Un’istantanea di Michela Murgia stampata nella mia memoria la ritrae in un albergo di Firenze, una domenica mattina, circondata dalle sue amiche. Riconosco, tra le altre, Teresa Ciabatti e Valeria Parrella. Sono tutte scrittrici, mi dico. Fanno lo stesso lavoro, potrebbero essere divorate dalla competizione, eppure l’autenticità dei loro sguardi complici è una brezza di primavera che raggiunge il mio tavolo.

Michela Murgia e l’amicizia

E allora partiamo da qui: cos’è l’amicizia per te?
«È la possibilità di un modello alternativo alla famiglia. Ho sempre patito, nelle relazioni familiari, l’idea che non mi fosse data una scelta, né di nascere, né di avere quei determinati parenti. Ma se dovessi pensare a un mondo mio, lo penserei dentro la scelta totale. Gli amici negli anni sono stati il mio conto in banca, il mio antidepressivo, la mia casa al mare, il mio rifugio quando ho avuto paura. L’amicizia femminile, poi, è una scoperta della maturità. Da giovanissima ho creduto alla leggenda nera che le donne tra loro si volessero male, fossero ingenerose. Man mano che diventavo più femminista, mi scoprivo più amica delle donne, accorgendomi che mi ero persa un sacco di anni, di potenzialità».

Quando nasce il tuo gruppo di amiche scrittrici?
«Nasce l’anno in cui Teresa Ciabatti gareggia per lo Strega. Sentivamo l’esigenza di starle vicino perché partecipare allo Strega significa esporsi a una serie di attacchi che non c’entrano niente con quello che hai scritto. E così Caterina Bonvicini apre questo gruppo WhatsApp per sostenerla. Dal rilanciare le uscite stampa a consigliarle il vestito per la finale. Siamo in 9 e non ci siamo più lasciate. Quando esce il libro di una di noi, ne abbiamo visto le bozze, ci veniamo in soccorso se c’è un’esposizione pubblica, scendiamo in piazza assieme per questioni sociali. Abbiamo capito che dovevamo organizzare il nostro modo di essere scrittrici, perché quello che scriviamo non basta a fare la differenza. Gli uomini non sono soli: esistono le chat del calcio, dove si parla di Juve ma si decidono anche nomine, partecipazioni a premi…».

Come siete viste nel mondo dell’editoria?
«Tu cerchi di organizzare una dinamica di rete, ma il contesto ti riconosce come una tribù. Siccome 9 donne che fanno lo stesso mestiere dovrebbero essere concorrenziali l’una all’altra, quando il sistema rileva l’anomalia si chiede: se non ce l’hanno l’una con l’altra, chi è il loro nemico?».

Posso sapere il nome del gruppo su WhatsApp?
«Mi uccideranno, ma te lo dico: Patapi. Che è la crasi tra “patate”, un insulto che ci hanno rivolto (“Adesso fate il club delle patate”), e api, perché funzioniamo come un alveare. Ci siamo regalate una spilla a forma di ape. Quando la indossiamo, lo capiamo solo noi. Ed è bello, ci sentiamo protette».

Morgana: il libro di Michela Murgia con Chiara Tagliaferri

Questa settimana esce con Donna Moderna il libro Morgana, che hai scritto con Chiara Tagliaferri. Con quale delle donne che hai raccontato vorresti una chat aperta?
«Sarebbe stato divertente essere in chat con Moira Orfei o con quella squinternata di Madonna, ma quella che ammiro di più è sicuramente Marina Abramovic, anche se non so se vorrei stare in una chat con lei. Non tutte le Morgane mi stanno simpatiche, ma non è questo il punto».

Morgana Murgia
In edicola
Morgana. Storie di ragazze che tua madre non approverebbe (Mondadori, 2019), di Michela Murgia e Chiara Tagliaferri, è in edicola questa settimana (a partire dal 4 marzo) con Donna Moderna in occasione della Festa della donna al prezzo di € 9,90 (prezzo rivista esclusa).

Sono “storie di ragazze che tua madre non approverebbe”. Neanche la tua, di madre?
«Sicuramente non avrebbe voluto che io uscissi con Moana Pozzi, ma per il resto era una vera anticonformista. Con lei ho respirato tutto l’estremismo possibile. Ho una foto che lo racconta. Lei e papà, uno di fianco all’altra, guidano una manifestazione contro una base militare che volevano installare nel mio paese. Io sono nella sua pancia. La base non la misero e io già stavo imparando da mia madre a dire no. Questa è una cosa preziosa».

 

Murgia Stai zitta
In libreria
Stai zitta. E altre nove frasi che non vogliamo sentire più, l’ultimo saggio di Michela Murgia, appena uscito per Einaudi

Sei stata una cattolica militante, com’è cambiato negli anni il tuo rapporto con la religione?
«Non ho mai passato un giorno in crisi di fede. Mai. Il mio rapporto con Dio non è conflittuale. E questo è merito di alcune teologhe che mi hanno mostrato, scritture alla mano, un volto di Dio che non discrimina le donne. Quanto alla Chiesa, penso che sia un’istituzione che vada cambiata dall’interno, come sta succedendo da 50 anni e come dimostra Francesco».

Come alimenti la tua fede?
«Prego tanto: è il mio rito quotidiano prima di dormire. Quando dico il rosario non penso alle parole. Nemica della fede è la mania di controllo. E la mania di controllo in me si esprime con il pensiero costante, l’idea che la razionalità possa dominare la realtà. Se devo pensare a quello che sto leggendo, Dio sono io. Avere a disposizione uno strumento di preghiera che mi permette di disinnescare la mia attenzione ossessiva sul presente è il modo migliore per avvicinarmi a una condizione spirituale».

L’infanzia di Michela Murgia

Che infanzia hai avuto in Sardegna?
«Quando avevo 9 anni ci trasferimmo da Cabras, 10.000 abitanti, in una località molto più selvaggia e disabitata dove io e mio fratello siamo cresciuti come 2 piccoli Robinson Crusoe: San Giovanni di Sinis. Mio padre faceva i biglietti sugli autobus e mia madre provava a vivere di turismo con un negozio di artigianato. Quando avevo 14 anni, decisero di aprire assieme un ristorante, hanno investito tutto su quello. Mio fratello alla scuola alberghiera, io al perito aziendale: la strada era tracciata. Io però volevo di più. Volevo essere pienamente felice, volevo sentirmi realizzata, volevo essere utile. La retorica delle radici non l’ho mai condivisa. Gli alberi hanno le radici, le persone hanno i piedi e i piedi servono per spostarsi, per cui volevo andar via. Mia madre capì, mio padre no».

È a quel punto che sei andata a vivere dai tuoi zii, seguendo l’antico istituto sardo dell’affiliazione elettiva.
«È stato naturale per me arrivare a casa loro. Li ho amati come 2 genitori senza smettere di amare i miei. Mi hanno consentito di cambiare strada tutte le volte che avevo l’impressione di perdermi anziché di procedere».

La genitorialità condivisa

Questa modalità condivisa di crescere figli ti ha salvato la vita. Non trovi che aiuterebbe molte donne oggi a uscire dal dilemma della scelta tra un figlio e un lavoro?
«Non solo. Lo Stato continua a riconoscere come famiglia soltanto ciò che si basa su una scelta di coppia. Se 4 persone decidono di prendersi una casa assieme, come abbiamo fatto noi durante il lockdown, e di vivere gli ultimi 20 anni della loro vita in amicizia, per quale motivo non dovrebbe esistere una modalità per riconoscerli famiglia? Questa cosa è già realtà nel mondo dei ricchi, perché i ricchi non hanno bisogno di diritti. Ma se io e i miei amici avessimo bisogno di accedere a un’agevolazione di mutuo per famiglie o a una lista di assegnazione di case pubbliche, non potremmo perché la nostra compagine non sarebbe riconosciuta. Pensa cosa potrebbe voler dire per gli anziani soli poter andare a vivere tra amici».

Anche tu hai “figli d’anima”, ben 4, come li hai scelti?
«Non li scegli mai tu, ti scelgono loro. Tu puoi dire di no. Ma prima devi valutare tutte le cose che stai facendo morire con quel no. Però io l’ho fatto. Qualunque ragazzino a 16-17 anni vuole altri genitori. Se si porta dietro una situazione di conflitto, quello è un buon motivo per dire di no. Se invece ha una passione che nella sua famiglia d’origine non potrà fiorire, lì la responsabilità è diversa».

Hanno vissuto con te?
«Non tutti. Alcuni per lunghi periodi, altri solo d’estate. È sempre difficile spiegare al mondo, o a un compagno, che un bambino di 10 anni verrà a stare con noi. Il contesto ti chiede: tu chi sei per lui, lui chi è per te? Se non hanno un nome da darti, ti contrastano».

Hai appena pubblicato un nuovo saggio, Stai zitta. Ancora una volta un testo da combattente.
«Per me scrivere è un modo per cambiare la realtà. Faccio fatica con la narrazione pura. Per scrivere Accabadora ci ho messo 3 anni, per scrivere Chirù 6. Non sopporto l’idea che ci voglia così tanto lavoro per una cosa che alla fine non provoca neanche uno sciopero sindacale. Stai zitta è un libro che mi immagino in mano alle ragazze in manifestazione».