Quando Big Mama (vero nome Marianna Mammone) ha scoperto di avere un linfoma di Hodgkin, la sua vita è cambiata all’improvviso. Da mesi conviveva con sintomi che non riusciva a spiegarsi: linfonodi molto gonfi al collo, dolori al petto, stanchezza forte. Poi la biopsia, il responso e l’inizio di un percorso fatto di visite, cicli di chemioterapia e nuove consapevolezze.

Ospite del podcast One More Time, la rapper ha ripercorso il periodo della diagnosi e le emozioni che l’hanno accompagnata, offrendo un racconto sincero che permette anche di capire qualcosa in più su questo tumore del sangue, che spesso colpisce i giovani adulti. Ospite a Belve, nella puntata in onda martedì 18 novembre su Rai 2, l’artista parlerà sicuramente di questa sua fase delicata della vita.

Big Mama e la scoperta del linfoma di Hodgkin

Nel podcast di Luca Casadei, BigMama, oggi 25enne, ha raccontato un momento che non ha dimenticato. «Dopo un anno di sintomi strani del corpo, a partire dai linfonodi molto gonfi al collo, specie dopo che bevevo alcolici, facciamo la biopsia al collo e scoprono che ho il linfoma di Hodgkin, cancro del sangue. E il mondo mi crolla addosso», ha spiegato.

Era un periodo in cui la cantante era piena di idee e lavorava alla sua musica da casa, in piena epoca Covid. Verso la fine della pandemia è arrivata però la «batostina», come l’ha chiamata lei. Nonostante la diagnosi, non si è fermata: «Sono salita a Milano prima di fare le chemio con le cicatrici al collo della biopsia che avevo appena fatto perché avevo gli shooting dei miei primi pezzi. Quel giorno ho firmato il contratto».

L’artista ha, anche, raccontato di non aver mai pensato di morire: «Nel mio cervello c’era solo: ‘Io devo finire le chemio, perché a marzo piglio il treno, vado a Milano e vado in studio a registrare le canzoni’». Una determinazione che l’ha accompagnata lungo i sei cicli di chemioterapia e che le ha permesso di non rinunciare ai suoi progetti.

I sintomi raccontati da Big Mama

Nel ripercorrere il suo percorso, la cantante ha parlato apertamente dei sintomi che l’hanno messa in allarme. Anche se non immediatamente. Oltre ai linfonodi gonfi, c’erano dolori forti al petto. «Il cuore mi faceva molto male», ha raccontato. A questi segnali si aggiungevano attacchi di panico frequenti e una sensazione generale di malessere.

Durante l’estate ha deciso di chiedere aiuto ai genitori, che l’hanno accompagnata nei vari accertamenti. È stato poi l’ematologo – che lei ha definito «il mio angelo» – a interpretare correttamente le analisi e a sospettare un linfoma. Dopo la biopsia è arrivata la diagnosi definitiva. Questo passaggio l’ha portata a riflettere anche sulle relazioni familiari: durante le cure ha detto, infatti, di aver ritrovato un dialogo più profondo con i suoi genitori, soprattutto con il padre.

Che cos’è il linfoma di Hodgkin

Il linfoma di Hodgkin è un tumore del sistema linfatico che ha origine dai linfociti B, un tipo di globuli bianchi presenti in molte parti del corpo, come il sangue, i linfonodi e la milza. Una delle sue caratteristiche è la presenza di cellule giganti chiamate cellule di Reed-Sternberg. È un tumore relativamente raro: riguarda circa 4 persone ogni 100mila abitanti. Colpisce però con maggiore frequenza due fasce d’età precise: i giovani tra i 20 e i 30 anni – la fascia in cui rientra anche BigMama – e le persone oltre i 55 anni. Può comparire in qualunque punto del corpo in cui ci sono linfonodi o tessuto linfatico. La sua individuazione precoce è importante per iniziare le cure in tempi rapidi e ottenere una prognosi migliore.

I segnali più comuni del linfoma di Hodgkin sono l’ingrossamento indolore dei linfonodi, in particolare nel collo, sotto le ascelle o all’inguine. A questi si possono aggiungere: febbre persistente, sudorazioni notturne, perdita di peso non spiegata, prurito diffuso e stanchezza marcata. La diagnosi si basa su esami del sangue, ecografie o TAC e soprattutto sulla biopsia del linfonodo, che permette di individuare le cellule anomale. Le terapie standard includono chemioterapia e radioterapia. In alcuni casi, si ricorre al trapianto di cellule staminali. Grazie ai progressi degli ultimi anni, la prognosi è spesso positiva: oggi oltre l’80% dei pazienti può guarire completamente.