatta nel caso di pazienti particolarmente gravi che non rispondono alle cure. In molti casi, invece, quando queste funzionano in tempi rapidi è possibile sospendere il Tso già dopo 2, 3 o 4 giorni, pur proseguendo con un ricovero che a questo punto diventa volontario» spiega lo psichiatra.

Per chi è necessario il ricovero coatto

«La caratteristica del Tso è proprio il fatto che il soggetto rifiuti il ricovero, pur essendo questo ritenuto necessario dai sanitari. Può succedere che il paziente tergiversi e non si mostri in possesso della capacità di riconoscere la propria patologia. Il Tso si rende necessario, per esempio, per chi dovesse diventare pericoloso per sé o per gli altri, come i familiari o i vicini di casa. Oppure nel caso in cui, pur non essendoci alcun rischio in termini di sicurezza, il paziente si chiude in casa e non esce più. In questa eventualità è frequente che le condizioni psicofisiche o igieniche diventi tali da richiede un intervento. Può accadere che ci siano sporcizia o immondizia, oppure che la persona presenti scompensi metabolici o diabetologici tali da mettere a rischio la propria salute» spiega Montebovi.

Tso in cartella clinica (ma non sulla patente)

«Il Tso è la prima informazione che compare nella cartella clinica di una persona che vi è stata sottoposta. Esiste un apposito riquadro che va contrassegnato nel documento, sia in entrata in ospedale sia all’atto delle dimissioni. Ma si tratta di un dato sanitario coperto da privacy, dunque rimane nelle mani del paziente, non comparirà mai né sulla patente né in altri documenti» spiega lo psichiatra Montebovi. «Neppure il datore di lavoro, in caso di assenza per malattia, potrà sapere che è stato eseguito un Tso né questa informazione comparirà mai altrove se non nella storia clinica della persona».

Tso per Covid, il sì dei Sindaci

La possibilità di ricorrere al Tso in caso di rifiuto delle cure mediche per persone con Covid ha ricevuto il “sì” anche dei Sindaci italiani: «Le ordinanze potrebbero bastare nel caso in cui un cittadino violi le restrizioni o l’obbligo di quarantena, ma se dovesse essere necessario un Tso i sindaci non si riterranno indietro» ha spiegato Antonio Decaro, presidente dell’Anci e primo cittadino di Bari.

Nuovi provvedimenti restrittivi dal Veneto alla Toscana

In attesa di un via libera dal ministero della Salute, intanto, le Regioni si organizzano in modo autonomo. In Veneto un’ordinanza del governatore Zaia prevede una stretta. L’Azienda sanitaria deve obbligatoriamente denunciare e comunicare al Sindaco, al Prefetto e agli organi di polizia i nominativi di coloro che devono rispettare l’isolamento fiduciario, per consentire eventuali controlli. Per chi non rispettasse la quarantena, pur con tampone negativo, sono previste multe fino a 1.000 euro (anche per il datore di lavoro nel caso di violazione avvenuta andando in ufficio o in un’azienda). Una denuncia è prevista anche per i soggetti positivi che rifiutino il ricovero.

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In Toscana, invece, è stato previsto il trasferimento coatto di stranieri che vivono in abitazioni dove sono presenti più persone e che non consentono un distanziamento adeguato. A loro vengono messi a disposizione “alberghi sanitari”, cioè hotel in cui trasferirsi a carico dell’Amministrazione comunale. In caso di inosservanza del divieto di lasciare le strutture, scattano multe da 500 a 5.000 euro.

Nel Lazio, infine, tampone e test obbligatori per chi proviene dal Bangladesh, dopo il caso di un focolaio di cittadini originari del paese del sud est asiatico. In ogni caso il ministro Speranza ha chiarito che i tamponi non sono una misura alternativa, ma aggiuntiva alla quarantena per chi arriva da paesi extra Schengen

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Il reato di epidemia

In attesa di un pronunciamento ad hoc, esiste comunque la possibilità di ricorrere al reato di epidemia colposa o dolosa (in questo caso se c’è intenzionalità). L’articolo 452 del codice penale prevede la reclusione da 3 a 12 anni per chi diffonde un virus colposamente, tramite una condotta negligente, causando un pericolo per la sanità pubblica (o la morte di altri cittadini). In caso di dolo è previsto l’ergastolo, mentre in passato si arrivava alla pena di morte (art. 438 Cp).

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