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Storia di Shamsia e Mahbooba che sognano una vita normale

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Sono passati sette anni da quando la vita drammatica e pazzesca delle afghane è entrata prepotentemente nelle nostre vite occidentali. Ve lo ricordate? Proprio in questi giorni, nel 2001, il mondo seguiva con il fiato sospeso l'invasione statunitense, i bombardamenti di Kabul, la cacciata dei talebani e intanto cominciavano ad arrivare anche le loro storie, quelle di milioni di bambine, ragazze e...leggi di più

Sono passati sette anni da quando la vita drammatica e pazzesca delle afghane è entrata prepotentemente nelle nostre vite occidentali. Ve lo ricordate? Proprio in questi giorni, nel 2001, il mondo seguiva con il fiato sospeso l'invasione statunitense, i bombardamenti di Kabul, la cacciata dei talebani e intanto cominciavano ad arrivare anche le loro storie, quelle di milioni di bambine, ragazze e...leggi di più

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Per un attimo chiudete gli occhi e immaginate questa scena: un gruppo di ragazzine, i libri sotto braccio, sta andando a scuola. Chiacchierano, forse si scambiano qualche battuta, magari ripassano la lezione prima dell'interrogazione. Il rombo della motocicletta le coglie di sorpresa, due uomini le affiancano: mirano agli occhi e quando l'acido spruzzato con le pistole giocattolo comincia a bruciare la pelle, dal gruppo si levano le urla ma loro, gli aggressori, sono già spariti. Tre adolescenti restano a terra, sfigurate.

Sembra la scena di un film di Tarantino e invece è appena accaduto a Kandahar, nella terra dei talebani. Molte di voi leggeranno qui per la prima volta la notizia perché i giornali non l'hanno riportata o l'hanno fatto brevemente, grazie alla forza e al coraggio di Shamsia, 17 anni, che dal letto d'ospedale, il volto coperto dalle creme per le ustioni, ha dichiarato: «Anche se lo rifaranno 100 volte io continuerò i miei studi».

Sono passati sette anni da quando la vita drammatica e pazzesca delle afghane è entrata prepotentemente nelle nostre vite occidentali. Ve lo ricordate? Proprio in questi giorni, nel 2001, il mondo seguiva con il fiato sospeso l'invasione statunitense, i bombardamenti di Kabul, la cacciata dei talebani e intanto cominciavano ad arrivare anche le loro storie, quelle di milioni di bambine, ragazze e adulte condannate all'ergastolo senza avere colpe. Donne che non potevano neanche andare a fare la spesa senza un parente maschio e che chiunque, anche un estraneo, aveva il diritto di frustare pubblicamente se mostravano un centimetro di pelle da sotto il burqa. Donne che non potevano andare a scuola o lavorare e non avevano diritto a essere curate se si ammalavano. Che speravano in un futuro diverso ma che a sette anni di distanza quel futuro lo stanno ancora aspettando.

Allora, almeno, i riflettori erano tutti accesi su di loro, oggi quando si parla di Afghanistan è per raccontare il dramma degli attentati e di una guerra che sembra non finire mai, ma anche la guerra delle donne non è affatto vinta.  Adesso che, in più, i talebani sono tornati all'attacco, pronti a far sentire di nuovo il loro fiato cattivo sull'Afghanistan, quel sogno di libertà rischia di trasformarsi in un incubo.

Proprio come è successo a Mahbooba: questa giovane atleta che si allenava tra le case di fango della periferia di Kabul era diventata l'unica donna della sua nazione ammessa alle Olimpiadi di Pechino.  A soli 19 anni poteva diventare il simbolo di una nuova generazione  a cui finalmente non veniva più proibito tutto.  Mahbooba però in Cina non è mai arrivata. È scomparsa poche settimane prima dell'apertura dei Giochi. Scappata, dicono in molti.

Una fuga dalle minacce degli integralisti che ormai la perseguitavano ogni giorno e da un Paese dove le bastava parlare con un giornalista per essere additata come una prostituta. Certo, ha tradito la fiducia di chi l'aveva portata a un passo dalle Olimpiadi, ma come condannarla? Da allora ho cercato invano sue notizie nelle agenzie di stampa internazionali. Sembra che volesse chiedere asilo politico in Nord Europa.

Chissà, forse non corre più sulle piste d'atletica ma mi piace pensare che ogni mattina, con i libri sotto braccio, esca da casa serena e si incammini verso scuola. Chiacchierando e ridendo con le amiche.

 

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