Sono stata un’appassionata fan di Sex and the City, serie tv che alla fine degli anni ’90 fu rivoluzionaria per molte ragioni: rendeva protagoniste delle donne singole che facevano liberamente sesso fuori da legami stabili (e ne parlavano) e celebrava l’alleanza tra amiche. Solo con il tempo mi sono resa conto che in quella narrazione, che pure all’epoca è stata fondamentale, mancava qualcosa. La singolitudine veniva sì raccontata, ma come una fase rigorosamente (e necessariamente) transitoria dell’esistenza. Con l’eccezione di Samantha, le altre ragazze erano alla ricerca, non senza una certa dose di ossessività, dell’anima gemella. Così quando lo scorso agosto, 27 anni dopo la prima puntata della serie, gli sceneggiatori hanno scelto di concludere il sequel (intitolato And Just Like That…) con Carrie che si aggira sorridente tra le stanze della casa newyorkese in cui vive da sola, ho avuto un tuffo al cuore. Finalmente esisteva una role model. Una, ma meglio di niente.
La singolitudine sotto una luce diversa
La mancanza di rappresentazioni a tutto tondo delle donne senza vincoli – né partner, né figli – è uno dei motivi che mi hanno spinto a scrivere un libro sull’argomento. Titolo: Smettetela di dirci che non siamo felici. Se è vero, infatti, che per alcune la singolitudine può essere una condizione esistenziale difficile, per altre non è così. Perché accanto alle ombre – i momenti di solitudine e di tristezza ci sono, certo, ma chi può affermare di non attraversarne mai, anche stando in coppia, anche con la presenza di figli? – esistono luci che finora sono state poco raccontate. Qualcosa, però, sta cambiando: ho intercettato moltissime autrici (e qualche autore) in tutto il mondo, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, dalla Germania a Israele, dall’Olanda all’India, che si stanno adoperando per cambiare la narrazione e sfidare gli stereotipi.

L’universo di coppia è ancora la norma?
Lo stigma non è certamente esplicito come un tempo – lo prova banalmente il fatto che la parola “zitella” non viene più utilizzata se non in chiave ironica – eppure persiste. Me lo hanno confermato tutte le donne italiane serenamente singole (una trentina, da Nord a Sud) a cui ho chiesto di raccontarmi la loro esperienza. Per fare un esempio concreto: non è raro che si sentano rivolgere, anche in pubblico, domande personali come:
Non hai ancora incontrato la persona giusta?, Esci con qualcuno?, Hai provato con Tinder?
Visto che la cosa capita con frequenza, evidentemente non viene ritenuta sconveniente. Al contrario, nessuno si sognerebbe di domandare a una persona sposata o fidanzata se con il/la partner va tutto bene, vita sessuale inclusa. La loro privacy è protetta perché la coppia rappresenta la norma. Chi devia da quella norma dev’essere pronto a fornire spiegazioni. La sociologa indiana Ketaki Chowkhani, che insieme allo statunitense Craig Wynne ha curato la raccolta di saggi Singular selves, definisce queste domande “micro-aggressioni”. Esagerato? Credo si tratti solo di cambiare prospettiva. La guru assoluta dei singles studies, la psicologa sociale statunitense Bella De Paulo, nel saggio Singled out sostiene che esista una sorta di graduatoria non scritta dell’accettabilità sociale, in cima alla quale ci sono le persone sposate e con figli, mentre quelle single stanno nel punto più basso. E infatti sono oggetto di curiosità e diffidenza.
Non vogliamo essere compatite
Mi ha raccontato Sonia, 51 anni: «Detesto quello sguardo di compatimento che mi viene rivolto quando rispondo che no, non ho figli, e no, non ho un compagno. Non voglio essere compatita: non mi sento meno donna perché non sono madre, e di certo non sono da sola perché, come mi viene rinfacciato, sono incontentabile e ho standard troppo alti». Eleonora, 38 anni, ha aggiunto, con una certa insofferenza: «Non la trovo mica una cosa normale che la gente mi comunichi in faccia il suo dispiacere, anzi, la considero una violenza psicologica. Perché devi essere triste per me quando io sto benissimo?».
La coltre mentale dei condizionamenti sociali
Si potrebbe commettere l’errore di pensare che in gioco ci sia solo il fastidio di dover rispondere a domande moleste. Non è così. Nel libro Tenetevi il matrimonio e dateci la dote (Mimesis) Alessia (Leo) Acquistapace spiega come la “dittatura della coppia” costituisca uno «strumento di lettura attraverso il quale interpretiamo l’esperienza, un dispositivo che ci fa selezionare, prima di tutto all’interno della nostra stessa vita, le cose importanti, significative, degne di nota». Significa che, se tutti intorno a noi continuano a ripeterci che l’unico modo per essere felici è stare in coppia (e ce lo dicono i film, le serie tv, i romanzi, oltre ai parenti e agli amici), nella nostra testa si crea quello che Bella De Paulo chiama mental blanketing, una “coltre mentale” di condizionamenti che può portarci a mettere in secondo piano ciò che di meraviglioso c’è nella nostra vita – tanti amici, tanti interessi, un lavoro soddisfacente, per esempio – inducendoci a sentirci comunque sole e “sfigate” perché non abbiamo qualcuno al nostro fianco.
Nella mia personale esperienza, questa auto-svalutazione indotta del proprio percorso esistenziale è forse il danno maggiore del singlism (così viene chiamata la discriminazione nei confronti dei single): rende arduo apprezzare la bellezza di ciò che si ha, spingendo a concentrarsi sempre e solo su ciò che manca. Ma non è tutto. Sempre De Paulo definisce Single at heart (single nel cuore, o nell’anima: lo scrivo in maiuscolo perché è anche il titolo del suo ultimo libro) quelle persone che «non sono piene di gioia e vitalità nonostante siano single, ma proprio perché lo sono», come mi ha spiegato. Si tratta, dice la studiosa, di uomini e donne che sono naturalmente più inclini alla libertà che alla domesticità di una relazione stabile. E proviamo a pensare: cosa succede se, sotto la pressione dei condizionamenti sociali, queste persone si spingono comunque verso la coppia, pur non desiderandola davvero?
Tutte le strade per la felicità devono essere rispettate
Non sto dicendo che le donne senza vincoli siano tutte single at heart. La maggior parte di quelle che ho intervistato, per esempio, non esclude la possibilità di trovare un partner – e la singolitudine, come dice la sociologa Graziella Civenti, ha di per sé «un carattere fluido e reversibile» – ma rivendica il diritto di vivere la propria vita appieno e gioiosamente anche da sola. Oltretutto, diversi studi dimostrano che le persone singole sono tutt’altro che sole, perché tendenzialmente portate a costruire reti di amicizie che costituiscono sorgenti di affetto e nutrimento interiore importanti. Insomma, il desiderio di tutte le donne che ho intervistato – esperte e semplici testimoni – non è certo stabilire quale sia la condizione esistenziale migliore in assoluto, semmai il contrario: ciò che vorremmo è che si prendesse atto che la strada verso la felicità è diversa per ciascun essere umano e che tutte – tutte – hanno il diritto di essere rispettate e celebrate. Senza eccezioni.
E in Italia si vive sempre più da sole
A incoraggiare una riflessione generale sulla condizione della singolitudine sono i numeri. Secondo l’Istat, in Italia il 36,2% delle famiglie è unipersonale (mentre il 28,2% è costituito da coppie con figli e il 19,4% da coppie senza figli). Si tratta di 9,5 milioni di persone: tra queste, quasi 4 milioni non si sono mai sposate, le altre sono separate/divorziate oppure vedove. Nell’Unione europea parliamo del 37% delle famiglie. Tradotto in numeri: 75 milioni di persone.