In natura, la bellezza ha il colore verde tenero degli alberi appena nati, della vita che alla fine vince sempre. Ha il colore di quei piccoli larici e lecci che cominciano timidamente a rivestire la landa desolata creata da Vaia, il ciclone che esattamente 2 anni fa, con i suoi venti oltre i 200 chilometri all’ora, rase al suolo 8 milioni e mezzo di metri cubi di alberi in Triveneto e parte della Lombardia. Alla rigenerazione di queste aree hanno contribuito fondi comunitari, nazionali e regionali, e anche i 500 alberi piantati in Val di Fiemme dalla giovane start-up Vaia, i 16.500 adottati dai cittadini nelle foreste alpine con il crowdfunding di Wownature.ue e tante altre esperienze pubbliche e private, a dimostrazione che la bellezza si ricostruisce. «Il nostro è un territorio fragile per conformazione: il consumo eccessivo di suolo, il disboscamento e i cambiamenti climatici lo mettono a dura prova. Oggi il 91% dei Comuni italiani è a rischio frane e alluvioni» spiega l’ingegnere Daniele Spizzichino di Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale che ha appena pubblicato un dossier sul dissesto idrogeologico. «Metterlo in sicurezza non è solo una sfida ingegneristica ma anche culturale, perché insieme alle comunità e all’ambiente dobbiamo tenere al sicuro la bellezza di ecosistemi complessi dei quali l’uomo, in un territorio così densamente abitato, oggi fa parte. Il nostro compito è trovare soluzioni resilienti, aiutare i nostri habitat a sopportare le catastrofi del clima senza soccombere». Come ci stiamo attrezzando.

Tornare ad ascoltare la natura

Prima di tutto con i fondi dedicati: il Recovery Plan ha in serbo, dei 75 miliardi di euro per il green, una grossa quota da riservare ai piani di resilienza e prevenzione del dissesto. «Ma serve anche il giusto atteggiamento, occorre tornare ad ascoltare la natura» avverte Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente. «Spesso in passato, sull’onda delle emergenze, si sono fatti errori grossolani: dragare l’alveo dei fiumi per far spazio alle piene priva il fiume delle sue naturali zone di rallentamento e dà velocità all’acqua che poi va a erodere i ponti». È solo un esempio, le cattive pratiche ci sono state e ci sono ancora. Ma ci sono anche quelle buone, che partono proprio dall’idea di tornare ad ascoltare la natura. «È uno degli insegnamenti di Vaia, che ha distrutto soprattutto i boschi di abeti rossi, alberi piantati dall’uomo nel dopoguerra, buoni per il legno ma con radici superficiali» aggiunge Stefano Liberti, autore di Terra bruciata (Rizzoli), viaggio nell’Italia vittima di crisi ambientale e cambiamenti climatici. «In origine il bosco si difende con la sua biodiversità di faggi, larici, tigli, frassini, betulle». Per questo in alcuni territori, come sull’altopiano di Asiago, si è scelto di farlo rinascere da solo per ripristinare la sua ricchezza naturale e così la sua sicurezza. «Alle sorgenti del Po c’è un paese emblematico, Crissolo. Il borgo vecchio sta sulla collina. Il nuovo è sulle rive, lungo i grossi argini che fanno paura quando il fiume si ingrossa. I nostri nonni sapevano che il fiume fa il suo “lavoro”, straripare per fertilizzare i campi attorno, e non interferivano. Le generazioni successive, invece, hanno avuto la pretesa di dominarlo e hanno smesso di ascoltarlo» continua Liberti.

Trovare soluzioni resilienti

Sugli argini di fiumi e torrenti e sui costoni delle colline disboscate a rischio frana sono nati paesi e città: spostare tutto è impossibile. «La soluzione è imparare a convivere con la fragilità cercando di limitare i danni e prendendo spunto dalle buone pratiche estere» spiega Minutolo. «In Olanda, per esempio, devono affrontare un’emergenza simile: il mare si riprende la terra che l’uomo gli ha tolto. I nuovi interventi di ingegneria idraulica mirano a ridargliela in maniera controllata: delocalizzano le aree industrializzate dove si prevedono esondazioni, scoperchiano i fiumi tombati, “regalano” alle maree le aree libere dalle costruzioni. Proprio quello che serve anche nei nostri centri urbani, come Genova. Ridare spazio all’acqua, ascoltare anche in questo caso la natura aiuta quanto gli scolmatori, i grandi impianti che portano l’acqua dei fiumi in piena nel mare, tanti già attivi e tanti in progetto in vari tratti fluviali di Lombardia e Liguria». A Copenaghen hanno pavimentato i marciapiedi con piastrelle bucate per far defluire l’acqua; a Rotterdam hanno costruito le “water squares”, piazze che in caso di alluvione diventano bacini per l’acqua in eccesso. Anche in Italia si contano esperimenti simili. «Piazzale Kennedy a Rimini oggi è un belvedere verde sul mare a prova di inondazione grazie alle vasche di laminazione, piscine sotterranee che intercettano le piene» prosegue Minutolo. Isola Vicentina, in provincia di Vicenza, ha designato un’area pilota di 10 ettari per simulare come la conservazione delle foreste può migliorare la resilienza del territorio alle inondazioni e alle frane. A Bomporto, in provincia di Modena, insieme alla costruzione di barriere gonfiabili lungo il Panaro, è stato avviato un piano di rinaturalizzazione delle sponde del fiume per ridare alla vegetazione fluviale l’originaria funzione di freno e contenimento delle piene. Stessa logica per i piccoli interventi che mettono in scurezza i torrenti di montagna, come il Bogna a Domodossola o il Selvaspessa a Baveno, sulla sponda piemontese del Lago Maggiore, esondati durante le piogge degli ultimi anni e sistemati con briglie e gradoni artificiali che rallentano la furia delle acque in piena. «Ma non servono solo grandi progetti, anche i piccoli possono creare sicurezza e, insieme, bellezza» ricorda Liberti. «Nel mio viaggio ho conosciuto un agricoltore siciliano che nella zona di Caltagirone ha ricominciato a piantare nei suoi terreni centinaia di fichi d’India: grazie alle lunghe e forti radici trattengono l’acqua che durante le piogge torrenziali causa smottamenti e frane. Ecco, il nostro Paese ha bisogno anche di migliaia di piccoli gesti come questo».

Finanziare la prevenzione

Certo, con il 91% dei Comuni a rischio idrogeologico non è sempre facile intervenire. Soprattutto se si considera che l’Italia è un museo a cielo aperto e i danni ai monumenti sono irreversibili. «I beni culturali potenzialmente soggetti a danni da alluvione sono oltre 31.000, quelli a rischio frane sono 11.712 nelle aree a pericolosità elevata» ricorda Spizzichini di Ispra. È il caso di Civita di Bagnoregio, in provincia di Viterbo, uno dei borghi più belli d’Italia, costruito su una roccia di arenaria che si sbriciola anno dopo anno. Così come Pitigliano, in provincia di Grosseto, altro affascinante borgo sul tufo che continuiamo ad ammirare solo grazie ai continui lavori di consolidamento con pali, tiranti, cordoli e chiodature. Lo stesso succede sulle fiancate degli speroni di tanti incantevoli borghi, da Todi a Certaldo. E si spera accada presto anche per tante altre meraviglie messe in pericolo dal dissesto idrogeologico, come la rupe di San Leo, il piccolo borgo-castello sopra Rimini crollato quasi del tutto nel versante nord, o Volterra, che ha subito il crollo di una porzione delle mura medievali con le forti piogge del 2014, o la piana di Sibari, in Calabria, i cui scavi archeologici sono spesso allagati. «Una classifica delle emergenze è impossibile, ma la cosa più urgente è mettere al primo posto dell’agenda politica e sociale la sicurezza, farla diventare una costante, come insegna il modello Bolzano» osserva Minutolo di Legambiente. «È l’unica amministrazione italiana ad aver dedicato un intero dipartimento alla prevenzione del dissesto idrogeologico. Con finanziamenti costanti, operai e strumenti dedicati solo alla manutenzione di boschi e argini fluviali. Questo permette di prevenire a monte frane e alluvioni mantenendo in equilibrio la natura con i sistemi urbani».

I numeri del dissesto

7.275 I Comuni italiani a rischio frane e alluvioni

16,6% La quota del territorio nazionale ad alta pericolosita 

1,28 milioni Gli abitanti a rischio frane

6 milioni Gli abitanti a rischio alluvioni

3,8% Gli edifici residenziali in aree a pericolosita  da frana elevata e molto elevata

83.000 Le industrie e i servizi in aree a pericolosita  da frana elevata e molto elevata

La mappa di Legambiente

3 ottobre: il fiume Sesia rompe gli argini, crollano i ponti e chiudono le aziende di Grignasco (No); 2 ottobre: a Chiavari (Ge) le piogge intense provocano allagamenti e la chiusura dei sottopassaggi; 29 agosto: a Varese un uomo viene ingoiato dal torrente ingrossato vicino al lago Delio; 16 luglio: a Palermo un allagamento da piogge intense travolge 200 auto.

Sono solo alcuni degli eventi disastrosi che peggiorano un territorio reso già fragile dal dissesto idrogeologico, causando danni e vittime. La mappa completa è su cittaclima.it, il progetto di Legambiente che propone anche l’elenco delle buone pratiche in Italia e all’estero per far diventare i nostri territori resilienti. Su idrogeo.isprambiente.it, il portale del dissesto idrogeologico in Italia, si trovano la mappa della pericolosità Comune per Comune e l’inventario delle frane.