Adagio – puntata 2

Su Donna Moderna abbiamo iniziato un viaggio lento e appassionato nell’Italia da scoprire. Un racconto a puntate, a cadenza mensile, che coinvolge grandi scrittori, giornalisti, studiosi, che qui raccontano i loro paesi, territori, regioni. E scavano nella storia dei luoghi e nelle tradizioni della gente, per farci conoscere un patrimonio prezioso ma spesso dimenticato.

Dopo il reportage della scrittrice abruzzese Donatella Di Pietrantonio, in queste pagine ripercorriamo i sentieri dei lupi insieme alla zoologa Mia Canestrini, che per 10 anni è stata tecnico di campo del Parco nazionale dell’Appenino tosco-emiliano.

Le foto del servizio sono di Giacomo Fè
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di Mia Canestrini, zoologa e autrice di La ragazza dei lupi (Piemme)

Lupo Appennino tosco-emiliano
Un lupo dell’Appennino tosco-emiliano

Quando ho vinto il concorso per il mio primo progetto europeo sulla conservazione del lupo al Parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano ho dovuto guardare su Google dove si collocasse geograficamente. Ai tempi si trattava di un Parco di recente istituzione, operativo da pochissimi anni, e poco si sapeva della realtà naturalistica e culturale di quelle montagne.

La notizia della mia assunzione come tecnico di campo – così si chiamano gli zoologi che studiano i lupi in natura – era arrivata insieme alla comunicazione del luogo in cui avrei avuto una scrivania e una camera: Cervarezza Terme. Non lo avevo mai sentito nominare. Cervarezza è un paese di piccole dimensioni, circondato da castagni secolari, con le strade ricoperte di castagne commestibili durante l’autunno che quasi nessuno raccoglie, pochi essenziali negozi e moltissima acqua. Dal paese si gode una splendida vista su uno dei maggiori comprensori montani del Parco, quello del Monte Cusna, e sul simbolo per eccellenza dell’Appennino reggiano, la Pietra di Bismantova. In lontananza si riconosce il profilo inconfondibile del monte Cimone, che assomiglia a una piramide, mentre nei giorni tersi e luminosi d’inverno si vedono distintamente le Alpi coperte di neve, benché siano distanti 300 chilometri.

Ma se pensate di potervi fare un’idea del territorio del Parco nazionale attraverso una visita alla sua ex-sede, ora spostata a Ligonchio, tra i mufloni e le pecore massesi degli ultimi pastori, vi sbagliate, e non di poco. Per scoprire davvero questo tratto di Appennino, a due passi dai prosciuttifici e dai caseifici del Parmigiano Reggiano e dalla Versilia, e a due anni luce dal mondo moderno che produce e intrattiene nell’Emilia e nella Toscana di fondovalle, dovete seguire i lupi. Arrivata tra quelle montagne poco più che ventenne, senza un telefono in grado di guidarmi da A a B, ho raccolto le informazioni allora disponibili sui branchi di lupi presenti e con uno zaino in spalla ho varcato la porta di casa. Quello era l’unico modo possibile per scoprire il Parco nazionale, capirlo e imparare ad amarlo.

Il Parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano ha mille facce. Si allunga stretto tra il Passo delle Radici e il Passo della Cisa e sembra aggrappato al crinale come qualcosa che sta per scivolare giù e scomparire per sempre, inghiottito dai cambiamenti climatici e socio-economici che già lo hanno stravolto. Brucato da decine di migliaia di pecore, costellato di borghi, frazioni e poderi a disegnare una mappa antica di micro-luoghi con tradizioni culinarie e storie secolari, oggi è abitato da pochi ostinati pastori, taglialegna, piccoli produttori e sognatori anarchici. È una distesa di saliscendi ininterrotti di passo in passo, di valico in valico, con praterie d’alta quota, boschi di faggi, rifugi e bivacchi, creste rocciose inaspettate e torrenti carichi di acqua che scendono impetuosi.

Frassinoro Modena
Frassinoro (Modena)

Un luogo selvatico e allo stesso tempo segnato dal passaggio dell’uomo, casa di migliaia di specie di animali, endemismi botanici e aquile reali che solcano il cielo. Questo si osserva camminando in punta di piedi sul crinale spartiacque, spina dorsale del Parco, via principale e autostrada naturale per tutti quei lupi che dal centro dell’Italia hanno seguito la rotta verso Nord per ricolonizzare i territori dai quali erano stati eradicati, fino a raggiungere prima le Alpi, poi la Francia, la Svizzera, l’Austria e poi ancora, più lontano, i Pirenei e la Germania. Come se avessero voluto mostrarmi tutta la bellezza del loro lungo viaggio e del loro immenso coraggio dopo secoli di persecuzione, i lupi del Parco si sono fatti seguire subito sulle cime più alte, che sfiorano i 2.000 metri.

I sentieri per raggiungere quella che era un tempo nota come GEA, la Grande Escursione Appenninica, oggi meglio identificata come “Sentiero 00”, sono infiniti. Partono dai paesi e salgono senza sosta fino in cima per svelare quella che, più che una vista, è una visione. Devono essersi stupiti anche i lupi la prima volta che hanno raggiunto questo assolato segmento di dorsale appenninica, dopo aver percorso centinaia di chilometri coperti dai boschi delle quote minori: dal Parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano si vede il mare.

Il passo del Cerreto tra Massa e Reggio Emilia
Il passo del Cerreto tra Massa e Reggio Emilia

Sul versante toscano le montagne dell’area protetta piegano bruscamente in avanti come una gigantesca onda pronta a schiantarsi sulla valle del Magra e sulla Garfagnana. Nemmeno i lupi possono scendere per quei ripidi versanti e devono accontentarsi di seguire le strade, le mulattiere e gli stretti sentieri creati dall’uomo. Spesso si è portati a pensare che il lupo si tenga ben distante da tutto quello che è calpestato dagli esseri umani, per una paura atavica ereditata da un’epoca che non risparmiava nessun esemplare a suon di fucili e veleno. La verità è che questa specie, di cui tanto si parla ma poco si sa, vive da sempre, se lasciata in pace, fianco a fianco con l’uomo. Se così non fosse, accanto a me, mentre scrivo, non ci sarebbe accucciato quello straordinario animale che è il cane.

Nell’Appennino tosco-emiliano i lupi sono davvero alle porte dei paesi, luoghi silenziosi chiusi per almeno 11 mesi l’anno. Al calare del buio si muovono tassi, volpi, istrici, ma anche caprioli, cinghiali e cervi. E il lupo segue l’odore delle sue prede. Alcuni borghi trasudano magia, la magia che si respira dove qualcosa e qualcuno ha vissuto una vita molto diversa, profondamente radicata nella terra e quasi perduta. Alcune sere d’estate, dalla finestra della mia camera da letto nella piccola frazione di Montecagno, udivo i lupi ululare, i cervi bramire e poi gufi, allocchi e civette lanciare i loro richiami stanchi.

Al mattino venivo svegliata da un concerto di uccelli così chiassoso da farmi credere che si fossero tutti radunati sul mio davanzale. Capitava che un capriolo saltasse in giardino e una volta ho trovato una volpe in casa. Mi è sembrato un buon segno: anche noi uomini, impegnandoci, possiamo imparare a non essere spaventosi. Il versante toscano è anche presa di coscienza dell’immensa biodiversità naturalistica e culturale della nostra Penisola, che nel raggio di un pugno di chilometri sostituisce il burro con l’olio, cambia accento, nome ai cibi, ingredienti, razze allevate, vegetazione, clima e infine paesaggio.

I branchi di lupi che vivono a ridosso del crinale devono averlo imparato molto bene e nei freddi mesi invernali scelgono sempre le praterie e le boscaglie toscane, più tiepide, più asciutte e inospitali per la neve, che sebbene cada abbondante si scioglie veloce all’arrivo dei venti umidi e salmastri del Tirreno. Sulle stesse praterie che all’alba vedono muoversi veloci e silenziosi i lupi di ritorno da una notte di caccia o in viaggio verso Nord, pascola ancora qualche gregge di pecore. Le nere massesi, le garfagnine, le cornelle, le cornigliesi, le bergamasche, più famose con il nome di biellesi. Sorvegliate a vista da mute di pastori maremmani abruzzesi, veri custodi di questa pastorizia al confine e al confino, resistente come un’erbaccia, scomoda perché poco produttiva e sfuggente alle regole e ai regolamenti, un po’ anarchica e un po’ romantica.

Nonostante io abbia rappresentato per 10 anni la parte di chi difende il lupo dall’estinzione, ho costruito con gli allevatori buoni rapporti, su tutti i versanti del Parco nazionale. Ho assaggiato innumerevoli esperimenti di ricotte e pecorini, recuperato agnelli che si erano persi, trasportato decine di cuccioli di cane per inserirli in nuove aziende agricole come nuove leve per la protezione del bestiame e chiacchierato ore intere tra il fieno caldo e asciutto delle stalle mentre fuori pioveva e montava il fango. Quelle stalle in primavera sono casa per migliaia di rondini in arrivo dall’Africa. Qui nessuno distruggerà i loro nidi.

Pensandoci bene, non si può visitare il Parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano una volta, non lo capireste. Posso darvi qualche consiglio? Indossate scarponcini da montagna, procuratevi una carta escursionistica e abbandonate i GPS, dividetela in quattro parti, che sono le quattro province del Parco nazionale e visitate nell’ordine questi luoghi: il primo è Casalino, nel Comune di Ventasso (Re), nel quale potete dormire e poi salire a piedi ai Prati di Sara e al Monte Cusna; cercate di essere a Casalino per il tramonto, è uno spettacolo unico a ingresso libero; se volete strafare, dal Monte Cusna raggiungete il Rifugio Battisti e poi proseguite il giorno dopo sul monte Prado per arrivare a Passo Pradarena camminando in equilibrio su uno dei più suggestivi tratti di crinale mai visti, accompagnati dalle farfalle Parnassius apollo.

Castiglione di Garfagnana Lucca
Castiglione di Garfagnana (Lucca)

Il secondo luogo da visitare è Riana (Pr), borgata di sasso sulla quale si affacciano aquile reali e corvi imperiali, che un tempo devono aver osservato la famiglia Bertolucci indaffararsi tra le stradine e gli edifici. Da lì, piccolo spostamento in auto, rifugi come Lagdei e Mariotti attendono solo che abbiate fame e gambe per salire roccia dopo roccia fino al monte Marmagna, in odore di mar Tirreno. Terzo luogo, Camporaghena (Ms). Senza tempo, difficile da raggiungere, una realtà parallela fatta di segni esoterici, volte e ciottoli abbarbicati su quel versante toscano perpendicolare alla Terra. C’è un B&B, se volete guardare il mondo da una prospettiva paragonabile a quella di un astronauta. Ultima ma non ultima la Riserva dell’Orecchiella (Lu) con la vicina Corfino. Un luogo, la Garfagnana, che si lascia scoprire solo a patto di andare pianissimo e mangiare tutto. Prendete la torta cioccolato e pere.

In tutto questo, tenete gli occhi aperti: nel Parco nazionale i lupi si muovono molto, come a controllare che il loro mondo e quello dell’uomo siano effettivamente diventati permeabili a vicenda, amici e non nemici. Se saprete amare quello che vi circonda, più che osservarlo o leggerlo, credo che da qualche parte un lupo incrocerà la vostra strada.