Come siamo diventati dipendenti dalle sigarette elettroniche

18 10 2019 di Francesco Oggiano

In Italia il consumo di sigarette elettroniche cresce. Ma le incognite per la salute, dopo le 18 morti sospette negli Usa, restano. E sono pochi quelli che riescono a dire basta. Come racconta un fumatore che si è convertito all’e-cig

«Ma come funziona quella cosa lì?». «Vedi, qui c’è un liquido. Quando premo questo bottone, la soluzione si riscalda e diventa vapore». Da 6 anni a questa parte avrò indottrinato circa un centinaio di persone, tra fumatori e non, sulla sigaretta elettronica: sul balcone fuori dalla redazione, per strada o dentro a un bar (ogni tanto la uso di straforo anche lì, ma senza fare fumo). Confesso: sono uno svapatore. E mica un novizio. Lo sono dal 9 aprile 2013.

L’80-90% di chi svapa non abbandona le bionde tradizionali

Era martedì: durante la pausa pranzo andai a comprare dubbioso la mia prima e-cig, in uno dei tantissimi locali in franchising comparsi in quel periodo. Finito il pasto (momento considerato unanimemente tra i migliori per fumare insieme al post-caffè e al post-sesso) anziché accendermi la solita bionda decisi di provare “quella cosa lì”. Non ho mai più toccato una sigaretta normale. La cosa fa di me più un potenziale testimonial che un consumatore medio, viste le statistiche non esaltanti: tra 8-9 svapatori su 10 continuano a fumare anche la sigaretta tradizionale, nella maggior parte dei casi l’esistenza di un’alternativa è riuscita a ridimensionare la loro dipendenza, ma non a farla scomparire del tutto. Non è l’unica pecca che riguarda questi aggeggi, tutt’altro.

Negli Stati Uniti, dove l’utilizzo delle e-cig è iniziato prima e - complici le severe leggi antifumo - coinvolge ormai 41 milioni di persone, il primo morto attribuito ad avvelenamento da svapo dalle autorità sanitarie risale al 2017. A partire dallo scorso aprile, almeno 1.000 giovanissimi (età media 23 anni) si sono presentati in ospedale accusando gli stessi sintomi: tosse, dolore al torace e difficoltà a respirare. «In inglese si chiama “Vaping associate lung injury”, letteralmente danneggiamento ai polmoni causato dalla sigaretta elettronica» spiega Marina Garassino, ricercatrice dell’Istituto nazionale tumori. E i decessi, nel frattempo, sono già saliti a 18.

La Food and Drug Administration si sta concentrando sui liquidi contenenti Thc (la sostanza psicoattiva della cannabis) e comprati attraverso “canali non ufficiali”. Circa 8 pazienti su 10 ne avrebbero fatto uso, spesso acquistando online cartucce vendute a un terzo del prezzo da aziende non dotate di licenza. Sono liquidi di contrabbando, potenzialmente diluiti con altre sostanze tossiche. I casi sono ristretti solo agli Usa, ma hanno già indotto 4 Stati americani ad accelerare le procedure di messa al bando delle e-cig, e Donald Trump ad annunciare la volontà di regolare più strettamente un mercato che già vale 20 miliardi di dollari l’anno.

Mancano studi sugli effetti di lungo periodo

E in Italia? Anche se, come abbiamo visto, la relazione tra “svapo” e bionde tradizionali è molto controversa, l’Istituto superiore di sanità rileva un aumento costante del primo e una lenta diminuzione nel consumo di seconde. Quasi tutti quelli che hanno fatto il salto della barricata hanno iniziato come me: volevano smettere di fumare e lo consideravano un buon rimedio, sia dal punto di vista del gusto sia da quello della gestualità. Cosa che altri surrogati, come cerotti e pasticche, non possono dare. Stando alle promesse delle case produttrici, lo svapo continua a fornirti la nicotina da cui dipendi fisicamente, ma senza farti inalare quei gas tossici e cancerogeni prodotti dalla normale sigaretta.

Senza avere alcuna pretesa scientifica, e parlando solo del mio caso, confermo che qualche beneficio io l’ho avuto: già dal primo mese ho ritrovato un’energia fisica che credevo scomparsa, ho ricominciato a fare sport, non mi sono più alzato con le maledette placche di catarro in gola e ho riscoperto il piacere del cibo. Ma se dicessi che le mie e-cig (ne ho 2) sono innocue, commetterei un falso. L’Istituto superiore di sanità ha dichiarato impossibile definirle tali, anche perché mancano ancora studi sugli eventuali effetti di un uso prolungato. L’Organizzazione mondiale della Sanità le ha descritte come “un prodotto indubbiamente dannoso” e ha bollato come una “minaccia reale” la disinformazione delle case produttrici.

Ci sono più rischi per i giovanissimi

Le precauzioni sono scattate quasi subito: 2 anni dopo il loro sbarco in Italia, alle e-cig sono state estese le principali misure riservate alle sorelle maggiori, dal divieto di svapo in uffici, cinema e sui mezzi pubblici, alla vendita ristretta ai maggiorenni. Eppure le statistiche dicono che nel nostro Paese circa il 18% dei ragazzini tra i 10 e i 13 anni hanno usato almeno una volta la sigaretta elettronica. Un dato allarmante che conduce al paradosso: non solo mancano evidenze sull’efficacia delle e-cig come rimedio per smettere di fumare, ma, al contrario, «sono più coloro che hanno iniziato o ricominciato con le sigarette tradizionali come conseguenza dell’uso di quelle elettroniche, rispetto a chi ha fatto il percorso inverso» spiega Silvano Gallus, dell’istituto Mario Negri di Milano.

Il 5% degli svapatori italiani, infatti, non aveva mai fumato una bionda prima, e si è approcciato alla nicotina proprio con le e-cig. Si tratta spesso di adolescenti, che iniziano per il solo gusto di farlo. «Il pericolo è che la e-cig si trasformi in una porta d’ingresso per il tabagismo, vista la gestualità simile a quella delle sigarette normali» aggiunge Marina Garassino. Insomma, rischio di essere una mosca bianca. Ma se sono riuscito a smettere con le sigarette tradizionali, un giorno magari potrò dire addio anche a quelle elettroniche.

I numeri del fenomeno

1,5 milioni Gli italiani che “svapano”. Tra loro, 900.000 utilizzano i vecchi vaporizzatori con liquido e batteria, mentre gli altri 600.000 usano i riscaldatori di tabacco. 55,8% La percentuale di italiani convinta che le sigarette elettroniche siano dannose quanto quelle tradizionali. 6,8% La percentuale di non fumatori che proverebbe la e-cig se fosse certa dell’assenza di effetti dannosi. 62% Gli svapatori che ignorano i divieti nei luoghi pubblici (Fonte: Istituto superiore di sanità).

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