«C’era una volta… “Un re!” diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno». Con uno degli incipit più a effetto della storia della narrativa per l’infanzia Carlo Collodi iniziava Le avventure di Pinocchio. Le scrisse a 55 anni, inizialmente a puntate su una rivista per bambini tra il 1881 e il 1882. Solo nel 1883 furono pubblicate in un volume, che da allora è diventato uno dei più letti, studiati, interpretati, sceneggiati, illustrati e rappresentati.

Pinocchio al cinema

Al cinema Pinocchio vanta qualcosa come 16 film. Il primo è muto, del 1911; il più famoso è il cartoon targato Disney, del 1940. Nel 2002 arrivò Roberto Benigni (con Vincenzo Cerami alla sceneggiatura e Nicola Piovani alla colonna sonora): grazie alla sua verve e al fisico minuto, l’attore e regista toscano riusciva a essere credibile nei panni del birichino burattino di legno, e la sua rilettura della fiaba si rivelò vincente.

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Nel nuovo Pinocchio, diretto da Matteo Garrone, Benigni diventa Geppetto, l’anziano, tenero e nostalgico papà del burattino. L’atmosfera è visionaria, ipnotica. Perché qualunque artista o intellettuale metta le mani sull’opera di Collodi, ne rimane affascinato. Ed è in grado di trarne una versione sempre attuale. Ad analizzare la storia del burattino, a sfrondarla da un linguaggio antiquato, a porre l’attenzione sulla modernità del suo insegnamento è anche lo psichiatra Vittorino Andreoli in un “saggio-riscrittura” uscito per Bur.

Mentre Garrone privilegia la narrazione fiabesca, l’incanto di una storia senza tempo ancora capace di commuovere, Andreoli punta il suo occhio esperto sulla morale, l’aspetto pedagogico della favola. «Collodi aveva un chiaro intento educativo» spiega. «Voleva raccontare della formazione di un bambino e lo fece usando un esempio straordinario: quello di un burattino che diventa un fanciullo in carne e ossa. Però bisogna tenere conto che viveva alla fine del 1800 ed era influenzato dai princìpi del suo tempo».

Pinocchio contiene un messaggio rivoluzionario

Nel 1859, qualche anno prima della pubblicazione di Pinocchio, in Italia nasce la scuola dell’obbligo. Dura solo fino alla seconda elementare. «Comunque fu una svolta: fino ad allora l’istruzione era affidata ai precettori e alla Chiesa e perlopiù riguardava le famiglie bene. Collodi scrive una fiaba proprio per la scuola». E che si parli di scuola è evidente: all’inizio quando Geppetto vende la casacca per comprare l’abbecedario per il suo burattino e alla fine quando finalmente Pinocchio sembra avere un nuovo comportamento e decide di studiare per diventare un bravo bambino. «Però quella favola, bellissima, è oggi da museo per quanto riguarda i principi educativi» spiega Andreoli. «Ho cercato quindi di aggiornarla e renderla utile. E di puntare l’attenzione su quelli che sono invece i temi rivoluzionari e senza tempo».

Ma quali erano i princìpi ai tempi di Collodi? «Dominava il positivismo, l’idea che un bambino non fosse altro che un sacco vuoto che andava riempito e l’adulto il risultato di quello che ci mettevi dentro». A mettere in crisi quel modello, arrivò Maria Montessori «che sosteneva che il bambino non ha bisogno di niente se non di essere accompagnato perché ha dentro l’energia che lo porta a crescere e ad adattarsi all’ambiente». Esempi di educazione preformata sono però evidenti in Pinocchio. Nei carabinieri che lo mandano in prigione o nel Grillo parlante: «Quel tipo petulante che non fa altro che ripetere: non fare questo, non fare quello, fai così e fai colà. A un certo punto Collodi però se ne sbarazza facendolo spiaccicare sul muro».

Pinocchio educa all’affettività

La storia di Collodi è piena di trovate straordinarie: quello che conta è il crescendo di avventure, che in fondo è un inno all’infanzia e un’educazione alla vita. «La formazione, come la intendiamo oggi, non è solo educare al comportamento, ma agli affetti, alla sensibilità» sottolinea Andreoli.

In Pinocchio ci sono 2 grandi educatori: «Geppetto, che non rimprovera mai il suo burattino perché gli vuole bene, e la Fata Turchina, che mai una volta gli dice “Sei cattivo!” ma con l’esempio e l’amore lo aiuta a crescere». Non solo. «Alla fine Pinocchio si responsabilizza, diventa lui quello che sostiene e aiuta la Fata malata e il papà anziano e debole. Diventa un bambino affettivo». E la bugia che gli fa crescere il naso? «Tutti i bambini le dicono. È l’espressione dei loro desideri. Se li si aiuta a realizzarli, abbiamo raggiunto uno scopo. Ed ecco qual è la grandezza di Collodi: insegna l’affettività, a essere buoni, ad avere desideri, ad aiutare. Per questo è moderno».

La “riscrittura” di Vittorino Andreoli

Quante cose può ancora insegnare Pinocchio ai bambini e genitori di oggi? È la domanda da cui parte Pinocchio (Bur-Rizzoli) di Vittorino Andreoli, riscrittura del classico di Carlo Collodi. Il grande psichiatra ha adattato la fiaba ai giorni nostri, analizzandone le metafore e la morale. Un’operazione che già aveva fatto nel 2015 con Peter Pan di James M. Barrie.

Lo psichiatra Vittorino Andreoli

Lo psichiatra Vittorino Andreoli

La versione illustrata di Pinocchio e il musical a teatro


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È fedele alla storia Le avventure di Pinocchio (Rizzoli) illustrato da Justin Brax. Lavorando con acrilici, collage e ritocchi digitali, l’artista francese ha dato una nuova vita ai personaggi di Collodi, puntando sugli aspetti più commoventi e cupi.


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Pinocchio reloaded è la versione in musical della fiaba. Un po’ rock, surreale e trasgressiva, adattata per piacere ai ragazzi della Generazione Z, è firmata Show Bees e FATTORE K, con la regia di Maurizio Colombi, già autore di We will rock you e dei musical Rapunzel, La regina di ghiaccio e Peter Pan.