La vera rivoluzione di The Substance, il film premiato agli Oscar lo scorso anno, non è stato il ritorno del body horror, il sottogenere cinematografico che mette al centro la rappresentazione inquietante dei corpi. L’elemento dirompente era la sua morale, così urgente eppure già dimenticata, soprattutto a Hollywood. Sfidare il tempo e la natura, insegnava il film, porta solo guai. Eppure pare che ad aver spaventato tutti non siano state le scene dei corpi deformati, ma quelle dell’aspetto naturalmente segnato dall’età di Demi Moore. Tanto che ancora circolano i meme del rossetto sbavato sulle rughe e dell’acconciatura scomposta.

Hagsploitation, la rappresentazione delle donne horror

Invece di inaugurare una nuova era, il successo del film sembra aver riportato l’horror a riscoprire un vecchio sottogenere: la cosiddetta hagsploitation. Con questo termine — traducibile come «sfruttamento della vecchia» — si indica una categoria di film di paura in cui l’antagonista è la “vecchia pazza”. Di per sé, la rappresentazione delle donne anziane nell’horror non è negativa. Anzi, fu inizialmente una fortuna per attrici come Gloria Swanson, Bette Davis e Joan Crawford (o più recentemente Jessica Lange), che riuscirono a superare la crisi di ruoli riservati alle donne over 50. Film come Che fine ha fatto Baby Jane?, che valse a Bette Davis una candidatura agli Oscar a 54 anni, hanno fatto la storia del genere. E sfidato l’idea che per le attrici esista un “tempo massimo”.

Zia Gladys in Weapons

Il problema nasce quando i film sembrano suggerire che ciò che spaventa davvero non sia la «vecchia pazza», ma la semplice idea di invecchiare. Come se bastasse l’età per trasformare una donna in un mostro. Quelle che vediamo sullo schermo, dice il messaggio sotto traccia, un giorno potremmo essere noi. Oltre al dramma di Elizabeth Sparkle, interpretata da Demi Moore in The Substance, negli horror più recenti le “vecchie pazze” che si scagliano contro i giovani si sono moltiplicate. L’ultima è la prozia Gladys malata terminale che per guadagnare qualche giorno in più rapisce i bambini di una classe in Weapons. Qualche anno fa ha ottenuto grande popolarità Pearl, protagonista della trilogia X di Ti West. Una ragazza giovane e bella (non a caso interpretata da Mia Goth) che sogna di diventare attrice. Quando non ottiene la parte desiderata, diventa una serial killer e nei film successivi (X e MaXXXine) si accanisce contro le ragazze che vivono il suo stesso sogno.

Se nemmeno nell’horror la donna è libera dalla dittatura della bellezza

La rappresentazione della vecchiaia femminile come età della rovina e dei rimpianti non è casuale. Ogni epoca si definisce anche attraverso i suoi “mostri”, e queste anziane mosse dall’autocommiserazione raccontano molto del mondo in cui viviamo. C’è chi interpreta il ritorno della hagsploitation come riflesso dell’ansia collettiva per l’aumento — e il conseguente “peso sociale” — della popolazione anziana. Ma poiché sono soprattutto le donne a essere colpite da questa narrazione, è evidente che c’è qualcosa di più profondo. Se è il corpo femminile a essere visto come mostruoso, non è perché sia l’unico a mostrare i segni del tempo, ma perché è l’unico a cui il cambiamento non viene perdonato. Rughe e capelli bianchi segnalano la fine della giovinezza e della fertilità. Rappresentarli come attributi orribili significa restare ancorati all’idea che, quando un corpo non è più “utile”, debba essere temuto o, peggio, punito.

Lily Rose Depp in Nosferatu

Paradossale che questo pregiudizio ci venga proposto proprio dal genere horror, che per secoli ha concesso alle donne di esprimersi liberamente. Protetta dalla metafora, Mary Shelley raccontò in Frankenstein il desiderio di amore e ribellione che la società non le permetteva di dichiarare apertamente (e che oggi, con la regia di Guillermo del Toro, torna al cinema in una versione tanto fedele da sembrare scritta da lei). Dopo di lei, autrici come Daphne du Maurier — penna dietro a capolavori di Hitchcock come Gli Uccelli — e Shirley Jackson, oggi riscoperta grazie alla serie Netflix tratta da L’incubo di Hill House, hanno reso l’horror un genere anche al femminile. Una tradizione che si è estesa nel mondo, con autrici come Silvina Ocampo, Elena Garro e Clarice Lispector.

Donne e horror, una storia lunga cent’anni

Con l’arrivo del cinema, però, lo sguardo è cambiato: le prime donne dell’horror erano vittime o donzelle da salvare (pensiamo alle protagoniste di Dracula e Nosferatu, che oggi tornano sullo schermo in chiave moderna). Solo tra gli anni ’70 e ’80 si cominciò a concepire la donna come protagonista attiva, in alcuni casi persino “l’ultima rimasta”. Il sottogenere delle Final Girls vede eroine come Sally Hardesty (Non aprite quella porta, 1974) lottare per la sopravvivenza.

Jennifer’s Body

Da un lato c’è finalmente la rappresentazione della donna come forte e resistente dall’altro, però, queste protagoniste subiscono spesso morti più atroci e durature dei colleghi maschi, come se il loro dolore dovesse valere di più. La “donna mostruosa”, invece, è il trend nato negli anni ’90 (con film come Misery non deve morire) e arrivato fino a oggi, con titoli come Carrie – Lo sguardo di Satana, The Conjuring e The Nun. La donna è vittima e carnefice: ci spaventa, ci commuove, la temiamo.

Demi Moore in The Substance

Il mostruoso femminile può essere, come gli altri sottogeneri, uno strumento di emancipazione ma quando il mostruoso diventa qualcosa di naturale, come l’avanzare dell’età, qualcosa si spezza. Oggi, uscite dal cinema dopo aver visto uno di questi film, ciò che fa davvero paura è quanto siano duri a morire i falsi miti sull’età. Per fortuna, sono facili da smentire: basta pensare a Bette Davis, che dopo il ruolo della “vecchia pazza” continuò a recitare per oltre dieci anni. O guardare i red carpet di Demi Moore, ancora una delle star più magnetiche di Hollywood a 62 anni. Sicure che ci faccia davvero paura l’idea di diventare così?

Il corpo femminile è (ancora) un incubo contemporaneo

Il body horror torna ad affrontare il tema dell’ossessione per la bellezza con The Ugly Stepsister di Emilie Blichfeldt, in uscita adesso con I Wonder Pictures. Il film rilegge la fiaba di Cenerentola dal punto di vista della sorellastra Elvira (Lea Myren), disposta a mutilarsi pur di diventare perfetta. E il racconto trova un’eco affascinante anche fuori dal cinema, con la mostra Stregherie. Iconografia, Fatti e Scandali delle Donne Pericolose, ospitata a Padova (stregherie.it) fino al primo febbraio 2026. Tra opere, costumi e fotografie, il percorso racconta come la figura della strega sia da sempre lo specchio delle ansie collettive verso la libertà delle donne. Come le sorellastre o le eroine dell’horror, anche le streghe ci ricordano che niente fa più paura di una donna che non chiede il permesso.