Dopo il successo di And Just Like That… e l’articolo virale di Vogue su come avere un fidanzato ormai sia quasi imbarazzante, mi sono stupita quando ho letto la news di una rubrica su un giornale inglese dedicata solo alle donne single. Ma come, ce n’è davvero bisogno? Oggi ad essere single è la maggior parte della popolazione. Sia il mercato che il mondo dell’editoria devono trovare nuovi modi di ingaggiare questo tipo di audience. Ma c’è un aspetto che avevo sottovalutato, inglobata ormai come sono nella mia bolla sociale cittadina. Non è così ovvio, in paese, che essere single possa essere una scelta. Mi è bastato tornare per le vacanze nel paesino emiliano dove sono cresciuta per capire che l’intuizione di Felicia Kingsley, l’autrice di Non è un paese per single, non è poi così fantasiosa. Nessun paese, in Italia, è un paese per single.

Essere single in paese: cosa c’è che non va in te?

E non certo perché i single non ci sono. Parliamo ormai del 37% della popolazione, un dato che aumenta ogni anno e che – pur coinvolgendo maggiormente i cittadini urbani – comincia ad essere uniforme. A Belvedere, il microcosmo immaginato da Felicia (che non a caso è nata poco distante da me), tutti si accoppiano perché trovano magicamente l’anima gemella. Ma, come mostra il personaggio di Rosa (Fiorenza D’Antonio) nel film che esce oggi, la realtà nella maggior parte dei paesi è che l’amore va trovato per forza.

Pur essendo cresciuta in una famiglia relativamente moderna, ancora oggi se alzo la voce a casa o mi vesto male (sono anni che non porto vestiti decenti in paese, una scelta di principio) mi viene detto «Ma così, chi ti prende». Non contano le lauree, le soddisfazioni lavorative, la vita che è proseguita dall’ultima relazione su cui i miei genitori hanno potuto mettere il becco. In paese non importa chi tu sia e cosa tu faccia, se non hai un +1 è molto probabile che qualcosa non vada in te.

«Ma a te veramente piace questa vita?»

Mi sono rivista in Elisa (Matilde Gioli), la madre single-contadina di Non è un paese per single, che dice a un Michele (Cristiano Caccamo) perplesso di essersi scelta quella vita e di amarla così com’è. Anche se sognavo di essere giornalista fin da bambina, mia nonna dopo avermi sentito parlare del Festival di Venezia mi ha chiesto, un po’ annoiata, «Ma a te veramente piace questo lavoro? Ti interessano queste cose?». Non potendo più chiedermi come sta il mio ex – mia madre ci prova ancora, dopo 7 anni, lei almeno si è arresa – ogni tanto mi chiede come sta Harry Styles, con buona pace di Zoe.

Matilde Gioli nei panni di Elisa in Non è un paese per single

E se io mi sono imposta per andarmene da ragazza a scoprire il mondo, per le mie coetanee non è stato così. Su Instagram vedo profili di compagne di classe molto più brillanti di me, ridotte a postare boomerang di piedini che si muovono per casa o foto sempre uguali che ritraggono solo loro, loro e un’amica, loro e il partner. Partner che hanno scelto a 12, 15, 18 anni e dopo averlo sposato con grande festa chissà quanto sono felici di portarsi dietro per la vita.

Scambiare l’amore con la stabilità, se il mondo fa paura

Sicuramente alcune lo sono. Tante altre lo fanno perché non credono si possa fare altrimenti. La talk of the town della nostra Pasqua riguardava due amiche accoppiate da anni che per studiare volevano andarsene per un po’, insicure persino loro di cosa fare dopo. I partner, spaventati all’idea di cambiare le proprie dinamiche, hanno cominciato con una sfilza di ricatti: un viaggio inaspettato, regali a non finire, preghiere di ogni tipo. Infine, la bomba: «Allora andiamo a convivere».

Una è scappata a gambe levate. Quando il diretto interessato, incredulo, mi ha confessato di non capire come si possa rinunciare, oggi, alla «promessa di stabilità», io gli ho risposto ridendo: «Marco, ma chi la vuole la tua stabilità?».

Eppure so che ha ragione. Che a una ragazza cresciuta in paese, convinta come lo ero io di non poter resistere nemmeno una settimana nel mondo reale, quella promessa di stabilità fa gola. Non è una vita possibile, è l’unica che il paese propone: le tappe sono chiare, non si è mai sole, si è sempre al centro delle attenzioni e non c’è nulla da temere. Ben lontani dai Cristiano Caccamo e Sebastiano Pigazzi del film, i ragazzi per cui le paesane rinunciano ai sogni sono spesso incapaci di alzarsi da soli la mattina, farsi la pasta, lavarsi i vestiti. Bella compagnia, bel sostegno.

Fuori c’è il mondo, peccato per il paese

In paese ci si dice che chi è single, in malattia, sarà solo. Come se esistesse un universo in cui è mio padre a prendersi cura di mia madre e non viceversa. Come se questi uomini cresciuti nella stessa via, con gli stessi lavori e gli stessi argomenti di quando erano ragazzini persino a 60 anni siano il massimo della compagnia a cui una donna può auspicare. Oggi, quando torno in paese, penso alla vita che mi sono lasciata alle spalle. A quella stabilità che di certo a me manca e forse mancherà per sempre. Lo faccio col sorriso, non la scambierei mai con la mia indipendenza.

Quando qualche ragazza mi chiede un consiglio, la prima cosa che dico è: «Vai!». Perché purtroppo il paese non solo non ci vuole single, non ci vuole vive. In paese, se studiamo troppo siamo “le professoresse”, se veniamo tradite siamo “le cornute”, se tagliamo i ponti siamo “le stronze”. Là fuori possiamo fare tutte queste cose e restare la somma di moltitudini, di contraddizioni, essere valide comunque. Una volta che impariamo a vederci così, possiamo anche tornare indietro, ma lo faremo con uno sguardo diverso. Paesane si nasce, cittadine del mondo lo si diventa: lo auguro a tutte, al posto della stabilità.