Hikikomori, in Italia sono 100mila

12 06 2019 di Eleonora Lorusso
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I giovani che si isolano in casa trovando rifugio in Internet in Italia sarebbero circa 100mila. I lavori manuali e l'home visiting degli educatori pronti a “stanarli” sono le nuove terapie

Aumenta il numero di ragazzi cosiddetti Hikikomori, giovani che smettono di andare a scuola, si ritirano in casa, nella propria camera e interagiscono solo con il computer o la tv. Il nome deriva dal termine giapponese che significa “stare in disparte”. Proprio il Giappone è il paese in cui è iniziato il fenomeno, che però ora riguarda tutto il mondo, compresa l’Italia: si stima siano 100mila i giovani che si isolano nel nostro Paese, cresciuti dai 30mila del 2016. Non esistono dati ufficiali, ma gli esperti non hanno dubbi: non si tratta di una patologia clinica vera e propria, ma in alcuni casi può portare a depressione o shizofrenia se non si interviene. Se ne parla ancora poco e spesso non si sa come affrontare il problema. Ma un’arma per aiutare questi ragazzi può arrivare anche dalla manualità: «Gli hikikomori vivono nell’apatia, si sentono inutili. Ritrovare un contatto col proprio corpo, con le sensazioni che un’attività manuale può dare, può essere un modo per ritrovare un senso. Vedere che le loro mani sono in grado di creare qualcosa, è potenzialmente una terapia» spiega lo psicologo sociale Marco Crepaldi, presidente dell’associazione Hikikomori Italia.

Lavori manuali contro l’isolamento

«La manualità può essere molto utile nella terapia degli Hikikomori perché, a livello cerebrale, stare perennemente davanti a un computer innesca una serie di gesti automatici che finiscono per bloccare il pensiero. Quando si diventa dipendenti dalla Rete ci si dissocia e ci si isola ancora di più. Coinvolgere i ragazzi in un progetto concreto è una strategia per riportarli in quel mondo reale da cui sfuggono sentendosi inadeguati» spiega la psicologa e psicoterapeuta Barbara Volpi, esperta in parenting e digitale. «È importante anche seguire un percorso di home visiting, perché gli hikikomori non escono. È il terapista che deve andare a casa loro, almeno in una fase iniziale» aggiunge l’esperta.

Dalle volontarie giapponesi agli educatori

Per “stanare” questi giovani in Giappone si fa ricorso alle rental sisters (“le sorelle in affitto”), volontarie che si recano fisicamente a casa degli hikikomori e cominciano a parlare con loro da dietro la porta chiusa, provando a convincerli a seguirle in apposite comunità. «Noi preferiamo gli educatori, che hanno una maggiore preparazione e, a differenza di medici o psicologi, sono accettati con maggiore fiducia dagli hikikomori, che non accettano di essere considerati malati» spiega Crepaldi. «A Torino abbiamo un progetto-pilota che lavora con un approccio sistemico, coinvolgendo anche le famiglie, sia singolarmente sia in gruppi di mutuo aiuto con incontri quindicinali con uno psicologo. L’esperto aiuta i genitori a modificare alcuni atteggiamenti, per esempio ad abbassare la pressione sui figli e a non trsmettere l’ansia da prestazione».

Come si riconosce l’Hikikomori

Hanno in media 20 anni (dai 14 ai 30) e vivono in prevalenza al nord e al centro: secondo un sondaggio condotto da Crepaldi, autore del libro Hikikomori. I giovani che non escono di casa (Alpes Italia), vivono soprattutto tra Lombardia (15,3%), Piemonte (14,2%) e Veneto (10%), anche se è nel Lazio che che se ne trova il maggior numero (18,4%). Secondo la ricerca dell’esperto sono soprattutto maschi (87,85% del campione, più della media giapponese ferma al 63,3%), anche se queste indicazioni sono soprattutto frutto di un’attività sul campo che potrebbe nascondere un fenomeno ancora in larga parte sommerso. «Nell’attività che facciamo nelle scuole ci rendiamo conto di quanti giovani non sanno di avere comportamenti a rischio» spiega l’esperto. La maggior parte degli hikikomori vive in isolamento da circa 3 anni, ma ci sono casi che arrivano anche a 10 anni (41,7%). Un’altra caratteristica riguarda la composizione familiare: spesso i giovani hikikomori sono figli di coppie divorziate (27,4%). In generale, oltre un terzo dei figli (39,9%) vive con solo uno dei due genitori, oppure con entrambi ma non simultaneamente, mentre il 19,4% delle famiglie è composta da soli due membri. «È ricorrente il fatto che i genitori siano però anche molto presenti, specie la madre, a volte con comportamenti fin troppo ansiosi e iperprotettivi, mentre la figura paterna è più debole» spiega Crepaldi.

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