Se le nuove generazioni si sentono più europee di quelle precedenti, il merito è anche dell’Erasmus: in 32 anni ha coinvolto oltre 9 milioni di studenti, mescolando lingue, abitudini e culture, creando reti e formando una coscienza comunitaria. «Le istituzioni adesso hanno intenzione di raddoppiare il budget per il periodo 2021-2027» spiega Sara Pagliai, coordinatrice del programma per Indire, l’Istituto nazionale di innovazione e ricerca educativa. «L’obiettivo è portarlo a 30 milioni di euro per allargare la platea dei beneficiari».

Con l’evoluzione in Erasmus+ oggi partono anche studenti delle scuole superiori, insegnanti e presidi. Ci sono programmi specifici per neoimprenditori, stagisti, disabili, sportivi e associazioni di volontariato. Ma la fetta più ampia resta quella degli universitari che dal programma europeo hanno tanto da guadagnare. «Li individuo subito quando entrano nel mio studio, hanno qualcosa in più degli altri, sono spigliati, con una maggiore capacità di pensiero critico e visione globale» afferma Ivano Dionigi, presidente del consorzio interuniversitario Almalaurea. «Non è un caso che un Erasmus in curriculum garantisca il 13% di opportunità in più di trovare lavoro subito dopo la laurea».

L’Erasmus non è più un’occasione per pochi

Fino a ora, il programma ha sofferto di elitarismo: il contributo europeo mensile di 280 euro, non sempre integrato dai fondi di università e altri enti, permetteva la partecipazione solo ai figli di famiglie benestanti. «Lo scopo dell’auspicato raddoppio dei fondi sarà proprio quello di rendere l’Erasmus più inclusivo, aumentando la copertura delle spese e stimolando la partecipazione di università e scuole più piccole e periferiche» continua l’esperta di Indire. «Soprattutto al Sud, dove il tasso di partecipazione degli studenti è la metà rispetto al Nord».

La meta più gettonata dai nostri studenti resta la Spagna per l’affinità linguistica. «Ma ci sono anche tante università nel Nord Europa che adesso offrono corsi in lingua inglese» consiglia Pagliai. La scelta migliore è individuare il Paese in base ai propri obiettivi: il Belgio per chi sogna di lavorare nelle istituzioni europee; la Germania, la Norvegia e l’Olanda per chi studia tecnologia; Inghilterra e Svizzera per Economia e Medicina. Ogni anno il QS World University Ranking stila la classifica delle migliori università al mondo (topuniversities.com). «Peccato che la scelta di uno specifico ateneo non dipenda dallo studente ma dagli accordi bilaterali che le singole università italiane stabiliscono con quelle estere» avverte Dionigi.

L’Erasmus dà precise garanzie su programmi ed esami

In compenso grandi progressi sono stati fatti sul tema del riconoscimento dei crediti e dei titoli. «In passato capitava persino di dover sostenere una seconda volta gli esami, tornati in Italia» continua Pagliai. «Oggi non è più così: università e studenti firmano un “learning agreement”, cioè un accordo dove il programma da seguire è già stabilito. Una garanzia anche per tanti genitori che associano ancora, a torto, l’idea di Erasmus con quella di “feste continue”. L’esperienza europea non è diversa da quella dei nostri studenti fuori sede in Italia. Tutto sta alla responsabilità di ciascuno. In ogni caso, molte università costringono i ragazzi a restituire il contributo se non sostengono gli esami previsti».

L’Erasmus risponde alle esigenze della società globale

Una critica che viene mossa da alcuni al programma è che possa innescare un processo di internazionalizzazione che favorisce la fuga dei cervelli, un dramma per l’Italia. Secondo i dati di Erasmus Student Network, è espatriato dopo la laurea il 40% degli studenti Erasmus, il doppio di chi non ha fatto questa esperienza. «Il problema non è il programma, molti expat tornerebbero volentieri in Italia se trovassero lavori gratificanti, senza contare che sempre più giovani partono dopo il diploma» spiega Dionigi. «In un mercato del lavoro globalizzato, ci si sposta là dove le politiche sono più attrattive, i lavori prestigiosi e le condizioni vantaggiose. E visto che questo mercato non è regolamentato, a farne le spese sono i Paesi con politiche del lavoro meno attrattive, come il nostro».

Tra le nuove sperimentazioni di Erasmus+ c’è “1EUROPE”. È un network di 8 prestigiose università europee, tra cui Bologna, Berlino e Paris Panthéon-Sorbonne, che dà vita a corsi di laurea congiunti dove studenti e insegnanti possono tenere e seguire lezioni e sostenere esami come se fosse un unico ateneo (una-europa.eu)

I NUMERI DELL’ERASMUS

31.000 sono i giovani italiani che dal 2014 a oggi, grazie al programma Erasmus+, hanno fatto un’esperienza all’estero.

2.500 sono i docenti italiani che hanno insegnato in Europa.

+27,6% è l’aumento in percentuale dei partecipanti al programma con disabilità.

(fonte: Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche)