La nuova tendenza parte dall’estremo oriente ed esattamente dal Giappone, dove gli esperti descrivono una generazione che non ne può più delle App di dating e ha deciso di tornare a sistemi più tradizionali per trovare l’anima gemella: amici, conoscenti, familiari e persino agenzie matrimoniali sembrano la strada minore, più efficace, meno stressante e soprattutto più veloce per arrivare all’altare. Che il fenomeno arrivi presto anche da noi?
Basta App di dating
«Penso sia il modo più rapido per trovare qualcuno con lo stesso obiettivo, cioè il matrimonio». Non usa messi termini Taizen Yasuda, giovane cliente della IBJ, un’agenzia di Tokyo specializzata proprio nel matchmaking, vale a dire l’equivalente delle (care) vecchie agenzie di incontri per single. Anche lui è alla ricerca di una partner, come racconta al New York Times, che al fenomeno ha dedicato un lungo reportage. «L’amore vero non ha prezzo», scrive il quotidiano della Grande mela, spiegando come un’intera generazione in Giappone sia decisa a mettere su famiglia, a costo di pagare. In questo caso l’iscrizione a un servizio che oggi sostituisce la tradizionale omiai.
Il ritorno ai metodi tradizionali
Con il termine omiai, infatti, nel Paese del Sol levante si intende l’antica pratica con cui i matchmakers – tipicamente i parenti, gli amici di famiglia o persino i capi, al lavoro – facilitano gli incontri tra single. Nel tempo, però, è stata sostituita dal dating online. Fino ad oggi, perché i giovani single hanno deciso di tornare al passato, supportati da campagne pubblicitarie massicce: lungo le strade di Tokyo, infatti, sono comparsi cartelloni che recitano slogan come “Meglio un omiai che 100 swipes”.
Il dating online causa troppa frustrazione
Stufi di fenomeni esplosi a causa dei social, come ghosting e catfishing, ragazzi e ragazze stanno tornando a sistemi che prevedano incontri fisici, che ritengono più efficaci e sicuri. «Non mi stupisce, perché il successo delle piattaforme di dating non ha necessariamente risolto il bisogno di costruire relazioni significative. Al contrario, dopo una prima fase di grande entusiasmo nei confronti delle possibilità offerte dal digitale, stiamo osservando anche una crescente consapevolezza dei suoi limiti», spiega Eleonora Sellitto, sessuologa e psicoterapeuta. «Le app hanno ampliato enormemente le possibilità di incontro, ma quantità e qualità delle connessioni non coincidono», aggiunge Sellitto.
Stop alla “logica del consumo”
«La scelta apparentemente illimitata può generare sovraccarico, indecisione, confronto continuo e, in alcuni casi, una modalità di approccio alle relazioni caratterizzata da una certa “logica del consumo” – sottolinea Sellitto – Si tende a valutare rapidamente molte possibilità, con il rischio di interrompere una conoscenza alla prima difficoltà o di continuare a cercare qualcuno percepito come più compatibile. In questo senso, il ritorno a modalità di incontro più tradizionali può essere letto anche come una ricerca di maggiore autenticità e di contesti nei quali la conoscenza sia mediata da una rete sociale reale. Non significa necessariamente un rifiuto della tecnologia, ma piuttosto la ricerca di un equilibrio tra le opportunità offerte dal digitale e il bisogno, profondamente umano, di una relazione che possa svilupparsi con tempi e modalità meno standardizzate».
Perché la “rivoluzione” parte dal Giappone
Il fenomeno è partito dal Giappone che culturalmente ha un approccio diverso da quello che ormai si vive in Occidente e in Italia: «Il trend mi sorprende un po’, anche se è vero che non vivo più stabilmente nel mio paese da tempo – ci racconta Hina, che da anni si è trasferita in Italia, dove ha un marito e due figlie – Penso, però, che ci sia una grossa differenza tra la cultura giapponese e quella europea: per esempio, qui molte coppie hanno figli senza essere legalmente sposate, mentre in Giappone si crede ancora che il matrimonio sia un passo fondamentale per metter su famiglia».
L’esigenza di sposarsi per avere figli
«Per questo molti giovani non vogliono perdere tempo con persone ritenute poco serie che possono incontrare sulle App di dating. Questo è il motivo per cui arrivano a pagare anche molti soldi alle agenzie di incontri: vogliono semplicemente una strada veloce e garantita», ci racconta ancora Hina. «Oltre a questo ci può essere il vantaggio di reintrodurre una dimensione di fiducia e di contesto nella conoscenza dell’altro. Quando una persona viene presentata da amici, familiari o conoscenti, non viene percepita esclusivamente attraverso un profilo o una serie di informazioni selezionate: esiste già, almeno in parte, una cornice relazionale che può facilitare la conoscenza», aggiunge Sellitto.
Ridurre l’anonimato e il senso di performance
«Anche dal punto di vista psicologico questo può avere un valore. La mediazione di una persona conosciuta può ridurre l’anonimato e, in alcuni casi, rendere l’approccio meno performativo: non si è chiamati immediatamente a “vendersi” attraverso fotografie, descrizioni o poche battute, ma si può avere la possibilità di incontrarsi in un contesto più naturale. Certo, non dobbiamo idealizzare il passato. Le reti familiari e sociali possono facilitare gli incontri, ma possono anche introdurre aspettative, pressioni o giudizi esterni. Lo stesso vale per le agenzie matrimoniali. Il punto, quindi, non è stabilire quale modalità sia migliore in assoluto, ma quale sia la più adatta a ciascuno», sottolinea la psicoterapeuta.
Il boom di single, anche da noi
Ad accomunare il Giappone all’Europa e all’Italia, però, resta il boom di single, che in alcune città come Milano hanno superato le coppie. Le cause sono molteplici, «oggi si studia più a lungo, si entra più tardi nel mondo del lavoro, la stabilità economica arriva spesso più tardi e, parallelamente, è aumentata la possibilità di scegliere se e quando entrare in una relazione stabile. In passato, poi, la relazione poteva rappresentare spesso una necessità sociale, economica e familiare; oggi ci si aspetta sempre più che una relazione risponda anche a bisogni di benessere, intimità, complicità e realizzazione personale. Questo innalzamento delle aspettative può essere una conquista, ma può anche rendere più difficile accettare la complessità inevitabile di una relazione», precisa Sellitto.
La difficoltà di costruire una relazione
«A questo si aggiunge un paradosso: abbiamo a disposizione un numero enorme di possibilità di contatto, ma non necessariamente maggiori competenze relazionali – ricorda l’esperta – Costruire una relazione richiede capacità di comunicare, tollerare la frustrazione, gestire il conflitto, riconoscere i propri bisogni e, soprattutto, accettare che l’altro non possa corrispondere perfettamente all’immagine che abbiamo in mente». C’è anche ci si interroga su un eventuale “ritorno al passato” anche da questo punto di vista. «È improbabile: sono cambiate la società, le aspettative individuali e i percorsi di vita».
Verso nuove forme di relazione
Come sottolinea Sellitto, però, «Potremmo andare verso una maggiore pluralità delle forme relazionali, con persone che scelgono tempi, modalità e livelli di impegno differenti. Essere single, del resto, non è necessariamente sinonimo di solitudine o di insoddisfazione, così come essere in coppia non è automaticamente sinonimo di benessere. La questione centrale, dal punto di vista psicologico, è la qualità della vita relazionale: la possibilità di costruire legami soddisfacenti, che siano scelti e non subiti, e nei quali la persona possa mantenere contemporaneamente autonomia, intimità e senso di appartenenza».