È sera, davanti a me anonimi fogli di carta bianca aspettano di essere consumati dalla penna. Allora inizio a scrivere, ascolto il rumore del tratto nero sfregare sulla carta ruvida e cambio colori nel tentativo di dare forma e organizzare i pensieri nella mia mente. Ogni tanto mi blocco, così butto l’occhio sul balcone fiorito del vicino e tornano le idee. Raccontare di quanto successo durante la giornata, di quello che ho visto, esprimere le mie emozioni, a volte non esattamente decifrabili, richiede fatica. Ma è bello concedersi allo sforzo, perché è attraversandolo che si ottengono soddisfazioni, seppur modeste, come trascrivere un dialogo interiore. Che poi, parlare con se stessi senza finzioni né barriere, non è affatto semplice.
Journaling come pratica di benessere
Dietro tanto colore, parole e tantativi di autocomprensione si cela una pratica, quella del journaling. Oggi la chiamiamo così (forse fa più cool?), ieri era il nostro diario, quello segreto, prezioso amico a cui raccontavamo tutto, oggetto gelosamente custodito in fondo all’ultimo cassetto della scrivania, lontano dagli occhi curiosi delle nostre mamme. Ma adesso il diario esce dal cassetto, si guarda intorno ed esplora il mondo con noi.
È sempre più complicato concedersi del tempo, trovare dei momenti per riflettere su quando fatto, ripercorrere la giornata scandita da sveglie che suonano, appuntamenti fissati sul calendario, fotografie abbandonate nella galleria del cellulare. Ma quanto di quello che registriamo e incontriamo è impresso nella memoria? Probabilmente più di quanto immaginiamo. Oggi serve un piccolo atto di concentrazione per fermarsi, ripescare queste immagini e darsi modo di viverle davvero. Il journaling serve allo scopo e rientra in quelle pratiche di mindfulness diventate indispensabili per non farsi risucchiare dalla frenesia di una vita che punta costantemente il piede sull’acceleratore. È una pratica creativa di benessere, una narrazione personale che si traduce nello scrivere con regolarità riflettendo sulla propria vita: più facile a dirsi che a farsi, con tutti i rischi di cadere nel tranello di paranoie mentali e dubbi esistenziali.
Cos’è il nature journaling
Negli ultimi mesi ho scoperto l’esistenza di tante varianti del journaling. C’è l’art journaling, che include l’utilizzo di materiali artistici per arricchire le pagine del diario, il bullet journaling per pianificare obiettivi e attività, e il nature journaling, per riconnettersi alla natura, la nostra primissima casa, attraverso la creazione di un diario naturalistico.

Come ben descritto dalla Wild Wonder Foundation, organizzazione no-profit tra le più autorevoli del settore, nel nature journaling si utilizzano immagini, parole e numeri per imprimere su carta testimonianza di quanto si osserva nell’ambiente naturale. Si raccolgono e annotano osservazioni, domande e collegamenti sulle pagine di un vero e proprio quaderno di viaggio, da portare con sé durante passeggiate ed escursioni. Ogni diario è unico, come la persona che lo tiene. Ed ecco l’aspetto più importante: per questa pratica non serve essere artisti, né naturalisti, non è necessario riprodurre alla perfezione specie animali o vegetali. Qui il giudizio non esiste.
Con il nature journaling ogni errore è concesso
Il diario naturalistico diventa uno spazio sicuro dov’è possibile dare libero sfogo alla creatività spogliandoci della paura di essere giudicati per la performance compiuta. Non si vince niente, non si ottiene nulla. L’unico obiettivo è immergersi nel momento, connettersi con il presente. E quindi, benvenuto errore! Come spiega Elena Carbone, psicologa e psicoterapeuta, «Viviamo spesso dentro l’idea distorta che fare bene coincida con fare perfettamente. L’idea di subire un giudizio negativo da parte degli altri ci pone così tanto in allerta che spesso ci blocchiamo e non facciamo nulla. Accogliere l’errore vuol dire, invece, darsi la possibilità della scoperta, aprire uno spazio di possibilità e accettare sé stessi nel proprio divenire. Nel nature journaling l’errore non è un inciampo, ma parte del processo. Il segno sbagliato può diventare nuova forma, il colore fuori dal bordo può suggerire una direzione imprevista e diventa un modo per creare, non per condurre la mente a qualcosa che già conosciamo».
Praticare nature journaling favorisce la concentrazione
La pratica del nature journaling impone un distacco dal mondo digitale cui ci lega (o intrappola) il contesto cittadino, perché avviene in natura, ambiente che ricerchiamo sempre più frequentemente. Recarsi al parco, nascondere il cellulare nella borsa e concedersi qualche ora da dedicare alle proprie attività è diventato un lusso che ci concediamo raramente. Quanto sta diventando difficile, ad esempio, leggere senza spostare mai lo sguardo dalle pagine, distratti dalla vibrazione del telefono? Studi recenti condotti dall’Ohio State University Mexner Medical Center dimostrano che la capacità di attenzione media è diminuita ad appena otto secondi. In pratica, è sufficiente leggere poche frasi di uno scritto prima di distrarsi. Un sondaggio nazionale realizzato dall’Università dell’Ohio ha rivelato che tra le principali cause che concorrono a questo calo d’attenzione rientrano stress e ansia (43%), mancanza di sonno (39%) e dispositivi digitali (35%).
«In un momento storico in cui la nostra soglia di attenzione è drasticamente calata, complici la sovrastimolazione digitale, la pressione a essere sempre produttivi e la difficoltà a restare nel qui e ora, attività come il nature journaling possono rappresentare un vero toccasana», spiega Elena Carbone. «Osservare con attenzione, rallentare e disegnare ciò che si vede non è un solo esercizio estetico, ma pura presenza mentale. Significa educarsi a restare, a guardare davvero, a scegliere su cosa posare lo sguardo. Vedere è diverso dall’osservare: vedere è passivo, istintivo, grossolano. Osservare invece è un atto intenzionale: richiede tempo, presenza, volontà di entrare in relazione con ciò che abbiamo di fronte. Il nature journaling unendo osservazione, silenzio e creatività, orienta volontariamente l’attenzione su ciò che è presente e riattiva le risorse attentive profonde, proprio perché lavora in controtendenza: ci chiede di osservare, non scorrere, ma di restare».
L’ambiente naturale è il luogo che ci salva: Attention Restoration Theory
Se a mancarci è la concentrazione, basta rivolgere lo sguardo al nostro mondo per riacquistarne un po’. E questa non è una novità. Già teorizzata da Kaplan alla fine degli anni ’90, l’Attention Restoration Theory dimostra che l’esposizione ad ambienti e immagini naturali contribuirebbe al ripristino dell’attenzione. Secondo questa teoria la concentrazione può essere migliorata trascorrendo del tempo in natura: il cervello così, esposto a una moltitudine di stimoli diversi, si rilasserebbe.

Andrea Bariselli, neuroscienziato e psicologo specializzato nel rapporto uomo-natura, spiega che «Stare immersi nella natura permette alla mente di rallentare e liberarsi dal rumore quotidiano. Stimola una riflessione più autentica. Ci aiuta, quindi, a connetterci con i nostri bisogni, desideri ed emozioni, perché la quantità di stimoli a cui siamo sottoposti è decisamente inferiore. Il cervello non è impegnato a risolvere tutta una serie di problemi più superficiali come avviene in città, in ufficio o a casa. Qualsiasi attività facciamo in natura funziona sempre bene perché è compatibile con la nostra biologia».
Il journaling, sostiene Bariselli, agevola l’elaborazione delle emozioni, complice lo stato regressivo della scrittura: «La maggior parte delle persone oggi fatica a scrivere perché abituata alla tastiera. Tornare a scrivere con la penna è terapeutico per tanti. Il journaling stimola il cervello a elaborare più facilmente le emozioni, a superare dei blocchi e supporta il sistema nervoso. Riuscire a svolgere questa attività regressiva e di auto-espressione all’interno della natura è una combinazione importante, un atto trasformativo. In un mondo competitivo, che spinge sempre a ottenere il massimo, è facile sentirsi inadeguati. In natura invece c’è spazio per tutti ed è una cosa proprio bella. A me fa bene ogni volta, e se fa bene a me penso lo possa fare a chiunque».
Cammini creativi: nature journaling in Italia
Francesca Tabasso, illustratrice e insegnante, appassionata di trekking e passeggiate, ha dato vita in Italia a un progetto capace di unire tutti questi mondi. Cammini Creativi lega l’esplorazione della natura alla riscoperta della propria creatività attraverso attività di esplorazione e sperimentazione. Francesca, che è anche guida ambientale, studia percorsi adatti a tutti, pensati per una profonda riconnessione al mondo naturale. Durante le uscite si scoprono luoghi inediti, ci si immerge nel contesto attraversato e poi si elabora quanto osservato durante una sessione di workshop. Questo momento è riservato alla pratica del nature journaling, con l’utilizzo di tecniche, giochi e materiali sempre diversi. «Per me è importante permettere a persone che nella vita non disegnano di farlo, lontano dal giudizio e dall’aspettativa di realizzare per forza qualcosa di bello», racconta Francesca. «L’unica cosa che conta è sperimentare la creatività stando in natura».

Natura journaling come antidoto alla distrazione
Praticando il nature journaling immortaliamo ciò che osserviamo, senza abbandonare tali immagini all’anonimato di fotografie che accumuliamo quasi ossessivamente, ma sui cui raramente poniamo attenzione profonda. E così restano lì, a occupare una memoria digitale. Come conferma Francesca: «Il gesto di scattare una fotografia e passare oltre è troppo breve per capire veramente il complesso ambiente naturale cui siamo di fronte. Il nature journaling permette di osservare in modo molto diverso, dà il tempo di guardare davvero qualcosa, per riprodurla, per prendere appunti. Si tratta di una complessa collezione di quanto visto in natura, fatta anche di riflessioni, descrizioni e schizzi. È un diario che dà la possibilità di porre uno sguardo diverso su ciò che ci circonda».
Francesca, durante i suoi laboratori, invita alla sperimentazione abbandonando giudizi e la paura dell’imperfezione. «Donare spazi creativi alle persone è importante, tanto quanto fare qualcosa senza un senso preciso, senza l’idea di dover raggiungere un obiettivo. Farlo semplicemente per il piacere di farlo. È un esercizio di concentrazione che di questi tempi fa molto bene. Siamo tanto distratti, sovrastimolati. Quella sensazione di concentrazione poi te la ricordi. Disegnare ciò che abbiamo davanti ci obbliga a guardalo bene, con attenzione. Se osservo sto, mi fermo, se osservo sono presente». Non sarà questo il segreto per concederci maggior serenità? Stare nel presente.