Da Natale in casa Cupiello in poi, ogni napoletano sa che il cenone può nascondere pericolose insidie. Perciò l’anno scorso, quando seppi che la famiglia di mia moglie sarebbe venuta a trascorrere le feste da noi, tremai.

I miei suoceri, più la nonna, calarono dalle brume del Nordest direttamente la Vigilia. Scaricarono dall’auto bagagli da re magi e poi, boccheggianti per i 18 gradi che avevano trovato, posero la fatidica domanda: «È lontana via S. Gregorio Armeno?». Ovvero il celebre, antichissimo decumano, cuore pulsante dell’arte presepiale partenopea. «No» risposi «ma è il 24, ormai sarà tutto chiuso». Il padre di mia moglie mi tirò da parte: «È per la nonna… Non c’è mai stata, chissà se avrà un’altra occasione!». Dinanzi a una simile profezia, cedetti. A sorpresa, però, la nonna rinunciò. Lui, invece, sotto il rametto di vischio appeso alla porta, scalpitava in dialetto veneto: «Avanti ’ndemo, ’ndemo!».

Contrariamente alle mie aspettative, S. Gregorio era un formicaio. Più che la Vigilia sembrava l’Immacolata, quando per tradizione a Napoli cominciano i preparativi del Natale e si accendono le luminarie per le strade. Tra la folla del last minute si aggiravano persino un paio di zampognari. Le statuine dedicate alle celebrità conquistarono subito mio suocero, che si fece fotografare con Diego Maradona, Donald Trump e Papa Francesco. Ma ammirò anche l’infinito repertorio classico, fatto di presepi delle più svariate fogge e dimensioni, pastori dipinti o con i vestiti di stoffa, animali da cortile, ceste di frutta dove le mele sembravano capocchie di spillo e automi elettrici che ripetevano all’infinito il gesto di un mestiere.

Alle 8 in punto, come per magia, le bancarelle scomparvero. Tutti a cucinare! Rincasammo pure noi: e trovammo la sorpresa. Ah, quanto aveva ragione Eduardo De Filippo nella sua opera teatrale! Il decumano era stato solo un diversivo per farmi uscire e sabotare il menu del cenone. Ecco perché i parenti dal Nord avevano tanti bagagli: celavano polenta, lesso, cappone in brodo…

«Sono le 9, non si può cucinare ora!» tentò mia suocera. Io ribattei: «Eh, no. Qua siamo al Sud, si mangia tardi! Di carne s’andrà domani, e giocheremo pure a tombola: come fa tutta Napoli dal 1734, quando Carlo di Borbone vietò il Lotto nelle festività». Antipasti di mare, pizza di scarola e insalata di rinforzo erano già pronti. In un lampo comparvero sui fornelli vongole e spaghetti, e alle 22 eravamo in tavola. A lume di candela, i miei battaglioni di calamari e capitone fritti travolsero i nordici crostini di baccalà mantecato, e stessa sorte toccò al pandoro di Verona, accerchiato da struffoli, raffioli e roccocò: la tradizione era salva.

«Che beo…» mormorò la nonna nella satolla quiete del dopo cena, contemplando il presepe in un angolo della sala. Pastori, lucine, monti di sughero, casette di cartone pressato, il ruscello che scorreva e il mulino che girava l’avevano incantata: «Go magna’ da sciopàr, ma so’ sta’ coe persone che me voe ben» mormorò. Le sorrisi: «Tranquilla: un po’ di limoncello, e dormirà come un angioletto!»
Il pendolo suonò la mezzanotte e al buio accendemmo le stelline scintillanti. Mentre tutti ci scambiavamo gli auguri, guardai mio figlio deporre il Bambinello nella culla: «E adesso corro a letto!» esclamò eccitato «che se Babbo Natale mi trova ancora sveglio, sotto l’albero non mi lascia niente!».

CHI È L’AUTORE
Flavio Pagano, 54 anni, napoletano, è sposato e ha 2 figli. Quest’anno ha vinto il premio dell’Unione italiana stampa medico-scientifica per la serie di articoli sull’Alzheimer pubblicata su Donnamoderna. com. Il suo ultimo libro La cucina che mi ha fatto dimagrire (Sperling & Kupfer), scritto con lo chef Pietro Parisi, diventerà una fiction.