Le serie ambientate a Napoli che raccontano la criminalità organizzata camminano sempre su un filo sottile. Da una parte c’è il fascino narrativo di storie ricche di colpi di scena e personaggi profondamente caratterizzati. Dall’altra c’è una domanda che torna puntuale: quanto è giusto rendere “vicini” personaggi che appartengono al mondo della criminalità? Succede anche con Rosa Elettrica – In fuga con il nemico, il nuovo thriller Sky Original con Maria Chiara Giannetta e Francesco Di Napoli, tratto liberamente dal romanzo bestseller di Giampaolo Simi. La serie, composta da sei episodi, prosegue il 15 maggio 2026 con le puntate 3 e 4 su Sky e NOW. A dividere il pubblico, il personaggio di Cocìss, giovane boss che alcuni considerano “troppo positivo”.
La trama di Rosa Elettrica: una fuga tra fiducia e sospetti
Al centro della serie c’è Rosa Valera, giovane agente del Nucleo Protezione Testimoni interpretata da Maria Chiara Giannetta. Il suo primo incarico sembra già più grande di lei: deve proteggere Cocìss, baby boss della camorra deciso a collaborare con la giustizia dopo essere diventato bersaglio di un clan rivale.
Ma qualcosa nell’operazione non torna. Rosa capisce che ci sono omissioni, zone d’ombra, forse tradimenti interni. Così rompe il protocollo e fugge insieme al ragazzo che dovrebbe soltanto scortare. Da quel momento la serie diventa un road movie ad alta tensione: una Mustang del ’73, inseguimenti, dubbi continui e un’Italia attraversata come un territorio sospeso tra salvezza e pericolo.
La regia di Davide Marengo punta molto sulle sfumature emotive dei protagonisti. Cocìss non viene mostrato soltanto come un criminale, è anche fragile, ironico, spaventato. E spesso il confine morale tra lui e Rosa sembra assottigliarsi.
Da Gomorra a oggi: perché i boss in tv diventano protagonisti
Il tema non è nuovo. Negli ultimi quindici anni la serialità italiana ha raccontato la criminalità organizzata in molti modi diversi. Il caso più evidente resta Gomorra, diventata un fenomeno internazionale e capace di trasformare personaggi come Ciro Di Marzio o Genny Savastano in icone pop.
Accanto a Gomorra sono arrivate serie come Mare Fuori, Il cacciatore, Suburra, Romanzo Criminale. Produzioni molto diverse tra loro, ma accomunate da un elemento: i personaggi criminali non sono mai soltanto “cattivi”. Hanno paure, traumi, desideri, legami familiari. Spesso conquistano il pubblico proprio perché vengono raccontati nella loro complessità.
È una scelta narrativa efficace. Le storie funzionano quando i personaggi hanno contraddizioni. Ma è anche una scelta che porta con sé interrogativi etici. Perché quando il criminale diventa affascinante, empatico o addirittura eroico, il rischio di romanticizzare quel mondo esiste davvero.
Nel caso di Rosa Elettrica il rischio quello di una “umanizzazione rischiosa”. Movieplayer, per esempio, osserva che “umanizzare un criminale potrebbe essere un rischio” e definisce Cocìss un personaggio costruito con una forte “soffiata d’umanità”.
Il rischio dell’emulazione tra i più giovani
Il punto più delicato riguarda soprattutto i giovanissimi. In territori dove la criminalità organizzata è una presenza concreta, la rappresentazione televisiva dei boss può avere un impatto culturale forte.
Da anni sociologi, educatori e osservatori dei media discutono sul possibile effetto emulativo di alcune serie crime. Il problema non è raccontare la criminalità. La fiction ha sempre esplorato il male. La questione è il modo in cui lo fa.
Quando il boss diventa il personaggio più carismatico, quello con le battute migliori o con il percorso emotivo più intenso, il confine tra critica e fascinazione può diventare ambiguo. È successo con Gomorra, accusata più volte di aver trasformato i criminali in modelli estetici e comportamentali per molti adolescenti. Abbigliamento, linguaggio, atteggiamenti: alcuni personaggi sono entrati nell’immaginario collettivo quasi come star musicali.
Naturalmente esiste anche la posizione opposta. Molti autori e critici sostengono che raccontare l’umanità dei criminali non significhi assolverli. Anzi. Mostrare le fragilità, le ferite e le contraddizioni servirebbe proprio a evitare una rappresentazione superficiale del male.
Anche Rosa Elettrica sembra muoversi su questo equilibrio. La serie prova a raccontare due ragazzi che cercano una via d’uscita dai ruoli imposti. Rosa combatte contro il sistema. Cocìss contro il destino che sembra già scritto.
È giusto raccontare boss “simpatici” nelle serie tv?
Non esiste una risposta unica. E forse è proprio questo il motivo per cui serie come Rosa Elettrica fanno discutere. C’è chi pensa che la serialità debba assumersi una responsabilità culturale maggiore, soprattutto quando parla a un pubblico giovane. E chi invece difende la libertà narrativa, ricordando che la complessità dei personaggi è il cuore stesso della grande fiction contemporanea.
Di certo il successo di queste storie racconta qualcosa anche del pubblico. Forse oggi ci interessano proprio i personaggi ambigui, quelli che mettono in crisi le categorie semplici di bene e male. Personaggi che sbagliano, oscillano, cambiano. Il rischio, però, resta reale. E ogni nuova serie ambientata tra criminalità, periferie e potere criminale riapre la domanda: si sta raccontando il male e la degenerazione della morale o si sta rendendo tutto ciò un modello?