Il 5 gennaio non è una data qualunque. Sono passati tre anni da quando Gianluca Vialli se n’è andato, lasciando un vuoto che va ben oltre il calcio. Campione amatissimo, ma soprattutto uomo capace di parlare a tutti, anche a chi di pallone non si è mai occupato. Oggi, nel giorno dell’anniversario della sua scomparsa, c’è un modo semplice e profondo per omaggiarlo: rivedere La bella stagione, il film-documentario disponibile su RaiPlay. Non solo una storia sportiva, ma un racconto di amicizia, vita e coraggio.
Tre anni senza Vialli: un ricordo che unisce
Gianluca Vialli è morto il 5 gennaio 2023 a Londra, a 58 anni, dopo una lunga battaglia contro un tumore al pancreas diagnosticato nel 2017. La notizia ha attraversato città, stadi e generazioni. A Cremona, sua città natale, il suo nome è ovunque: nei murales, nei racconti dei più giovani, nelle celebrazioni che ogni anno lo ricordano come simbolo di talento, umiltà e forza.
Ma il suo ricordo vive anche a Genova, tra i tifosi della Sampdoria, e in tutto il mondo dello sport. Perché Vialli non è stato solo un grande attaccante. È stato un esempio. Uno di quelli che non alzano mai la voce, ma lasciano il segno.
La bella stagione: il film voluto da Vialli
La bella stagione è molto più di un documentario sullo scudetto della Sampdoria del 1991. È un progetto che Gianluca Vialli aveva fortemente voluto, quasi come un testamento emotivo. Un modo per raccontare quella squadra giovane e sorprendente che, all’inizio degli anni Novanta, cambiò per sempre la storia del calcio italiano.
Il film intreccia passato e presente, sport e sentimenti. Attraverso le voci dei protagonisti, dello staff e dei giornalisti, ricostruisce un’avventura epica fatta di sogni, fatica e amicizia. A renderla ancora più intensa è la cornice narrativa che arriva fino all’estate del 2021, alla notte magica di Wembley e a quell’abbraccio in lacrime tra Vialli e Roberto Mancini dopo la vittoria agli Europei. Un cerchio che si chiude, dentro e fuori dal campo.
La Sampdoria degli anni d’oro

Gli anni alla Sampdoria rappresentano il cuore pulsante della storia di Vialli. A Genova, insieme a Roberto Mancini, forma la coppia dei “gemelli del gol“, diventando il volto di una squadra capace di unire talento, bellezza e spirito di gruppo.
Lo scudetto del 1991 resta una pagina irripetibile. Non solo per i trofei, ma per l’atmosfera che quella Samp riuscì a creare: una squadra che era prima di tutto una comunità. Ancora oggi, tra murales, sciarpe e iniziative spontanee, Genova continua a parlare di lui al presente.
Oltre la Samp: la carriera di Gianluca Vialli
Prima di diventare un’icona blucerchiata, Vialli era partito da Cremona, esordendo giovanissimo con la maglia della squadra della sua città. Poi arrivarono i grandi successi con la Juventus, tra scudetti e coppe europee, e l’esperienza al Chelsea, dove seppe reinventarsi anche come allenatore.
La sua carriera non si è fermata al campo. Negli ultimi anni con la Nazionale è stato dirigente, uomo di spogliatoio, punto di riferimento silenzioso. Sempre con lo stesso stile: concreto, ironico, mai sopra le righe.
L’uomo, la malattia, la famiglia

Accanto al campione, c’è sempre stato l’uomo. Gianluca Vialli ha raccontato la sua malattia con una sincerità disarmante, senza vittimismo. Ha parlato di paura, ma anche di prospettiva. Di come la vita cambi quando il tempo sembra accorciarsi.
Al suo fianco, fino alla fine, la moglie Cathryn e le figlie Olivia e Sofia. A loro, e a tutti noi, ha lasciato parole che oggi suonano come un’eredità morale: non darsi arie, ascoltare di più, ridere spesso, aiutare gli altri. Essere un esempio, più con i gesti che con le parole.