Domenica mattina, un parcheggio ai margini di un bosco. Arrivano in cento, si guardano un po’ di sbieco come si fa tra sconosciuti. Poi parte il cammino. Dopo otto chilometri tra faggi e crinali, con sei soste in cui Arianna Porcelli Safonov, autrice e performer satirica, legge ad alta voce brani scomodi e buffi, queste persone chiacchierano (fiatone permettendo) e si conoscono. Alla fine del percorso un signore avvicina Arianna quasi con le lacrime agli occhi: «Vado via veramente arricchito, mi ci voleva». Lei rimane stupita. Come ogni volta.
Transumansia, un’idea di Arianna Porcelli Safonov
Succede tutto a Transumansia, un trekking letterario tra i crinali d’Appennino che mescola satira, paesaggio e quella cosa rara che una volta si chiamava semplicemente socialità. L’idea nasce durante la pandemia, dal bisogno di creare connessioni in un tempo in cui siamo tutti, come dice Arianna, «costipati di roba da fare». «Un pubblico teatrale è abituato a pagare un biglietto, raggiungere un posto, ascoltare e andarsene» spiega. «Invece io desideravo proprio incontrare queste persone, farci amicizia. Più che un evento culturale, è un esperimento per tornare a parlarci in maniera diversa rispetto alle abitudini dei dispositivi e delle app. Sembra una banalità, ma non lo è».

Arianna Porcelli Safonov è romana «per sbaglio», ha vissuto a New York e a Madrid. Per dieci anni ha organizzato eventi internazionali, poi ha mollato tutto e si è trasferita in un borgo di sei abitanti sugli Appennini. Da quel «suicidio ecologico» è nato il libro Fottuta Campagna (Fazi Editore, 2016). Da lì in poi, dev’essersi annoiata pochissimo: Odiario, uno show affilato su mindfulness, intelligenza artificiale, pet therapy e tutto quello che ci viene venduto come panacea universale; Picchiamoci, un monologo contro la violenza di genere; il podcast Famiglia ed Altre Cose Velenose su RaiPlay Sound; fino ad arrivare al nuovo Nostalgia dei dinosauri (Baldini+Castoldi, 2025), una raccolta di monografie sull’involuzione spacciata per progresso, già alla seconda ristampa.
Cosa succede durante il trekking: letture, soste e un nome che è già un manifesto
Transumansia è il suo progetto più radicale. Il nome è già un manifesto. «A noi suona poetica, ma per gli animali la transumanza è un percorso piuttosto stressante, che non conoscono bene. La gioia sta nell’arrivare in un posto che riconoscono come familiare» spiega. «Allo stesso modo funziona il trekking: si parte in un modo e si arriva in un altro. La lettura è un espediente, è il cammino che ci interessa». Durante le sei soste nel bosco Arianna legge dal suo Fottuta Campagna, in cui racconta come, appena trentenne e ipnotizzata dal mito del biologico, abbia affittato un fienile sperduto tra le colline pavesi per scoprire che il trend del green non era esattamente quello raccontato nei bistrot di città. Ma dà voce anche a Thoreau, Calamandrei, Adriana Zarri, Boatti. «Non sapevo che tantissimi altri avevano raccontato il tema del cambio vita, ovviamente molto meglio di me! Ci sono nomi da capogiro». Secoli e generi lontanissimi, eppure tutti, prima o poi, finiscono a parlare delle stesse cose: la solitudine, la mancanza di lusso, i disservizi che piano piano ti cambiano e ti fanno tornare all’essenziale. Che è poi lo stesso bisogno che da anni porta centinaia di persone a seguire Arianna nei boschi. Si cammina, si parla a bassa voce. Sono sempre le cose semplici, le più ricercate. «E così va via l’ansia».
Il mito romantico di mollare tutto e andare in campagna
E il sogno romantico di mollare tutto e andare in campagna? Arianna lo smonta con il piglio allegro di chi ci è davvero andata e ne è tornata viva. «Come tutte le cose che pensiamo di desiderare perché diventano mode, solo con l’esperienza empirica possiamo capire di non volerle davvero». Sette anni in Appennino e dentro quell’esperienza – «un po’ come succede nei matrimoni longevi» – ha avuto momenti in cui pensava di aver sbagliato tutto. Ma il punto, dice, non è se andare: è come. Una cosa è adattarsi al territorio, altra è portarsi il lusso della città nei boschi. «È ridicolo, e anche violentissimo per un ecosistema che va protetto». E aggiunge: «Oggi guardo le cose della città con occhi diversi, con grande stupore, perché so che me ne tornerò su, in montagna. Ho voglia di stare a casa, di usare il mio bidet, sai… (ride, ndr)».
Camminare per smettere di pensare
Chissà se cammina per pensare o per smettere di pensare. «La seconda, in maniera assoluta. Ogni scusa è buona. Solo camminando e andando in montagna in bici e avendo paura di morire, smetto di pensare (ride di nuovo, ndr)». Il motore della creatività è la città, dove forse c’è più gente che fa cose assurde di cui valga la pena ridere. Il bosco serve «a ripulirmi da tutto ciò che vedo in giro». In fondo è sempre la stessa operazione: «Cerco di prendere esperienze drammatiche e toglierne il peso specifico – famiglia, insoddisfazione, inadeguatezza. Il filtro della comicità è potentissimo».

Chi in quel parcheggio ai margini del bosco si aspetta un pubblico di ex-hippie con lo zaino in spalla rimarrà deluso. «Mi diverto soprattutto a vedere chi non ha nessuna intenzione di trasferirsi in campagna e riconferma la propria scelta di essere urbano». Dal bosco si esce con una sensazione di tranquillità, non necessariamente con un sogno bucolico. «Ognuno di noi ha un habitat, ma non ce lo insegnano. Siamo tutti convinti che si debba andare nelle grandi città, ma è finito quel tempo. Dobbiamo capire qual è il nostro contesto abitativo, visto che possiamo lavorare ovunque. A meno che non vogliamo fare il medico chirurgo…». E se qualcuno, dopo una camminata tra i faggi, tornato a casa decide davvero di mollare tutto? «Sono già purtroppo responsabile di tante di queste scelte» risponde con una risata. Purtroppo, dice. Ma non direi che le dispiace.