«Ed è un poco la notte e un poco l’alba. Noi, bambini di allora siamo stati quello, il Friuli è stato quello. Un po’ tenebra e un poco splendore». Apre con i versi del poeta friulano Luigi Cappello l’ultimo romanzo di Ilaria Tuti. Dopo aver conquistato oltre un milione di lettori e portato il suo Friuli ferito dalla Storia al centro della narrativa italiana contemporanea con romanzi come Fiore di roccia e Risplendo non brucio, la scrittrice – autrice anche della serie sul commissario Teresa Battaglia, iniziata nel 2018 con Fiori sopra l’inferno – torna con Ed è un poco la notte e un poco l’alba (Longanesi). Ambientato nel 1944, durante l’occupazione da parte dei cosacchi, russi del Don pagati dai tedeschi per tenere a bada i partigiani in Carnia, il libro riporta alla luce la tradizione dei “santuari del respiro”, in cui i neonati morti senza battesimo venivano portati nella speranza di un ultimo soffio di vita, come in una sorta di benedizione laica prima della sepoltura.
La trama del nuovo romanzo di Ilaria Tuti
Serafina, custode di questo antico sapere sospeso tra fede, superstizione e pietà, è una donna ruvida, cresciuta da nonna Silva, che le ha insegnato tutto sul potere taumaturgico delle erbe. Ha subito uno stupro da ragazzina, perso il figlio e vive da sola ai margini del bosco, fino all’occupazione della sua casa da parte di tre cosacchi. Ma si accorge di avere risorse di resilienza impensate e, alla fine, la sua esistenza piena di “vuoti” sarà colmata da inaspettati doni del destino. Ilaria Tuti riporta alla memoria un evento storico poco noto ricordandoci che, anche nelle epoche più oscure, esiste spazio per la luce. Ed è in quel confine fragile tra notte e alba che le persone continuano a riconoscersi come umani.
Ilaria Tuti racconta il suo Friuli ferito dalla Storia
Ci sono storie che emergono dalla nebbia del tempo. Come nasce l’idea di parlare dei santuari del respiro?
«Ho sempre avuto una passione per la storia friulana. I santuari del respiro facevano parte del mio immaginario, prima o poi avrei dovuto indagare il tema, anche perché la maternità, anche negata, è sempre centrale nei miei libri. Stavolta volevo raccontarla non come spinta creatrice, ma dal lato oscuro, come un controcanto».
Il romanzo è ambientato durante l’invasione cosacca del Friuli nella Seconda guerra mondiale. Un evento traumatico, ma affascinante dal punto di vista culturale.
«Dopo le guerre c’è l’esigenza di andare avanti, di lasciarsi alle spalle il male. Ma capire che cosa abbiano comportato le invasioni dei territori, per le persone, è fondamentale. E la letteratura ha questo superpotere: racconta gli esseri umani che hanno vissuto quegli eventi, mostrando che nelle tragedie spesso emergono forme di solidarietà profonda, come quella tra friulani e cosacchi»
Nel libro due popoli destinati alla sofferenza sono costretti a convivere.
«Il conflitto cancella le identità individuali, le persone si riconoscono nel dolore reciproco. Nel caso di friulani e cosacchi, anche nella fede. La guerra a volte unisce più della pace: nei periodi sereni prevalgono gli egoismi, nella resistenza prevale lo spirito di comunità».

Serafina, una protagonista fuori dagli schemi
Serafina è una donna fuori dagli schemi: selvatica, mascolina, appassionata di meccanica.
«Scrivo di donne imperfette: sono quelle che ci obbligano a riflettere. Serafina è divisa come lo ero io: cresciuta in un paese del Friuli, sentivo che chi viveva in città aveva più opportunità. Solo più tardi ho recuperato il rapporto con la mia terra e ho capito che puoi costruire tante possibilità anche restando legata alle tue radici».
Nonna Silva è uno dei personaggi più intensi: sceglie la compassione, una forma di fede laica.
«La fede religiosa nella storia spesso ha alzato muri tra i popoli. La compassione, invece, costringe a guardare chi hai davanti, a sospendere il giudizio e comprendere il dolore dell’altro. Silva rappresenta la compassione umana che va oltre la religione. Aiuta le donne a sopportare il dolore più grande, perdere un figlio, e va avanti con determinazione, anche se la chiamano “eretica”».
Naso Rotto, Mongolo, Guerriero, Larisa e il principe Donskoj. I cosacchi portano dolori e gioie.
«Oltre alla violenza, all’occupazione delle case, aprono scuole e negozi. Il pope cosacco divide la chiesa col parroco locale. È un messaggio attuale, ci ricorda che certi valori sono universali. E poi i cosacchi portano in dono a Serafina Ivan e la piccola Natascia, orfani che le fanno provare per la prima volta quell’amore assoluto che non ha mai avuto da un uomo, dai genitori, dal figlio naturale nato morto».
Ilaria Tuti e il valore della memoria
Un tema ricorrente nei suoi romanzi è quello delle donne dimenticate dalla grande Storia. È una forma di militanza femminista?
«Per me è una forma di resistenza. Raccontare quello che le nostre ave hanno attraversato è fondamentale, perché i diritti di cui godiamo arrivano da loro. Serafina, anche quando diventerà madre, non rinuncerà al sogno di studiare meccanica a Udine. Non possiamo abbassare la guardia sui diritti delle donne: bisogna vigilare, nulla è acquisito per sempre».
Nei suoi libri la memoria non è nostalgia, è viva e continua ad agire nel presente.
«La memoria è lo spessore di ciò che siamo, l’humus su cui attecchisce ciò che diventeremo. Se non conosci il passato, non puoi capire il presente. Persino mia figlia, che ha 9 anni, mentre scrivo i romanzi, mi fa domande su queste storie. In Friuli, poi, il terremoto del 1976 ha innescato un senso di appartenenza più forte, una fiammata di spirito etnico che difficilmente si trova nella storia moderna occidentale. Questo dover sempre ricostruire ci ha inorgoglito e legato ancora di più al nostro territorio».
Il rischio di disumanizzazione è costante. È un tema che sente urgente?
«Quello che percepisco più forte è la mancanza di speranza. Quando ero ragazza, mancavano i mezzi, ma c’era la convinzione che si potesse migliorare. Oggi vedo i giovani convinti che la loro condizione non potrà cambiare: è devastante, perché smettono di rischiare, investire, sognare. Oggi giochiamo tutti in difesa, e così si spegne la scintilla che porta l’umanità a evolvere».
Dopo il successo dei libri e della serie Rai con Elena Sofia Ricci su Teresa Battaglia, cosa sogna come autrice?
«Il mio sogno rimane raccontare storie, per me è vitale. Adoro anche incontrare i lettori, vedere l’affetto che nasce attorno ai miei libri, i legami che si creano. Anche se per carattere, soprattutto all’inizio, mettermi su un palco è stato difficilissimo».