Ormai sono sempre più frequenti i check-up effettuati prima della gravidanza, ovvero quando si inizia a programmare il concepimento di un bebé. Ma saranno davvero necessari e, soprattutto, sono effettivamente utili fatti in questo periodo della vita femminile? Ne abbiamo parlato con la dottoressa Anita Regalia, già Responsabile della Sala Parto dell’Ospedale San Gerardo di Monza – Università degli Studi Bicocca.

Troppi esami pre-gravidanza

Abbiamo chiesto alla dott.ssa Regalia se sia effettivamente utile e necessario effettuare veri e propri check-up prima di rimanere incinta.

«Se una coppia è sana e ha un’età relativamente giovane, non ha senso effettuare check-up prima del concepimento. Infatti, più esami preventivi non garantiscono più sicurezza in gravidanza. il “troppo” a cui si tende oggi non produce salute poiché lo stato di salute è un dato di fatto. I figli solitamente si fanno nel momento della vita in cui si è più sani e, se ci si sente bene, è opportuno evitare di esagerare con costosi check-up, attendendo il test di gravidanza positivo per seguire il protocollo di esami previsto dalle linee guida» spiega la dott.ssa Regalia.

«Ovviamente, tutto ciò vale se non sono presenti patologie o problemi di salute particolari. Ma in questi casi, anche la tipologia di esami e l’iter da seguire saranno personalizzati a seconda del caso. Noi partiamo sempre dal presupposto che vi sia assenza di patologici» precisa la dottoressa.

Casi particolari

Vi sono, poi, alcuni casi in cui sono previsti analisi e indagini più approfondite prima del concepimento. Ma si tratta, appunto, di eventualità piuttosto rare.

«Un esempio è il caso in cui entrambi i partner e futuri genitori siano portatori di anemia mediterranea e, quindi, sussista il rischio che un eventuale figlio sia malato di talassemia. Ma, in questa condizione, si è già a conoscenza della malattia poiché almeno una volta nella vita ci si è sottoposti a esami del sangue e le specificità dell’anemia mediterranea sono facilmente individuabili anche attraverso controlli di routine» spiega la dottoressa Regalia.

Per quanto riguarda la presenza di malattie croniche, di solito si cerca di programmare la gravidanza in un periodo buono. Dunque quando la malattia è stabile, in fase di quiescienza.

«Per esempio: se una paziente è affetta da colite ulcerosa, si consiglia di programmare la gravidanza nel momento in cui l’ulcera non stia sanguinando. Oppure, in presenza di diabete quando quest’ultimo è compensato» afferma l’esperta.

Toxoplasmosi

La toxoplasmosi è un argomento “caldo” quando si pianifica una gravidanza. Ormai tutte le future mamme e chi mamma vuole diventarlo, conoscono le norme igieniche e alimentari necessarie per non contrarre la temuta toxo.

Alcune donne hanno già contratto la toxoplasmosi (asintomatica) nell’arco della vita e, quindi, i primi esami previsti dal protocollo per la gravidanza mostreranno la presenza di anticorpi per questa malattia.

«Sottoporsi alla ricerca di anticorpi per la toxoplasmosi prima di una gravidanza, non ha senso. A meno che non si effettuino gli esami appena prima del concepimento ma si tratta di un’eventualità evidentemente non programmabile» spiega la dott.ssa Regalia.

Rosolia

Per quanto riguarda la rosolia, molto pericolosa per il feto se contratta in gravidanza, la buona notizia è che la maggior parte delle donne che si apprestano oggi a programmare una gravidanza è già state vaccinata per la rosolia durante l’infanzia.

Chi non è stata vaccinata e non ha contratto la rosolia durante l’infanzia, può sottoporsi a vaccino ma prima del concepimento.

«La ricerca degli anticorpi per la rosolia prima della gravidanza, è utile solo se la donna poi ha intenzione di sottoporsi al vaccino specifico. È utile farlo se si esercita una professione a stretto contatto con i bambini (la maggior parte dei quali, però, è oggi vaccinata contro la rosolia) come l’educatrice in un asilo o la maestra elementare. Oppure se si hanno figli piccoli non vaccinati» conclude l’esperta.