«Sono rimasto profondamente colpito dall’idea che bastino un paio di scarpe da ginnastica e tanta buona volontà per cambiare un destino. Ho capito subito che c’era un film da fare». Dall’incontro tra il regista Yann Samuell e l’associazione francese Seuil che si occupa di viaggi riparatori per adolescenti è nato il road movie Santiago. Un cammino per ricominciare, al cinema dal 24 settembre. Fred è un’insegnante sospesa da scuola per aver dato uno schiaffo a un’allieva, Adam un adolescente ribelle con una pena alternativa al carcere da scontare.
Grazie a un programma di recupero che utilizza la marcia come “terapia” per rielaborare e superare i propri vissuti, intraprendono insieme il Cammino di Santiago di Compostela: per tre mesi Fred e Adam condividono fatica, tensioni, silenzi, momenti di crisi e di intesa, e, passo dopo passo, imboccano il sentiero di una rinascita possibile. «Nei giovani che accettano di incamminarsi si risvegliano il senso dello sforzo, l’intelligenza, l’empatia. Scrivendo una nuova pagina della loro vita e affrontando un’avventura così impegnativa, ricostruiscono l’immagine che hanno di sé e riescono a proiettarsi nel futuro» dice Bernard Olliver, fondatore di Seuil (assoseuil.org).

Le “marce di rottura”
Nelle “marce di rottura” sono vietati telefoni cellulari, schermi o musica e si cammina per 25-30 km al giorno: a ogni adolescente tra i 14 e i 18 anni viene assegnato un accompagnatore e il ragazzo o la ragazza ha l’obbligo di tenere un diario di viaggio e di riferire i progressi settimanalmente a uno psicologo. Più della metà di chi si incammina una volta rientrato a casa intraprende un percorso di reinserimento sociale, contro il 70% che invece torna a delinquere a distanza di due anni dall’uscita dal carcere.
Anche in Italia esiste una onlus che propone il “modello Seuil”: è l’Associazione Lunghi Cammini, nata proprio 10 anni fa sulla spinta di Isabella Zuliani, fondatrice e attuale presidente. «Mi occupo della gestione, dell’organizzazione e della ricerca di fondi, perché a differenza dell’estero noi non siamo finanziati dallo Stato, anche se lavoriamo con i servizi sociali e le istituzioni» racconta Isabella.
«I viaggi terapeutici sono esperienze eccezionali ma costano molto e impegnano altrettanto: gli accompagnatori devono essere ottimi camminatori e devono saper affrontare i tanti imprevisti che si incontrano nel percorso, oltre ad avere uno sguardo positivo sulla vita e molto tempo a disposizione».
Il vantaggio di attraversare le difficoltà
Gli adulti più adatti hanno l’età di un genitore, per evitare tentativi di complicità e di condivisione da parte dei ragazzi. «Spesso il loro compito principale è proprio camminare in silenzio, rispettare i tempi dei minori, stare loro accanto quando sono in difficoltà, spronarli quando serve e non temere i momenti di crisi perché sono funzionali al successo dell’esperienza» spiega Isabella.
Ne è convinto anche Marco Catalano, psicologo specializzato in età evolutiva e consulente dell’Associazione Lunghi Cammini. «Tutto quello che bypassa la crisi racconta solo una cosa: il ragazzo è bravissimo ad adattarsi e a evitare di attraversare la sua sofferenza. Vale anche nella vita di tutti i giorni e quando lavoro in comunità: chi si comporta sempre bene, spesso si nasconde.
È mettendo in discussione la relazione con l’adulto che l’adolescente trova la capacità di poter crescere e fare un salto evolutivo importante. Se la difficoltà non viene vissuta e attraversata, il cammino rimarrà una bella esperienza che però non è destinata a sedimentarsi nella vita».
La necessità di elaborare il malessere
La marcia di rottura costringe gli adolescenti che partecipano a tornare nel qui e ora,a stare con il proprio malessere ed elaborare, inizialmente con l’aiuto dell’accompagnatore, delle strategie per riuscire a passarci attraverso e per dare senso a quanto accaduto. «Portare a termine il percorso è dimostrare a loro stessi di potercela fare, anche agli occhi della famiglia che dovrà poi continuare a significare il “cammino” nel quotidiano» continua lo psicologo.
Non tutti i ragazzi che partecipano alle marce di rottura hanno problemi con la giustizia o hanno commesso azioni pericolose: nel caso per esempio delle ragazze, il cammino è un modo per farle uscire soprattutto dalla passività, da una sofferenza interiore che spesso può sfociare nell’autolesionismo.
«Uno degli aspetti che caratterizzano il ritiro sociale, soprattutto femminile, è la difficoltà ad abitare il proprio corpo. E la fatica è qualcosa che invece risveglia costantemente, attraverso i dolori, le contratture, il fiatone, la necessità di entrarci in dialogo, di prendersene cura» spiega lo psicologo.
Tra cadute e rinascite
A volte i cammini hanno esiti positivi, altre meno: ci sono stati casi di abbandono per crisi di astinenza e persino per la paura di vedersi “migliore”. «Abbiamo avuto un ragazzo che dopo una settimana riceveva talmente tante conferme positive da chi incontrava, conferme che contrastavano con l’idea di bullo di quartiere che lui si era faticosamente costruito nella sua giovane vita, che non ha retto, ha voluto tornare indietro» racconta Isabella Zuliani.
«Ma accade anche di assistere a delle vere rinascite come quella di Francesca (nome di fantasia), che dopo il percorso con noi ha spalancato le porte di casa, dove viveva ormai ritirata dal mondo con i segni delle cicatrici sui polsi, e non si è più fermata: ha convinto i suoi genitori a fare il Cammino dei due mari dall’Adriatico allo Ionio e poi è partita per Santiago. Da sola».
Dottore, mi prescriva un trekking
Che un gesto semplice come camminare abbia “superpoteri” è ormai un dato di fatto, certificato dal boom di appassionati. Secondo un’indagine di Terre di Mezzo, in Italia il settore è aumentato del 56% nell’ultimo anno con oltre 300.000 persone in marcia per i 250 cammini censiti. Ma la vera novità è il tipo di motivazione che spinge verso i trekking e i pellegrinaggi: un mix di ricerca spirituale, di benessere fisico, di desiderio di riconnessione e rigenerazione.
In Giappone, lo Shinrin Yoku, la camminata nelle foreste, è un programma sanitario nazionale che coinvolge 5 milioni di cittadini e che nel tempo è diventata la ricetta standard per gestire lo stress e perfino per trattare casi di depressione e ansia.
In Canada, Nuova Zelanda e Gran Bretagna, la green prescription, la prescrizione verde, è invece un consiglio medico scritto che incoraggia i pazienti a praticare attività fisica o a trascorrere del tempo in ambienti naturali per migliorare la salute fisica e mentale.