Il lavoro diventa sempre più “agile”, flessibile negli strumenti e negli orari: eppure il tempo libero non aumenta. È il paradosso della cronopatia, di cui sembra che soffra sempre più gente. Di fatto significa che da un lato la tecnologia semplifica alcuni aspetti della vita e spesso riduce i tempi necessari a svolgere alcune mansioni lavorative, ma il cosiddetto “tempo liberato” viene subito reimpiegato in altro: che si tratti di impegni di famiglia, hobby, sport, uscite con amici si finisce con l’avere una seconda agenda, forse anche più piena della prima, lavorativa. Dov’è finito il benessere?
Cos’è la cronopatia
C’è chi parla di paradosso, quindi, e chi esplicitamente di autoinganno, cioè l’illusione che si prova all’idea di avere più tempo “extra lavoro”, per sé, che però si traduce in tempo occupato da altro. Il problema è che spesso i primi a trovarsi nuove “incombenze” siamo noi stessi. È in questo che consiste la cronopatia, cioè l’ossessione patologica di dover sfruttare in modo produttivo ogni singolo minuto della giornata. Che si traduce concretamente nella mancanza di uno stacco e in stress continuo. Anche quando non si è alle prese con le faccende domestiche o le attività dei figli, infatti, ogni occasione è buona per dedicarsi a qualche attività, che sia lo sport o un’uscita con gli amici. Dov’è finito il riposo?
Sempre meno confini tra casa e lavoro
«La cronopatia è proprio l’ansia di dover rendere produttivo ogni minuto. Il problema ha radici antiche: l’idea che il tempo vada impiegato senza sprechi accompagna da secoli l’organizzazione del lavoro. Conciliare impegni e vita privata era difficile anche prima degli smartphone. Oggi, però, la connessione continua rende più permeabili i confini: possiamo essere fisicamente a casa e mentalmente ancora in ufficio. La reperibilità fuori orario è associata a maggiori difficoltà di recupero e di equilibrio tra lavoro e vita privata», commenta Luciano Canova, economista e divulgatore scientifico, docente di Economia comportamentale alla Scuola Enrico Mattei e life coach.
Niente riposo, bisogna essere produttivi
Alla base, dunque, c’è l’idea della produttività a tutti i costi: è come se il riposo avesse una connotazione negativa, nonostante gli esperti – anche di neuroscienze – ripetano che sia necessario proprio per essere più produttivi, oltreché che per vivere meglio. «Il riposo serve a entrambe le cose, direi. Le ricerche mostrano che staccare mentalmente dal lavoro è associato a sonno migliore, minore esaurimento e maggior benessere; può sostenere anche la qualità della prestazione.
Ma giustificare il riposo soltanto perché ci farà lavorare meglio rischia di trasformarlo in un altro obbligo professionale. Alcuni esperimenti mostrano che considerare il tempo libero uno spreco riduce il piacere che ne ricaviamo. Possiamo leggere, passeggiare o stare con qualcuno anche senza dover dimostrare un beneficio futuro: vivere bene è già un obiettivo sufficiente», sottolinea Canova.
Dov’è finito il benessere lavorativo?
Tra pochi giorni si aprirà a Milano il Wellbeing Happiness Forum (21 e 22 ottobre, Centro Congressi Stella Polare), l’Osservatorio BenEssere Felicità. Sotto i riflettori ci sono i dati BEF Index 2026, la ricerca condotta in collaborazione con Ipsos Doxa con il supporto di DAY. Nel report, condotto su un campione di lavoratori italiani tra i 18 e i 74 anni, c’è proprio il concetto di Wellbeing, di benessere, a partire da una riflessione: stiamo assistendo a una frattura tra la capacità prestazionale e il benessere psicofisico. Proprio l’indice globale del benessere lavorativo (il BEF Working Index) si attesti su una media di 50,6, ma a colpire è come è cambiato il valore del Wellbeing.
Dal wellbeing allo PsyCap
L’indice mostra come lo PsyCap (Capitale Psicologico) ha raggiunto un valore di 64,7, mentre il Wellbeing è sprofondato al dato più critico dell’intera indagine, fermandosi a 41,7. «Il Wellbeing è una strategia organizzativa che raccoglie, unisce e armonizza molti aspetti del lavoro tra cui i carichi di lavoro, le relazioni, la life integration. Il problema attuale è che abbiamo aumentato la flessibilità senza necessariamente diminuire la pressione. In molti casi abbiamo reso il lavoro più flessibile nello spazio e nel tempo, ma anche più permeabile, tant’è che entra più facilmente nelle nostre serate, nei weekend e nei nostri pensieri», osserva Elga Corricelli, co-founder del BEF e responsabile delle Relazioni Istituzionali.
Ci si affida sempre di più alla resilienza
«Parlerei di un divario, più che di un passaggio – spiega Canova – Nel BEF, riferito ai lavoratori italiani, 41,7 e 64,7 sono punteggi su 100 di due dimensioni diverse: non percentuali né misure del loro “peso”. Il confronto non dimostra una sostituzione del benessere con il capitale psicologico. Quest’ultimo comprende fiducia nelle proprie capacità, speranza, ottimismo e resilienza: risorse preziose, associate anche al benessere. Il divario suggerisce però una domanda: stiamo aiutando le persone a stare meglio o chiediamo loro soprattutto di reggere? La resilienza dovrebbe accompagnare condizioni di lavoro migliori, senza diventare un alibi per lasciare intatti carichi e pressioni».
Quando si esaurisce la “human energy”
Il nodo è affiancare la resilienza al necessario recupero: «Le persone possiedono risorse psicologiche, resilienza e capacità di adattamento. Il problema è che queste risorse vengono continuamente consumate senza avere lo spazio per ricaricarle. Il 29% dei lavoratori dichiara di avere troppo lavoro o di temere di non rispettare le scadenze; il 26% afferma che le pressioni lavorative interferiscono con la vita personale o familiare e un altro 26% percepisce un impatto negativo sul proprio benessere fisico o emotivo. Il vero tema, quindi, non è più soltanto quante ore lavoriamo, ma quanto lavoro continuiamo a portarci dentro quando teoricamente abbiamo smesso di lavorare. Per dare un termine unico quando la nostra human energy si esaurisce senza potersi ricaricare. Impostiamo i processi sul tempo ma la variabile energia è altrettanto importante», sottolinea Corricelli.
Come si esce dal paradosso del tempo (non) liberato
Ma uscire dal paradosso del tempo liberato è possibile: «Risparmiare 10 minuti serve poco se li riempiamo subito con un nuovo compito. Bisogna decidere che una parte dei guadagni di efficienza diventi tempo realmente disponibile. Sul piano personale significa scegliere le priorità e proteggere spazi senza obiettivi da raggiungere; nelle organizzazioni, rivedere carichi, riunioni e aspettative di reperibilità. Le sperimentazioni sulla riduzione dell’orario, accompagnata da una riorganizzazione del lavoro, offrono risultati promettenti per il benessere. Servono anche servizi e una distribuzione più equa degli impegni di cura: un’agenda meglio organizzata, da sola, non crea ore disponibili. Il punto è avere maggiore controllo sul proprio tempo», conclude Canova.