Chi sono i NEET in Italia, gli under 30 senza lavoro

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Vincenzo Petraglia

Li chiamano Neet: sono i ragazzi che non studiano, non hanno un impiego e spesso non lo cercano neppure. Le ragioni? La crisi, certo. Ma anche la mancanza di fiducia in un Paese che li considera una merce da sfruttare, non una risorsa da valorizzare. Come raccontano 3 di loro

In Italia 7 giovani su 10 abitano ancora con la famiglia di origine, rivela l’Annuario 2017 dell’Istat. Sono 8,6 milioni di uomini e donne sotto i 35 anni che spesso vivono questa condizione non come una scelta, ma come una costrizione. La causa? La mancanza di un lavoro o di entrate sufficienti a garantire loro una casa propria. Fra questi ragazzi 2,2 milioni sono Neet: acronimo che sta per “Not in Education, Employment or Training” e indica i giovani nella fascia d’età 15-29 anni che non studiano, non hanno un impiego e non fanno formazione, spesso perché sfiduciati da una generalizzata mancanza di prospettive. Un’emergenza sociale che, seppure nel 2016 abbia fatto registrare un calo (l’incidenza sul totale dei giovani è passata al 24,3% dal 25,7% dell’anno precedente), rimane comunque un grosso ostacolo per la crescita del nostro Paese.

L’Italia detiene la quota più elevata di under 30 inattivi all’interno dell’Unione europea (il 24,3% contro una media del 14%) ed è al secondo posto, dietro la Grecia, per disoccupazione giovanile (38,9%). Entrambi i dati, se si esclude una lieve frenata nella seconda parte del 2016, sono in crescita da 3 anni (fonte: Istat)

Il (semi) fallimento di Garanzia Giovani

Neppure strumenti come Garanzia Giovani, il programma lanciato nel 2014 e destinato proprio ai Neet, hanno fatto registrare risultati significativi. «Il vero problema» spiega Romano Benini, docente di Politiche del lavoro all’unversità La Sapienza di Roma, «è che tra il 2008 e il 2014 l’Italia ha disinvestito in servizi al lavoro, miglioramento delle competenze e affiancamento dei giovani. In Francia e Germania operano oltre 100.000 addetti all’orientamento, da noi appena 7.000. Una scelta che ha tolto ai figli per dare ai padri, preferendo gli ammortizzatori sociali all’investimento in politiche giovanili del lavoro in grado di accrescere le competenze dei ragazzi e renderli più appetibili sul mercato». Risultato: il nostro è un Paese dove la staffetta anagrafica e la mobilità sociale rimangono in molti casi una chimera.

Una questione di «egoismo generazionale»

«L’ostacolo più grande resta l’egoismo generazionale» dice Michele Vaccari, autore del saggio Il tuo nemico (Sperling & Kupfer), dedicato ai giovani sfiduciati. «I ragazzi di oggi sono più istruiti e preparati dei propri padri, che occupano ancora quelle posizioni di potere cui avrebbero invece diritto i figli. Siamo pieni di baroni che non mollano le poltrone: non solo in politica, anche nelle università e nelle aziende. Perché, dunque, si dovrebbe puntare sul merito se spesso chi giudica non ha merito? Dipende anche da questo il forte scollamento dei giovani dal loro humus politico e sociale. E il nocciolo della questione non è solo la crisi, la mancanza di lavoro o l’indolenza dei ragazzi, quanto quel sistema consolidato che toglie la speranza di poter cambiare le cose e, con essa, l’autostima». Vite a metà, che non riescono a spiccare il volo in un mercato del lavoro che non di rado considera i giovani una merce da sfruttare e non una risorsa da valorizzare. Come dimostrano le storie che abbiamo raccolto in queste pagine, dove sono loro stessi a parlarci di sogni, paure, difficoltà.

Michele: «Sarò costretto a emigrare»

Ha gli occhi vispi Michele Vista, quelli di un ragazzo vivace, sveglio. Abita a Pignola, un piccolo paese della Basilicata a 5 chilometri da Potenza. 34 anni, un diploma professionale da tecnico delle industrie elettroniche, è, come lo definirebbe la fredda statistica, un disoccupato di lunga durata. Suo malgrado e nonostante le premesse: dopo il diploma, un contratto a tempo determinato nel 2003 in un’azienda farmaceutica come addetto al confezionamento di sacche sanitarie, trasformatosi in posto fisso. Poi la crisi, la mancanza di commesse, la cassa integrazione, i tagli al personale, il licenziamento nel 2011 con l’impegno di essere riassorbito qualora la situazione fosse migliorata. Da quel momento Michele le ha provate tutte fino a quando, dopo una serie di porte sbattute in faccia e di false promesse, ha tirato un po’ i remi in barca. Ha fatto lavoretti saltuari, dal facchinaggio alle pompe funebri, mandato curricula e risposto ad annunci. «La migliore proposta ricevuta? Venditore porta a porta» osserva amaramente. Oggi spera che l’azienda per cui lavorava lo richiami, prima o poi. «Non è facile dover dipendere ancora da genitori, ma mi auguro sempre che qualcosa cambi, perché vorrei autonomia, una casa, una famiglia qui nella mia terra d’origine senza essere costretto a emigrare. Perché è un diritto poter lavorare e realizzarsi vicino ai propri affetti». Intanto, per mantenersi attivo, si è buttato a capofitto nel volontariato e con alcuni coetanei organizza eventi culturali in paese. «Il sociale, le persone, gli amici sono l’unico modo per non deprimersi e perdere l’interesse per le cose. Ho visto ragazzi abbattersi e smarrirsi per strada, ma nessuno lotta al posto tuo, per cui tanto vale rimboccarsi le maniche».

Diana: «Non chiedo la luna, ma una possibilità»

Una serie di lavoretti sottopagati, perlopiù in nero, e tanta buona volontà, finora non premiata. Seppure sia giovanissima, Diana Fleli, 19enne di Treviglio (Bergamo), è battagliera. La sua voglia limpida di conquistare la propria autonomia fa quasi tenerezza. «Non chiediamo la luna, solo che ci sia data la possibilità di lavorare e dimostrare quanto valiamo. Io le sto provando tutte». Diana ha interrotto gli studi dopo la terza media, vive in famiglia e sogna di fare la barista. Per riuscirci avrebbe bisogno di un corso: ne aveva trovato uno gratis per non gravare sui genitori, ma ha dovuto rinunciare perché troppo lontano da casa. Qualche mese fa un tirocinio nell’assistenza agli anziani della Fondazione Cariplo NEETwork, rivolto agli iscritti a Garanzia Giovani, non ha avuto un seguito lavorativo. «Un’esperienza comunque formativa e grazie alla quale sono riuscita, almeno, a pagarmi la patente». Dopo, nulla se non qualche lavoretto come promoter o addetta alle pulizie. «È frustrante soprattutto quando ti imbatti nella mancanza di rispetto. È capitato che mi dicessero che mi avrebbero fatto sapere, ma poi nessuna risposta. Non lavorare, e osservare che agli altri non interessa nulla di te, ti fa sentire inutile».

Martina: «Ho mandato centinaia di c.v. invano»

Esistono storie a lieto fine come quella di Martina Perrucci, 27enne di Napoli. Il web è la sua passione e grazie a un tirocinio nell’ambito del progetto “Crescere in digitale” di Google oggi ha un contratto a tempo indeterminato e si occupa di e-commerce e marketing digitale, mentre ha ripreso a studiare per laurearsi in Economia. «Sono stata fortunata ma anche determinata: ho tanti amici che si sono arresi dopo anni di delusioni, false promesse, stage che non ti lasciano niente. Non è facile, ci sono passata anch’io, ho mandato in giro centinaia di curricula senza ricevere risposta. Doversi adattare fa perdere autostima. Ma il conto non lo paghiamo solo noi, lo paga l’Italia in termini di innovazione e competitività nei confronti dei Paesi che lasciano più spazio alle nuove generazioni».

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