Come è iniziato il viaggio

Al salone del libro di Torino quest’anno, tra il musicista Vinicio Capossela e la scrittrice Donatella Di Pietrantonio, a parlare di viaggi e viaggiatori c’era Tony Wheeler. Chi altri poteva raccontare il bagaglio di esperienze, cultura e novità che un viaggio porta con sé? Wheeler è colui che ha creato 50 anni fa, con la moglie Maureen, le Lonely Planet, le mitiche guide che tutti noi almeno una volta abbiamo messo in valigia. Inglese, 76 anni, volto aperto e simpatico, si racconta. «Tutto è iniziato nel 1972, quando io e mia moglie Maureen eravamo due 20enni e decidemmo di intraprendere quello che si chiamava ”hippie trail”, il viaggio attraverso l’Europa e l’Asia meridionale: Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan, India e Nepal. Su quell’itinerario c’erano poche notizie disponibili e così abbiamo pensato che qualcuno dovesse darle: noi».

L’intervista a Tony Wheeler

Che viaggio è stato?

«Uno dei migliori che abbia mai fatto: un po’ perché è stato lungo, e i viaggi lunghi sono quelli che ti restano di più dentro; un po’ perché eravamo giovani, con tanto entusiasmo e voglia di scoprire il mondo; un po’ per i Paesi che abbiamo visitato e per il periodo che stavamo vivendo».

Tony e Maureen sbarcano a Exmouth, North West Cape, Australia occidentale, 1972 (foto Richard I.Ans
Tony e Maureen sbarcano a Exmouth, North West Cape, 
Australia occidentale, 1972 (foto Richard I.Anson)

Che periodo era?

«I giovani che viaggiavano 50 anni fa non erano poi così differenti da quelli di oggi. Ma in qualche modo eravamo dei pionieri, perché i nostri genitori non erano abituati a spostarsi. Improvvisamente gli orizzonti erano diventati più ampi: si attraversava l’Asia, si andava in Africa o Sud America. Le informazioni erano poche perché non c’erano né i computer né Internet. Per questo le Lonely Planet hanno avuto subito successo».

Da dove viene il nome Lonely Planet

Da dove viene il nome Lonely Planet?

«In realtà da un errore. Mi piaceva la canzone Space Captain che Joe Cocker scrisse nel 1970 e che si trova nell’album Mad Dog & Englishmen. La prima strofa fa: “Once I was travelling across the sky, this lovely planet caught my eye” (Mentre una volta stavo viaggiando nel cielo, questo adorabile pianeta attirò la mia attenzione, ndr). Io però capii “lonely planet”: un errore durato 50 anni».

Si è mai chiesto il motivo di tanto successo? Cosa hanno in più le Lonely Planet rispetto alle altre guide?

«Siamo stati i primi. Anche se all’inizio le guide non erano poi così buone ed eravamo alla ricerca di viaggi da fare con pochi soldi. Con gli anni abbiamo acquisito sempre più professionalità. Oltre alle semplici informazioni di viaggio, abbiamo sempre cercato di fornire notizie culturali, economiche, storiche. E poi c’è il messaggio, che è rimasto sempre uguale: il viaggio è importante, è il modo in cui le persone di diversi Paesi, culture, vite si incontrano».

Oggi di cosa è fatto il mondo Lonely Planet, oltre alle guide?

«I libri sono sempre l’elemento chiave. Ma c’è anche un archivio di foto, il mondo digitale, un programma tv. Anche io ora quando viaggio uso la versione digitale delle guide sul mio tablet».

Cosa significare viaggiare secondo Tony Wheeler

Cosa rappresenta il viaggio per lei? Che filosofia c’è dietro?

«È sempre una combinazione di vari fattori: a volte è solo un viaggio, altre la scoperta di posti nuovi. L’ispirazione può venire  da un libro, un film, un documentario, una visita a un museo, una conversazione con un amico. Un viaggio che ho fatto in Africa lo scorso anno prevedeva anche una visita in ospedali e siti archeologici in Uganda e in una scuola in Somalia. Tutti momenti collegati al lavoro che stiamo facendo con la nostra Planet Wheeler Foundation (che si occupa di salute, educazione e diritti umani, ndr). Ora invece ho appena terminato il 45° giorno di un viaggio da casa mia, a Londra, a Melbourne, Australia, e ritorno. Passando dalla Corea del Sud, il Giappone, l’Alaska, il Canada, gli Stati Uniti, l’Italia, la Svizzera e la Francia».

Tony Wheeler in Bangladesh (foto Richard I.Anson)
Tony Wheeler in Bangladesh (foto Richard I.Anson)

Che emozioni le dà ancora viaggiare?

«Passo dallo stupore perché non ho mai sentito parlare di un tale posto alla delizia perché magari non me lo aspettavo così bello».

C’è ancora qualche Paese che le piacerebbe visitare?

«La lista è lunga: l’Algeria è in cima. È l’unico Paese lungo la costa settentrionale dell’Africa in cui non sono stato. Algeri sembra una città interessante con le sue rovine romane. Poi ci sono i due Paesi che stavo per visitare quando la pandemia ha bloccato per un po’ tutti i miei piani: Uruguay e Paraguay».

Tony Wheeler in India nel 1997 (foto Richard I.Anson)
Tony Wheeler in India nel 1997 (foto Richard I.Anson)

E tra i viaggi fatti, oltre all’hippie trail, quali altri le hanno segnato la vita?

«Di nuovo l’Asia nel 2017, ma nella direzione opposta, da Bangkok a Londra, lungo la Via della Seta: eravamo un gruppo su vecchie auto sportive britanniche. È ​​stato molto divertente. Poi c’è stato un viaggio sulla costa occidentale dell’Africa, sempre in un gruppo, su un vecchio aereo, andando in Paesi spesso difficili da visitare: Angola, Gabon, Repubblica Centrafricana».

Cosa mette in valigia il papà della Lonely Planet

Mi tolga una curiosità: lei cosa mette in valigia? C’è qualcosa di cui non può fare a meno?

«Di sicuro la carta di credito e il passaporto. Per il resto prendo quello di cui ho bisogno mentre procedo. Perdere le valigie può essere una buona cosa perché ti fa capire quello di cui hai veramente bisogno. Io per esempio viaggio leggero, col solo bagaglio a mano. Però ho sempre il mio laptop, che uso come taccuino per prendere appunti».

L’UlisseFest: il festival dei viaggiatori

Tony wheeler è uno degli ospiti della Lonely Planet UlisseFest, a Pesaro dal 13 fino al 16 luglio, il festival del viaggio organizzato dalla casa editrice EDT, partner unico di Lonely Planet in Italia, che da quasi 30 anni pubblica le famose guide. Oltre a lui, tanti altri viaggiatori, blogger e scrittori. Tema di quest’anno: “Tra caos e poesia”, perché ogni viaggio è un precario equilibrio fra questi due estremi, un momento in cui le sfide che affrontiamo si trasformano in nuova energia (www.ulissefest.it).