Quella di Frankenstein è una storia fortemente incompresa. Passata agli annali come pioniera della letteratura gotica, è stata imitata e reinterpretata in mille modi, con estrema concentrazione sulla figura del mostro (o, peggio, dello scienziato pazzo). Per questo anche se sono una grande fan di Guillermo Del Toro, regista che del mostruoso ha fatto il suo marchio di fabbrica, quando ho saputo che stava lavorando al progetto ho temuto il peggio. Ma mi sbagliavo.
Del Toro, che oggi si definisce «in uno stato di depressione post parto», ha aspettato tutta la vita per realizzare la versione perfetta del capolavoro di Mary Shelley. E oggi ce l’ha fatta, perché ha riportato al centro la componente più importante del romanzo: con Frankenstein, non ha fatto un film fantasy né un horror. Ma, proprio come la sua autrice in piena luna di miele, ha fatto un film d’amore. E il risultato è meraviglioso.
Da domani, 7 novembre, il film è disponibile su Netflix.
Il moderno Prometeo
Facciamo già un torto alla grandezza del libro ricordandolo senza il suo sottotitolo, Il moderno prometeo, che ne completa il senso. Come nel mito greco in cui l’eroe porta in dono il fuoco a un’umanità impreparata e viene punito eternamente, la scoperta di Victor Frankenstein è sia progresso che distruzione. Ogni nostra azione, nel bene e nel male, è orientata dalla consapevolezza della nostra finitezza: scardinare questa verità, vincere la morte, significa tracciare la fine della specie così come la conosciamo.

Nella figura di Victor, lo scienziato che «imita Dio», rivediamo l’insolenza e la cecità di Prometeo, ma anche il suo fascino. Come racconta Oscar Isaac, che nel film di Del Toro gli dà splendidamente volto, «Victor, più che uno scienziato, è un artista. Lo si sottolinea nel modo in cui veste, nel modo teatrale in cui si esprime: è un outsider, non solo per il suo passato doloroso ma perché guarda al mondo come da un vetro, convinto che nessuno possa capirlo».
È inizialmente mosso dalla passione, dal desiderio di sapere e di superare chiunque (il padre, in primis). Ma una volta compreso ciò che realmente ha creato, temendo di aver fallito, lo rifiuta e scappa. E l’eterna dannazione di Prometeo diventa anche la sua, visto che il mostro lo inseguirà per sempre. Ma Del Toro non lascia dubbi: «Come tutti i despoti della storia, Victor si sente una vittima, ma non è lui a pagare il prezzo della sua insolenza».
Frankenstein, non chiamiamolo mostro
A vivere la reale tragedia è la creatura, che – rifiutata da chi per primo avrebbe dovuto insegnarle l’amore – vaga per il mondo disperandosi. «Il romanzo è stato scritto da una ragazza di diciannove anni», spiega il regista. «E in gran parte la storia è il risultato di ciò che provava in quel momento, tanto dolore e tante domande». Nel corso del suo esodo, il mostro conosce il dolore e la paura, ma impara l’affetto solo osservandolo indirettamente.

Nel raccontare il dolore del reietto è Mary a parlare, e nel film la voce della creatura è quella di tutti noi. «Non poteva mancare il racconto dal suo punto di vista», spiega Del Toro. «E per questo Frankenstein è un film fortemente biografico. Parla di me, parla di noi, e spero parli a tutti quelli che sono alla ricerca del loro posto nel mondo».
Si mostra così la tragedia della creatura perfetta per definizione: forte, invincibile, immortale, eppure destinata all’infelicità. Davanti all’opera del fratello, il giovane William chiede a Victor: «Mentre assemblavi tutte queste parti del corpo, ti sei chiesto quale fosse il posto dell’anima?», e il resto del film sembra rispondere alla domanda. L’anima non ha un posto, è ciò che ci rende umani, si plasma e coltiva con l’amore: non si crea, non si distrugge, ma si dona e si riceve.
Laddove mancano la cura, l’affetto, la tenerezza, non c’è vita. Per questo nella ricerca del mostro di essere amato ci rivediamo tutti: persino Oscar Isaac, sex symbol che prende il microfono per ammettere candidamente di sentirsi un reietto. «Ho voluto mostrare il diritto umano all’imperfezione», spiega il regista, «e la necessità che abbiamo di capirci in quanto simili».
L’urgenza di Frankenstein oggi
«Non voglio che il film sembri un classico reinterpretato con reverenza», conclude. «A muovermi è stata l’urgenza».
Non c’è compito più necessario, al momento, di ricordarci cosa ci renda umani e come restarlo.
Per questo il film è estremamente fedele al romanzo, persino nella sua natura quasi discorsiva, simil-epistolare, eppure ha importanti differenze. Dalla figura di Elizabeth, che del mostro si innamora, al racconto della creazione. «Il mio Victor, pur rendendosi conto di aver creato il male, ride: è un artista che ha realizzato un’opera, ed è comunque fiero del suo lavoro», spiega Del Toro.

Anche il mostro, un irriconoscibile Jacob Elordi, non è l’ammasso di parti del corpo e punti di sutura entrato nell’immaginario comune: «Ho voluto creare un Frankenstein con le ferite rimarginate, un’opera a suo modo perfetta».
Ma è soprattutto nel finale che Del Toro cambia tutto. «Credo che l’unico modo per raggiungere la pace e ricostruire sia passare per il perdono», spiega. E nella scena finale, in cui – lo anticipo per non lasciare dubbi – si piange assai, si schiude tutto il messaggio di speranza del film. «Quando non si può che esistere per sempre, non resta che vivere», dice il creatore al suo mostro. Anche nel dolore, con il cuore spezzato, con il mondo contro, non resta che provare e riprovare ad amare (e sperare di essere ricambiati). È questo che ci rende umani, il vero miracolo della vita.