Camminare più lentamente può essere la spia di un problema di tipo cognitivo. È quanto emerge da uno studio giapponese che ha fatto chiarezza su una credenza diffusa: che rallentare il passo, col passare degli anni, sia dovuto soltanto a una questione fisica e, in particolare, muscolare. Uno dei motivi, infatti, potrebbe essere riconducibile alla capacità del cervello di coordinare il movimento. Quanto scoperto apre la strada a diagnosi precoci di deterioramento cognitivo, anche se l’indicatore va valutato insieme ad altri parametri. Ecco quali.
Perché si rallenta il passo
I ricercatori giapponesi sono partiti da un’idea chiara: capire se il ritmo con cui si cammina abitualmente diminuisce, col passare degli anni, soltanto per motivi strettamente fisici, come per esempio dolori alle articolazioni, minore forza muscolare o stabilità, resistenza, ecc.
Per questo hanno esaminato un gruppo di 421 persone over 60 di Tokyo e Nagoya, confrontando la velocità della loro camminata, la fragilità e anche le funzioni cognitive di ciascuno, per capire quanto il cervello potesse influire. Lo studio, pubblicato sulla rivista BMC Geriatrics, ha mostrato come chi soffriva di lieve deterioramento cognitivo (cosiddetto MCI) presentava anche una velocità del passo inferiore rispetto a quelli senza alcun declino
La velocità come possibile spia di declino cognitivo
Più nello specifico, l’età media delle persone osservate era di 73,14 anni e anche in coloro che presentavano MCI, non c’era comunque una diagnosi di demenza conclamata, ma solo lievi segnali di declino cognitivo, come possibili difficoltà nell’elaborazione di alcuni pensieri o in specifiche funzioni. A tutti è stato chiesto di effettuare un test di cammino su un breve tratto, di 10 metri, sia a velocità abituale, sia il più rapidamente possibile. È emerso che le persone con possibile MCI camminavano più lentamente in entrambi i casi. L’aspetto più interessante, però, ha riguardo il confronto con la fragilità fisica.
La forza fisica non è tutto
Nonostante si sia portati a pensare che la condizione fisica sia l’elemento che influisce maggiormente sulla velocità di cammino, lo studio ha dimostrato che a prescindere dalla massa corporea e muscolare, dall’età specifica e dal sesso, a pesare maggiormente sul ritmo era l’associazione con lo “stato di salute” del cervello, quindi il fatto di avere o meno un MCI. Questo porta a dedurre che la componente cognitiva potrebbe contribuire alla velocità del passo indipendentemente dalla fragilità fisica. Come sottolineato dai ricercatori, tuttavia, non si tratta dell’unico elemento da tenere in considerazione.
Perché il declino cognitivo conta
Intanto è stato chiarito che uno dei motivi del rallentamento nella camminata, legato alle condizioni cognitive, è dovuto al fatto che per farlo occorre coordinare i movimenti tra loro e nello spazio circostante. Quindi prestare attenzione a diversi fattori, pianificare l’azione stessa ed elaborare informazioni – anche rapidamente – come può accadere se si incontrano altre persone, se si incappa in un terreno dissestato o con buche, se arrivano veicoli, ecc. «Questo è vero e peraltro era già noto. Ma va considerato che a causare un rallentamento possono essere anche altre possibili cause, comprese quelle della sfera affettiva», chiarisce Raffaele Antinelli Incalzi, past president della Società italiana di Gerontologia e Geriatria.
Conta anche la sfera affettiva
«Per esempio, un passo lento può essere indice di depressione, così come l’aumento della cifosi, cioè l’incurvatura della schiena, può riflettere un tratto depressivo dell’umore: potremmo dire che chi è curvo dentro lo è anche fuori – spiega il geriatra – Quanto alla sfera cognitiva in sé, si parla proprio di rallentamento cognitivo ideomotorio, perché coinvolge le funzioni cognitive e quelle motorie, specie in alcune demenze (le cosiddette sottocorticali) o in alcune patologie neurodegenerative come il Parkinson. Spesso al momento della diagnosi si scopre che il paziente aveva iniziato a camminare più piano o ci metteva più tempo a svolgere mansioni normali, segno che la malattia c’era già nella sua fase iniziale».
Quando è colpa delle carenze nutrizionali
In alcuni casi, poi, il motivo del passo più lento è legato a carenze nutrizionali: «Ci possono essere patologie dovute a mancanza o insufficienza di alcuni nutrienti o micronutrienti, come l’acido folico o vitamina B12, che possono provocare un deficit cognitivo o un rallentamento motorio. Per questo, in presenza di una variazione sensibile nei ritmi occorre una valutazione multidimensionale geriatrica, che possa escludere alcune cause o individuarne altre: alla luce di un quadro complessivo è possibile procedere poi con una valutazione fisica, cognitiva o affettiva, per una diagnosi e un intervento mirato», spiega l’esperto.
Quanto conta il cervello
Non contano, dunque, solo le funzioni cognitive, perché la camminata implica anche ovviamente una certa forza muscolare e l’equilibrio, che vanno incontro a una diminuzione progressiva nel tempo. Ma un rallentamento nel passo, se associato ad altri segnali, come una maggiore difficoltà di memoria, una riduzione dell’attenzione, del senso dell’orientamento o nell’esecuzione di normali attività quotidiane possono indicare un deterioramento cognitivo da valutare in modo specifico.
Cosa dedurre
La ricerca giapponese, essendo osservazionale dunque limitata a un’analisi che ha messo in relazione alcuni fattori, non ha dimostrato un nesso di causa-effetto: non significa, quindi, che camminare più lentamente porti a una diagnosi di declino cognitivo. Potrebbe, però, essere utile se considerato come un indicatore in più della condizione fisica generale di una persona anziana. Il nuovo parametro, quindi, va valutato insieme alla eventuale presenza di malattie croniche, alla paura di inciampare o cadere che aumenta col passare degli anni, o a sintomi che hanno a che fare con la stretta cerchia dei disturbi cognitivi, come appunto memoria o attenzione.