La "c-mask" di Donut Robotics, startup giapponese che ha creato la prima mascherina connessa a inter
La "c-mask" di Donut Robotics, startup giapponese che ha creato la prima mascherina connessa a internet

Come saranno le mascherine del futuro

Ora che sono diventate un accessorio quotidiano, nascono sempre più modelli pensati per soddisfare tutte le esigenze. E c’è chi pensa alla mascherina high-tech

All’inizio della pandemia c’era molta incertezza se e come usarle. La stessa Organizzazione mondiale della sanità non aveva indicazioni chiare in proposito, finché non è arrivata, a pandemia ormai inoltrata, la conferma: le mascherine sono fondamentali per il contenimento dei contagi, e quante più persone possibile avrebbero dovuto indossarle.

Superata la prima fase di emergenza in cui è stato difficile, per molti Paesi colpiti compresa l’Italia, reperire le scorte necessarie a coprire il fabbisogno del personale medico e sanitario, oggi le mascherine si possono acquistare in farmacia e al supermercato, mentre fioccano le proposte di marchi, grandi e piccoli, che hanno dedicato una parte della loro produzione a quest’accessorio che, almeno stando alle previsioni per l’autunno, non abbandoneremo tanto in fretta. Oltre a quelle chirurgiche, che rimangono le più consigliate dagli esperti ma che pongono un serio problema di smaltimento, negli ultimi mesi sempre più ricercatori e aziende si sono messi al lavoro per brevettare mascherine che siano riutilizzabili e sicure, tra tessuti traspiranti e innesti tecnologici. 

Tra mascherine sempre più adattabili…

Tra le tante proposte degli ultimi mesi ce ne sono alcune davvero interessanti, altre invece che sono piuttosto inutili, a dimostrazione di come la mascherina sia ormai entrata a tutti gli effetti nella nostra quotidianità. Basti pensare a quei marchi, come l’americano Zensah specializzato in tessuti per lo sport, che hanno brevettato mascherine che si prestano bene all’attività fisica e saranno utili a chi fa attività in luoghi affollati. Ma c’è anche chi, come la sarta Ellen Macomber, ha pensato fosse necessario pensare a delle mascherine con tanto di “buco” in corrispondenza della bocca per… beh, bere un cocktail. Divertenti, anche se non proprio utili. E a proposito di mascherine riutilizzabili, molti studi hanno dimostrato che i tessuti di cotone a trama fitta, come il cotone trapuntato, il batik e persino gli strofinacci sono la miglior scelta quando si tratta di una mascherina protettiva. In estate o nei climi caldi, invece, è consigliabile sceglierne una in cotone più leggero o addirittura in poliestere, che sono meno abrasivi sulla pelle e ugualmente accettabili e sicuri da usare.

Un "face-shield" di Nike
Un "face-shield" di Nike

…e “face shield” che coprono tutto il viso

Un tipo di mascherina che manca sul mercato e che invece sarebbe estremamente utile è invece quella pensata per le persone sordomute, che con la bocca coperta vedono la loro capacità di comunicazione con il mondo diminuire drasticamente. Come segnala Fast Company, ne esistono alcune “trasparenti” – come quella che si chiama proprio “Clear Mask” e per ora si può preordinare online – che permettono di leggere il labiale, ma in questi casi è molto più utile e sicuro il cosiddetto “face shield”, ovvero il cappello-frontiera che copra l’intera faccia quasi come un casco, ma rimane trasparente. Ne ha realizzato uno anche Nike, un sottile “scudo” di plastica che copre il viso: è un’opzione da prendere in considerazione per il futuro, visto che protegge molto di più della sola mascherina. Per ora, i face shield non sono ancora diffusi e reperibili come lo sono le comuni mascherine – li utilizzano principalmente i sanitari –, ma in molti Paesi asiatici sono già la norma: se la Nike ha espresso interesse, c’è da credere che presto saranno prodotti in serie.

Dai filtri con il rame alla “smart mask”

Uno dei materiali con cui si sta lavorando per i filtri, invece, è il rame, che d’altra parte è stato utilizzato storicamente come barriera per virus e malattie, basti pensare alle manopole delle porte degli ospedali e alle aste porta flebo. Un recente studio del New England Journal of Medicine ha rilevato che il rame sarebbe efficace nel rendere inattivo il nuovo coronavirus nello spazio di quattro ore. Motivo per cui sono tante le aziende che hanno iniziato a utilizzare il rame per i filtri delle loro mascherine: dalle startup Atoms e The Futon Shop alla società tecnologica israeliana Argaman fino a Cupron, che produce maschere di stoffa realizzate con un mix di fibre di cotone e poliestere. Per ora Cupron rifornisce solo medici e aziende ospedaliere, ma ha già espresso l’intenzione di iniziare la commercializzazione più ampia dei suoi prodotti. 

Intanto, la startup giapponese Donut Robotics sta lavorando a un prototipo di mascherina “smart”. Come riporta Reuters, infatti, nell’azienda hanno brevettato la “c-mask”, una mascherina intelligente connessa a internet, in grado di trasmettere messaggi e tradurre dal giapponese in altre otto lingue. La c-mask ha dimensioni standard e si collega tramite Bluetooth a un’applicazione per smartphone e tablet che può trascrivere la voce in messaggi di testo, effettuare chiamate o amplificare la voce di chi la indossa. Le prime 5.000 mascherine intelligenti verranno spedite agli acquirenti in Giappone a partire da settembre, e l’azienda ha intenzione di espandersi anche in Cina, Stati Uniti ed Europa. Ogni mascherina costerà intorno ai 40 dollari e sono tanti i Paesi che, secondo l’azienda, hanno espresso interesse: un mercato che, solo quattro mesi fa, non esisteva.

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