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Perché ci ferisce la distruzione di Palmira in Siria

di Natascia Gargano
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Ora l'arco di trionfo, prima il tempio di Bel. La follia dell'Isis cancella arte, storia ed emozioni preziose per tutti noi. Lo racconta qui Maria Teresa Grassi, l’ultima archeologa italiana ad aver lavorato nel sito siriano

Ora l'arco di trionfo, prima il tempio di Bel. La follia dell'Isis cancella arte, storia ed emozioni preziose per tutti noi. Lo racconta qui Maria Teresa Grassi, l’ultima archeologa italiana ad aver lavorato nel sito siriano

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La città patrimonio dell'Unesco è quasi del tutto distrutta. La follia dello Stato islamico ha appena fatto saltare l'arco di trionfo di Palmira, qualche settimana fa era toccato al tempio di Bel. «Il dolore nel guardare queste fotografie dall’Italia è grandissimo. Simili meraviglie completamente ridotte in schegge: ricostruire è praticamente impossibile» ci dice Maria Teresa Grassi, ultima archeologa italiana ad aver lavorato là.

IL TEMPIO ERA UN MONUMENTO SPLENDIDO CONSERVATO PERFETTAMENTE  «Si tratta di una perdita immensa per tutti noi: abbiamo perso storia, arte, cultura e anche emozioni. Sono rari i monumenti antichi mantenuti così bene al mondo» continua. «In particolare il tempio, che risale al 30 d.C. circa, è arrivato fino a noi in uno stato di conservazione straordinario: l’edificio centrale era perfettamente preservato perché, nel corso dei secoli, era stato adibito a chiesa e poi a moschea. Duemila anni di storia fatti saltare per aria in un solo giorno. È come aver raso al suolo il Partenone di Atene o la Maison Carrée di Nîmes, in Francia».

La professoressa, che insegna Archeologia delle province romane all’università degli Studi di Milano, a Palmira è stata svariate volte dal 2007 al 2010, in qualità di direttore della missione archeologica congiunta Italia-Siria denominata “Palmais”. Fino a quando la guerra, scoppiata nella primavera del 2011, ha costretto tutti ad andarsene. «Metterci in contatto con i nostri collaboratori siriani oggi è pericoloso» dice Maria Teresa Grassi. «Ogni tanto riceviamo qualche messaggio in cui ci dicono solo che le cose vanno male. Molto male».

ERA UNA TESTIMONIANZA DELL’INCONTRO COSTRUTTIVO TRA CULTURE  Palmira, città carovaniera a metà strada tra il Mediterraneo e l’Eufrate, è un patrimonio comune per le popolazioni orientali e occidentali: dai romani, agli arabi. «Era una zona di passaggio e rappresenta una testimonianza artistica eccezionale di questo incontro tra culture» spiega la professoressa. «A prima vista i suoi sembravano i templi greco-romani a cui siamo abituati, con le colonne su tutti e quattro i lati. Nel tempio di Bel, però, il lato lungo era interrotto da un bellissimo portale, con stipite e architrave decorati, come da consuetudine locale. Un unicum che oggi non c’è più». Pochi giorni prima, il 23 agosto, la follia del Califfo aveva colpito il vicino santuario di Baalshamin, consacrato nel 130 d.C.: «Bel era una sorta di Giove romano, mentre Baalshamin era una divinità proveniente dalla Mesopotamia, come se ci fossero due Olimpi. Ecco l’unicità di Palmira: qui vivevano insieme comunità con culti differenti. E questo simbolo di convivenza è stato brutalmente cancellato. Per chi conosce la storia, la violenza è doppia».

Maria Teresa Grassi e la sua squadra, a fianco di questi tesori del nostro passato, ci passava tutti i giorni. «È uno dei ricordi più belli che ho» dice «quando tornavamo dallo scavo, al calare del sole: percorrevamo a piedi l’intero sito, lungo la via colonnata. Palmira ci regalava ogni giorno un tramonto spettacolare, rosso e arancio, con il deserto e l’oasi verde sullo sfondo. Noi italiani lavoravamo là soprattutto a novembre, quando in giro non c’erano i turisti e la città era completamente “nostra”. Ho paura di non rivederla più. La guerra non finirà a breve. L’Isis colpirà ancora. E anche se un giorno riuscirò a tornare a Palmira, non sarà mai più la stessa».

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