Dopo l’uscita nelle sale italiane, Odissea di Christopher Nolan continua a far discutere. Se il kolossal tratto dal poema di Omero sta conquistando il pubblico, sui social non si è spenta la polemica per la scelta di affidare a Lupita Nyong’o il ruolo di Elena di Troia.

C’è chi parla di “blackwashing”, sostenendo il personaggio avrebbe dovuto essere interpretato da un’attrice dalla pelle bianca. Altri ricordano invece che si tratta di una rilettura cinematografica di un’opera mitologica e che il cinema ha spesso reinterpretato personaggi e contesti storici.

La discussione riporta all’attenzione un tema molto più ampio: il whitewashing, una pratica che ha segnato la storia di Hollywood per decenni e che ancora oggi alimenta il dibattito sulla rappresentazione delle diverse identità sul grande schermo.

Elena di Troia era davvero “bianca” secondo Omero?

Tra gli argomenti più utilizzati da chi critica la scelta di Christopher Nolan c’è l’idea che Omero descriva Elena come una donna dalla pelle bianca. In realtà, il testo dell’Iliade non offre una descrizione etnica del personaggio nel senso moderno del termine.

Il poeta utilizza infatti l’epiteto greco λευκώλενος (leukōlenos), tradotto generalmente come “dalle bianche braccia”. Gli studiosi di filologia classica spiegano che si tratta di una formula ricorrente della poesia omerica, utilizzata per esprimere un ideale di bellezza e di nobiltà femminile, più che il colore della pelle. Nell’antica Grecia, infatti, una pelle poco abbronzata era associata alle donne appartenenti alle classi più elevate, che non lavoravano all’aperto.

Per questo motivo molti esperti ritengono che l’espressione non possa essere interpretata come una prova del fatto che Elena fosse “bianca” nel significato contemporaneo del termine, né tantomeno essere utilizzata come criterio per stabilire quale attrice possa interpretarla.

Perché si parla di blackwashing

La scelta di affidare il ruolo di Elena a Lupita Nyong’o ha riportato in auge un termine che negli ultimi anni compare sempre più spesso nelle discussioni online: blackwashing.

Con questa espressione si indica, generalmente, l’assegnazione a un attore o a un’attrice nera di un personaggio che, nelle opere originali o nell’immaginario collettivo, è stato tradizionalmente rappresentato come bianco.

È soprattutto un’espressione utilizzata nel dibattito pubblico e sui social network per criticare alcune scelte di casting considerate poco fedeli alle opere originali.

Concetto opposto, molto più noto e studiato come fenomeno sociale e culturale, è il whitewashing.

Che cos’è il whitewashing

Con il termine whitewashing si indica la pratica di affidare a interpreti bianchi personaggi appartenenti ad altre etnie oppure di modificare l’origine etnica di figure realmente esistite o di personaggi di fantasia.

Per gran parte del Novecento Hollywood ha privilegiato attori bianchi anche quando raccontava storie ambientate in Asia, Medio Oriente, America Latina o dedicate a personaggi afrodiscendenti.

Questa scelta non riguardava soltanto la fedeltà narrativa, ma aveva conseguenze concrete anche sul piano professionale: gli attori appartenenti alle minoranze avevano molte meno opportunità di ottenere ruoli da protagonisti e spesso venivano relegati a parti secondarie o stereotipate.

Un dibattito analogo si era acceso recentemente nel 2023 attorno alla docu-serie La regina Cleopatra di Netflix, dopo che un ministro egiziano aveva accusato la produzione di aver alterato l’identità storica della sovrana.

Il whitewashing è oggi considerato da molti studiosi non soltanto una scelta artistica, ma anche il riflesso di un sistema che, per decenni, ha limitato la rappresentazione delle minoranze nel cinema occidentale.

Un sistema che, anche dal punto di vista del pubblico, ha operato discriminazioni e censure discutibili, che a volte hanno preso pieghe grottesche come vietare Mary Poppins ai minori di 12 anni.

I casi di whitewashing che hanno fatto discutere

La storia del cinema offre numerosi esempi diventati emblematici.

Uno dei più discussi è Colazione da Tiffany (1961), in cui Mickey Rooney interpreta il vicino giapponese Mr. Yunioshi con un trucco fortemente caricaturale. Oggi quella performance viene spesso citata come uno degli esempi più problematici della Hollywood classica.

Tra i casi più recenti figura Exodus: Gods and Kings (2014), dove personaggi dell’antico Egitto furono interpretati da attori europei come Christian Bale e Joel Edgerton. Il regista Ridley Scott spiegò che quella scelta era legata alle esigenze del mercato internazionale, alimentando però nuove critiche.

Nel film Aloha (2015), Emma Stone interpreta un personaggio con origini hawaiane e asiatiche, mentre in Doctor Strange (2016) la Marvel trasformò l’Antico, originariamente tibetano nei fumetti, in un personaggio interpretato da Tilda Swinton.

Primo piano dell'attrice Emma Stone

Un altro caso molto discusso è Ghost in the Shell (2017), dove Scarlett Johansson veste i panni di Motoko Kusanagi, protagonista del celebre manga giapponese. La decisione provocò proteste da parte di numerosi spettatori e associazioni asiatico-americane, che chiedevano una rappresentazione più fedele.

Whitewashing e blackwashing non sono la stessa cosa

I due fenomeni non possono essere considerati equivalenti: il whitewashing nasce all’interno di un sistema che, per molti decenni, ha escluso o marginalizzato le minoranze dall’industria cinematografica, mentre i casi oggi definiti blackwashing si inseriscono in un contesto completamente diverso, nel quale molte produzioni cercano di ampliare la rappresentazione delle diverse identità sullo schermo.

Alcuni osservatori sostengono tuttavia che ogni modifica dell’identità originaria di un personaggio dovrebbe essere valutata grande attenzione privilegiando la fedeltà all’opera originale.

Un confronto tra visioni diverse della rappresentazione che alimenta le discussioni nate anche intorno all’Odissea di Christopher Nolan, un film avvincente che vede Ulisse come eroe contemporaneo in cui tutti noi ci possiamo riconoscere.