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In Italia ci sono 30.000 ragazzi chiusi in casa

di Silvia Calvi, Carlo Bevilacqua
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In Giappone li chiamano hikikomori, da noi sono i cosiddetti ritirati sociali: giovani che vivono imprigionati nella cameretta, sempre collegati a un computer, ma in fuga totale dal mondo. Dopo settimane di scambi (solo via chat) siamo riusciti a farci aprire la porta da due di loro

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In Giappone li chiamano hikikomori, da noi sono i cosiddetti ritirati sociali: giovani che vivono imprigionati nella cameretta, sempre collegati a un computer, ma in fuga totale dal mondo. Dopo settimane di scambi (solo via chat) siamo riusciti a farci aprire la porta da due di loro

Le stime parlano di 30.000 giovani che, nel nostro Paese, hanno smesso di uscire di casa. O, più precisamente, dalla loro cameretta. Sono gli hikikomori (dal giapponese “stare in disparte”), un fenomeno in lenta ma costante diffusione anche in Italia. A lanciare l’allarme un gruppo di educatori e terapeuti riuniti a Milano in un convegno internazionale sul ritiro sociale in adolescenza.

«La fascia d’età più a rischio è quella dei teenager, soprattutto maschi» spiega Matteo Lancini, presidente della fondazione Minotauro che ha organizzato l’incontro. «Dopo eventi particolari come un trauma, una bocciatura o alcuni episodi di bullismo smettono di andare scuola, si chiudono in casa e passano il giorno e la notte tra videogiochi, computer e tv. Purtroppo è solo l’inizio perché, via via, tutto si altera: i giovani cominciano a nutrirsi e a lavarsi sempre meno; se abitano con i genitori si fanno lasciare il cibo fuori dalla porta; quando vivono da soli finiscono per mangiare pochissimo cibo in scatola di cui, periodicamente, fanno scorta di notte nei supermercati aperti 24 ore».

In Giappone il fenomeno è esploso a metà degli anni Ottanta come reazione delle nuove generazioni alla rigida cultura tradizionale. «Oggi riguarda più di 1 milione di persone, quasi il 3% della popolazione nipponica» spiega il professore Kunifumi Suzuki, docente di Psichiatria all’università di Nagoya. «Ma ci sono hikikomori anche negli Stati Uniti, in America Latina, Spagna, Francia, Regno Unito. Alla base c’è sempre una ferita: il ragazzo evita o fallisce una prova per paura del giudizio degli altri e questo porta a una tale vergogna che chiudersi in casa diventa l’unica soluzione. Da quel momento è come se vivesse in stand-by».

PERCHÉ I PIÙ COLPITI SONO I MASCHI Come mai il fenomeno riguarda soprattutto i giovani uomini? «Per le ragazze l’incapacità di reggere la pressione famigliare, sociale e scolastica può sfociare in un disturbo alimentare» spiega Maia Fansten, sociologa e docente all’università Descartes di Parigi. «Nei maschi si manifesta invece con l’isolamento. L’hikikomori non riesce a esprimere quello che prova al punto che per i familiari non è facile capire cosa sta accadendo: la sua è una sofferenza silenziosa, più affine all’apatia che alla ribellione. Le emozioni trattenute, alla lunga, possono diventare depressione o psicosi». Come raccontano le storie di questi 2 ragazzi che il fotografo Carlo Bevilacqua ha contattato in rete e che, dopo settimane di scambi via chat, è riuscito a incontrare e intervistare per Donna Moderna.

ERIK, 22 ANNI: «ABITO IN UN MONOLOCALE CON 10 MONITOR SEMPRE ACCESI» A dispetto dell’aria da ragazzino, Erik ha 22 anni e da 5 vive da solo in un monolocale di Losanna, in Svizzera. «I miei genitori si sono separati quando io ero piccolo. Mia madre è boliviana, mio papà dell’Ecuador, a casa litigavano sempre e mio padre ci picchiava con la cintura. Oggi di lui non so più niente: mia mamma vive a Berna insieme ai miei fratelli e fa l’infermiera. Io mi mantengo grazie al sussidio dei servizi sociali». Il suo minuscolo appartamento è dominato dalle console e da 10 monitor perennemente accesi: 5 per ascoltare musica, giocare, chattare, altri 5 per tenersi aggiornato sulle news e per conoscere meglio i suoi Paesi preferiti, il Giappone e la Bolivia. Per l’occasione Erik ha messo in ordine. In genere, invece, come tutti gli hikikomori vive immerso nel caos.

«Fino alle superiori la mia vita era normale » racconta il ragazzo. «Poi, però, in una nuova scuola ho cominciato a essere preso di mira dai bulli che mi chiamavano “il cinese”. Così mi sono isolato dai compagni e ho iniziato a uscire sempre meno. Per distrarmi, mia mamma mi ha regalato un piccolo computer portatile e la mia vita è cambiata: ho scoperto un mondo di videogiochi, chat e siti Internet che mi permettevano di divertirmi, informarmi, conoscere persone nuove. Oggi i miei amici sono solo virtuali perché comunichiamo via web e mai faccia a faccia». Oltre a non uscire più di casa, Erik spesso rinuncia anche al cibo. «C’è stato un momento in cui mangiavo solo se mia mamma mi portava qualcosa, altrimenti digiunavo. Così sono finito all’ospedale 2 volte, ero molto depresso, non volevo più vivere. Ora va meglio: con i miei familiari mi vedo via Skype e non mi sento realmente isolato. Mi tengo aggiornato con i notiziari, leggo pagine di storia, soprattutto sulla Seconda guerra mondiale, so un sacco di cose e mi piacerebbe avere un lavoro. Ma l’idea di uscire di casa e fare un colloquio mi stressa così tanto che non credo riuscirò mai a trovare un impiego».

PAOLO, 21 ANNI: «NON SO SE È GIORNO O NOTTE, NON HO AMICI, VIVO DI VIDEOGIOCHI» Vive insieme alla nonna in un paesino del Nordest, ma non vuole che lo citiamo per non farsi riconoscere. Da anni Paolo si è autorecluso nella sua stanza che, nonostante venga pulita regolarmente, non è molto ordinata. Tra i pochissimi libri e i tanti vestiti sparsi sul letto spiccano gli schermi di computer e tv, sempre accesi. A dispetto della sua statura e del fisico muscoloso, questo 21enne parla come un ragazzino e di sé dice orgoglioso: «Sì, sono un hikikomori». È l’unico momento in cui tradisce un sorriso perché non appena comincia a raccontare la sua storia il viso si incupisce.

«La mia vita è bruttissima, anzi diciamolo pure: fa schifo fin da quando ero bambino. Da piccolo ho avuto dei problemi di salute, sono stato operato più volte e, a causa della mia disabilità, a scuola ho avuto l’aiuto di un’insegnante di sostegno. Questo mi ha fatto sentire diverso ed emarginato: nessuno mi parlava o voleva stare con me. Con i miei genitori non sono mai andato d’accordo e quando si sono separati ho deciso di vivere con la nonna. Per mangiare dipendo da lei perché io sono sempre chiuso in casa e non esco nemmeno per fare la spesa. Ho smesso di andare a scuola e, ormai, passo tutto il tempo tra computer, videogiochi e televisione. Mi capita di perdere completamente il senso del tempo, a volte non so più se è giorno o se è notte: quando ho sonno dormo, altrimenti mi attacco al pc. Posso riposare 3 ore oppure 12 di fila, non c’è una regola». Non vorresti avere degli amici? «Gli amici non esistono, sono tutti cattivi» risponde Paolo. «Ma una ragazza sì, mi piacerebbe averla: una hikikomori come me con cui chattare. Però finora non l’ho incontrata. Chissà».

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