Stasera, martedì 25 novembre, C’è ancora domani — debutto alla regia di Paola Cortellesi e uno dei film italiani più discussi e amati degli ultimi anni — arriva in prima visione su Rai 1, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Il film racconta, con delicatezza e potenza, la vita delle donne nell’Italia del dopoguerra, tra silenzi, soprusi e prime conquiste di autonomia. La pellicola racconta, fra l’altro, un passaggio fondamentale della storia italiana: il lungo percorso delle donne verso il diritto di voto.
È un’occasione perfetta per rivedere questo piccolo capolavoro che omaggia il neorealismo, ma anche per rispondere a una domanda che in tanti si sono posti: perché un film così acclamato non è andato agli Oscar? La risposta è una regola dell’Academy, spesso percepita come “ingiusta” o quantomeno poco conosciuta.
C’è ancora domani, uno sguardo femminile sulla Roma del dopoguerra
Ambientato nella Roma del 1946, il film segue la vita di Delia, una donna come tante: madre, moglie, lavoratrice instancabile e spesso invisibile. A casa subisce la violenza del marito Ivano, nella società lotta per essere riconosciuta come persona e non solo come “funzione”.
C’è ancora domani alterna toni drammatici e momenti di leggerezza, mostrando cosa significasse essere donna in un Paese che stava cambiando, ma ancora troppo lentamente. Il film ha conquistato pubblico e critica, con 4,8 milioni di biglietti venduti in Italia e circa 49 milioni di dollari di incasso mondiali. È diventato un piccolo fenomeno culturale grazie al passaparola, ai premi ricevuti e alla scelta stilistica che fonde realismo, ironia e speranza.
Perché il film non poté concorrere agli Oscar
Per accedere alla categoria Miglior Film Internazionale, ogni Paese può presentare una sola opera. In Italia, la selezione è affidata a un’apposita commissione che valuta calendario di uscita, tipologia di film, requisiti tecnici e diffusione all’estero. Uscito il 26 ottobre 2023, era troppo tardi per concorrere agli Oscar 2024 (dove l’Italia scelse Io Capitano) e troppo presto per gli Oscar 2025 (dove l’Italia scelse Vermiglio).
A questo si aggiunge un nodo tecnico, che riguarda i criteri distributivi negli Stati Uniti e di uscita richiesti dall’Academy per la categoria internazionale, oltre che il rispetto dei Representation and Inclusion Standards (RAISE) che riguardano temi legati a genere, orientamento sessuale, appartenenza a minoranze e disabilità. Il film della Cortellesi è risultato “eleggibile” in molte altre categorie (come Miglior Attrice, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura), ma probabilmente – i motivi non vengono diffusi ufficialmente – non è stato ritenuto idoneo a concorrere come Film Internazionale, da cui è nata la percezione diffusa di una “ingiustizia”: un film amatissimo dal pubblico, che parla di diritti e dignità, escluso non per contenuti o qualità, ma per ragioni tecnico-burocratiche.
Un film sul diritto di voto delle donne in Italia
La forza simbolica del film è fortemente legata al contesto storico in cui è ambientato e che riguarda il lungo cammino che portò le donne italiane alle urne. Come ha sottolineato Salvatore Filippo Vitello, Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma, il diritto di voto non arrivò all’improvviso, ma fu «il risultato di un lungo processo, fatto di lotte, opposizioni e passi avanti spesso troppo lenti». Ecco le tappe che portarono al 2 giugno 1946, data impressa nella memoria collettiva.
– Il decreto Bonomi: il primo spiraglio (1° febbraio 1945)
Con il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del 1945, il governo di Ivanoe Bonomi riconobbe alle donne il diritto di votare alle amministrative. Fu un passaggio rivoluzionario, maturato anche grazie al ruolo fondamentale che molte donne avevano avuto nella Resistenza.
– Marzo 1946: anche il diritto di essere elette
Poco più di un anno dopo, un secondo decreto sancì la possibilità per le donne di candidarsi. Una conquista tutt’altro che scontata, perché — come scrive Vitello — «si trattò di un cambiamento epocale, ma non privo di resistenze culturali». Non tutte e tutti erano pronti ad accettare l’idea di donne in Parlamento.
– 2 giugno 1946: il primo voto delle donne
Il referendum Monarchia–Repubblica e l’elezione dell’Assemblea Costituente segnarono l’ingresso ufficiale delle italiane nella vita democratica. Vitello evidenzia un dato cruciale: nonostante fosse la loro prima volta alle urne, «non si registrarono più schede nulle di quante se ne rilevassero normalmente tra gli uomini». Un modo elegante per smentire chi dubitava della capacità delle donne di esercitare un diritto così importante.
– Le 21 Madri Costituenti
Da quel voto nacquero le prime 21 donne elette all’Assemblea Costituente, che contribuirono alla stesura di articoli fondamentali per la parità — in particolare l’articolo 3 della Costituzione.
Un film che continua a parlare al presente
Delia, la protagonista di C’è ancora domani, vive quel momento di passaggio: un’Italia che cambia, ma non abbastanza in fretta. Il suo percorso personale — fatto di coraggio quotidiano — corre parallelo a quello di milioni di donne italiane che, proprio in quegli anni, stavano conquistando la propria voce sia in famiglia sia nella società.