Lavoro: le donne si sacrificano il triplo rispetto ai compagni

19 11 2019 di Lorenza Pleuteri
Credits: Shutterstock

Una ricerca dell’Istat certifica quello che milioni di madri e mogli vivono sulla propria pelle: l’Italia non è un Paese per le lavoratrici con figli e familiari anziani a carico

Difficoltà a trovare un’occupazione e non precaria. Servizi insufficienti o troppo costosi. Part time non accessibile a tutte. Familiari anziani e malati da prendere in carico. Salti mortali per seguire figli, faccende domestiche, incombenze professionali, imprevisti. Mariti e compagni meno disposti a sacrificare impiego e carriera. L’Italia non è un Paese per donne e mamme che lavorano.

Lo sanno, per esperienza diretta, milioni di madri, mogli, compagne, sorelle, nonne, nipoti. Lo conferma ancora una volta l’Istat, dando conto dell’ultima ricerca sulla “conciliazione tra lavoro e famiglia” elaborata con i dati raccolti nel 2018. Una mamma su 9 non ha mai lavorato per prendersi cura dei figli, anche di uno solo. La percentuale è dell’11,1, contro una media europea del 3,7 per cento. Le caregiver e i caregiver dediti all’assistenza di genitori o altri congiunti sono 2 milioni e 827 mila. Con uno squilibrio tra i sessi. La responsabilità della cura grava sul 9,4 per cento delle donne di 18-64 anni e sul 5,9 per degli uomini di pari età. La quota di donne 18-64enni con figli sotto i 15 anni costrette a cambiare aspetti e modalità di lavoro, per riuscire a seguire gli impegni familiari e le attività professionali, è del 38,3 per cento. Per i padri il tasso crolla all’11,9 per cento. Le donne sacrificano il proprio lavoro il triplo rispetto ai compagni.

Problemi  culturali, scelte politiche

Commenta la professoressa Chiara Saraceno, sociologa della famiglia e filosofa: «Sono decenni che parliamo di queste dinamiche, senza riuscire a trovare soluzioni e alternative.  In Italia continuiamo a scontare un problema culturale. Resta forte l’idea che i bambini sono delle famiglie e delle mamme in particolare. I padri si impegnano di più con i figli, rispetto al passato, ma per farlo non sottraggono tempo all’orario di lavoro: rinunciano a un po’ di tempo libero. Le coppie più giovani partono con la divisione egualitaria dei compiti. Poi, però, col passare degli anni e con l’arrivo dei figli tendono a tornare asimmetriche».

C’è poi un problema di scelte, politico. «Gli asili nidi pubblici e privati – esemplifica Saraceno – riescono ad accogliere il 24 – 25 per cento dei bimbi che avrebbero diritto a un posto. Al Sud, dove mancano anche le opportunità di lavoro, la percentuale è ancora più bassa. Posto che una mamma riesca a trovare lavoro, in questa situazione il rischio è che non trovi una struttura dove lasciare i figli più piccoli e sia costretta a rinunciare all’impiego. Oppure deve avere abbastanza risorse per pagare un asilo privato. I nidi  e le scuole d’infanzia – tiene a dire la sociologa – non servono solo alle madri. Sono indispensabili per i bambini. Quelli che restano fuori sono svantaggiati, perché vengono privati dei servizi educativi. Il nuovo governo ha  promesso che nidi e asili saranno gratuiti per le famiglie meno ricche.  Quelle in condizione in condizioni economiche precarie già non pagano. Gli incentivi avranno ricadute positive per il ceto medio».

In aumento gli anziani e le loro necessità

I bambini, gli anziani. Anche in questo caso l’onere maggiore ricade sulle donne. «Andiamo verso un aumento delle problematiche legate all’assistenza delle persone anziane. La popolazione di età avanzata cresce, le case di riposo e le strutture territoriali scarseggiano. Da noi, diversamente che in altri Paesi, arrivano i soldi, non più servizi specifici. Lo Stato eroga le indennità di accompagnamento ma avere la possibilità di farsi carico di un anziano, in famiglia, non è una questione solo economica. Anzi. È una questione di competenza e anche di forza fisica. E torniamo al punto. Quante donne devono lasciare il lavoro per stare a fianco di un loro caro fragile? L’alternativa del part time per scelta volontaria - rimarca sempre Chiara Saraceno - non c’è per tutte le interessate».

«Per cambiare serve una regia forte»

Maria Trentin, responsabile del Coordinamento donne della Federazione nazionale pensionali della Cisl, offre altri spunti per la riflessione e il dibattito. In prima linea da quasi 50 anni – come madre di due figli, come operaia in una fabbrica tessile e poi come sindacalista – ricorda: «Nelle lotte per garantire la conciliazione tra lavoro e famiglia, una meta piena  ancora da raggiungere, abbiamo fatto qualche passo in avanti, ma anche qualche passo indietro. Penso ad esempio alle lavoratrici del settore pulizie, alle partite iva e a chi svolge attività nuove, atipiche, precarie. Hanno ancora più difficoltà di altre. La tutela della maternità – continua - ora la facciamo a pezzi: in un modo per le professioniste, in un altro per le autonome, in un altro ancora per le dipendenti o le disoccupate. Manca una visione d’insieme, un approccio gloabale. Non dovrebbe essere così. Non possiamo permetterci di lasciare indietro nessuna». E, ancora: «L’errore è pensare che il lavoro di cura sia una attività prettamente femminile. Bisogna ribaltare il concetto. Il lavoro di cura è una questione sociale, che ha ricadute diverse su donne e uomini e che la società deve farsi carico di affrontare.  Non bastano palliativi, misure sporadiche. Ci vuole una regia forte, per raggiungere obbiettivi condivisi. Per migliorare le condizioni di mamme e caregiver lavoratrici si può e si deve agire su due piani: i congedi parentali e il welfare aziendale».

Meno occupate tra le madri con figli più piccoli

Da quale situazione si parte? Tra gli occupati, certifica l’Istat, quasi il 40 per cento dei 18-64enni svolge attività di cura. «Essere impegnati in un’attività lavorativa e allo stesso tempo doversi occupare di figli piccoli o parenti non autosufficienti – constatano i ricercatori dell’Istituto - comporta una modulazione dei tempi da dedicare al lavoro e alla famiglia che può riflettersi sulla partecipazione degli individui al mercato del lavoro, soprattutto delle donne, le quali hanno un maggiore carico di queste responsabilità. Il tasso di occupazione dei padri di 25-54 anni, classe di età in cui è più alta la presenza in famiglia di figli di 0-14 anni, è l’89,3 per cento. Per gli uomini senza figli coabitanti è pari all’83,6 per cento. La situazione diversa per le donne, penalizzate: il tasso di occupazione delle madri di 25-54 anni è al 57 per cento, quello delle donne senza figli coabitanti è al 72,1. I tassi di occupazione più bassi si registrano tra le mamme di bambini in età prescolare: 53 per cento per le donne con figli di 0-2 anni e 55,7 per cento per quelle con figli di 3-5 anni. Il divario tra Nord, Centro e Sud si sconta anche su questo fronte».

Invecchiamento della popolazione e assistenza al femminile

Capitolo caregiver. «Il problema dell’assistenza a familiari malati, disabili o anziani bisognosi di cure – concordano gli esperti dell’Istat - è reso sempre più rilevante dall’invecchiamento progressivo della popolazione. Nella fascia di età tra i 45 e i 64 anni, in 6 casi su 10 sono le donne (1 milione e 343mila) ad avere questo tipo di responsabilità: tra queste una su due è occupata (49,7 cento). Dal confronto con le donne che non hanno questo tipo di responsabilità emerge un divario tra i tassi di occupazione pari a quasi 4 punti percentuali, confermato anche a livello territoriale. Il possesso di un titolo di studio pari o superiore alla laurea invece riduce la differenza tra le donne con e senza responsabilità a soli 1,9 punti».

Il gap tra Italia e altri Paesi europei

L’Italia non regge il confronto con altri stati europei. Nel nostro Paese la percentuale di donne che non hanno mai lavorato per occuparsi dei figli resta lontanissima dagli esempi più virtuosi. «L’11,1 per cento delle donne con almeno un figlio – dettagliano i curatori delle rilevazioni statistiche - non ha mai lavorato per prendersi cura dei figli, un valore decisamente superiore alla media europea, pari al 3,7 per cento». Nel Mezzogiorno la percentuale lievita. «Una donna su 5 con almeno un figlio dichiara di non aver mai lavorato per potersene prendere cura». Sempre al Sud si registra anche la quota più alta di donne che dichiarano di non lavorare per motivi non legati alla cura dei figli (12,1 per cento rispetto al 6,3 per cento della media italiana e al 4,2 per cento della media europea).

Difficile conciliare famiglia e lavoro

«La conciliazione dei tempi di lavoro con quelli di vita familiare – altro dato che emerge dalla vita quotidiana di milioni di famiglie e dalla ricerca - risulta difficoltosa per più di un terzo degli occupati (35,1 per cento) con responsabilità di cura nei confronti di figli. Lamentano maggiori difficoltà i lavoratori indipendenti (39,4), chi svolge professioni qualificate (39), gli addetti al commercio e servizi (39,2). Tra i genitori occupati in professioni impiegatizie e non qualificate tale quota è del 25 per cento».

Il part time e la necessità di adattarsi

Il regime orario è un fattore rilevante per la conciliazione dei tempi. Le donne che lavorano full time hanno più difficoltà rispetto a quelli in part time (43,3 per cento e 24,9 per cento, rispettivamente) ed è lo stesso per gli uomini. Tenere tutto insieme è ancora più complicato quando ci sono bambini molto piccoli, tra 0 e 5 anni. «Le madri più dei padri rimodulano il proprio lavoro per la cura dei figli. Nel 2018, il 22,5 per cento degli occupati con figli di 0-14 anni ha dichiarato di aver apportato un cambiamento nel lavoro attuale  per seguire i bimbi (cambiamento o riduzione dell’orario, cambiamento di lavoro o altra modifica). E se papà e mamme riferiscono di problemi di conciliazione in ugual misura, sono soprattutto le donne ad aver modificato qualche aspetto della propria attività lavorativa per meglio combinare l’attività extradomestica le esigenze di cura dei figli: il 38,3 per delle madri occupate (oltre un milione) ha dichiarato apportato un cambiamento (in particolare degli orari), contro poco più di mezzo milione di padri (11,9 per cento)».

Servizi mancanti o troppo costosi

Non sempre asili nido, scuole materne, pre o post scuola, ludoteche e baby sitter sono alla portata delle famiglie che ne avrebbero bisogno, per più motivi. «Le motivazioni per le quali non si ricorre all’utilizzo dei servizi – evidenziano sempre i ricercatori dell’Istat - sono il costo eccessivo (9,6 per cento) oppure l’assenza di strutture o di posti disponibili (4,4 per cento). In particolare lamentano tariffe eccessive le madri con figli di 0-5 anni (15,6 per cento) e le non occupate (12,9 per cento). La scarsità o la mancanza di posti è denunciata sempre dalle mamme di bimbi in età prescolare (6 per cento) e le residenti nel Mezzogiorno (5,5 per cento)».

Riproduzione riservata