Non bevo vino, non so distinguere un Nebbiolo da un Chianti e, fino a qualche settimana fa, avrei faticato a trovare Logroño su una cartina. Eppure, eccomi qui, nel capoluogo de La Rioja, a circa un’ora e mezza di strada dall’aeroporto di Bilbao, nella terra di uno dei vini più famosi di Spagna. Sono qui per scoprire dove nasce Victoria, un brand di sneakers molto cool con una storia particolare (e anche molto romantica).
Siamo a metà ottobre, eppure, qui, nessuno sembra essersene accorto: maniche corte, tavolini all’aperto, vino e tapas. Logroño è proprio il luogo dove mi vedo abitare in futuro, e dopo il pranzo ne sono ancora più convinta. Merito della semplicità e della bontà dei piatti, certo, ma soprattutto di quel senso di convivialità che si respira a La Chispa Adecuada, un piccolo ristorante tipico. Ed è proprio qui che arriva il mio primo bicchiere di “tinto”. Il vino non mi è mai piaciuto: “troppo pesante”, “troppo dolce”, “troppo secco”. Lo assaggio con la diffidenza di chi ha già deciso che non le piacerà. E invece questo rosso è delicato, molto soft. Lo finisco. E prima ancora di chiederne un altro goccio, mi stanno versando il terzo bicchiere. Logroño, mi hai già conquistata.
Camminare per las calles di Logroño mi trasmette pace e serenità. La città ha l’aria della Spagna più autentica: stradine strette, facciate color miele, gente che alle quattro del pomeriggio sorseggia una cerveza e pilucca tapas come se non esistesse un domani (qui, la “fretta” non esiste davvero, è la vita lenta).
Una bodega, Hemingway e un gioiello da realizzare
La tappa successiva è la Bodegas Franco-Españolas, una delle cantine storiche della Rioja. La sua storia è un piccolo romanzo. Nel 1890 un commerciante di vino di Bordeaux, Frederick d’Anglade Saurat, la fonda insieme a soci spagnoli, proprio mentre la filossera sta distruggendo i vigneti francesi e la Rioja diventa il nuovo eldorado del vino. Da quell’alleanza nasce il nome, Franco-Españolas, e un anno dopo arrivano i primi vini: tra questi Diamante, il primo bianco semidolce della Rioja. Tra un racconto e l’altro scopro che nel 1956 da queste parti è passato anche Ernest Hemingway, considerato il primo “enoturista” della cantina. Non male come vicino di bicchiere.
E la giornata non si è ancora conclusa. Dopo la visita in cantina, ci raggiunge lo chef di Nublo, ristorante con una stella Michelin, per un’esperienza chiamata “Edible Fashion”. Davanti a noi ci sono due tavoli pieni di ingredienti insoliti. La missione non è (a malincuore) una degustazione né “Indovina di che cibo si tratta!”. Nulla di tutto questo. Victoria shoes ci sorprende con un giochino interessante: la scopo è creare un gioiello, non solo fashion ma anche commestibile. Io e una compagna di viaggio ci mettiamo all’opera con l’entusiasmo di due bambine il primo giorno d’asilo. Ne esce un pendente con praline di cioccolato e grani di pepe rosa, il tutto tenuto insieme da una crema di arachidi. Risultato? Né bello né buono (povero lo chef che ha persino dovuto assaggiare). Ma abbiamo riso tantissimo, e forse il punto era proprio questo: la moda, come il cibo, è prima di tutto gioco e tanta, tanta creatività.

Dove tutto ha inizio: la storia di Victoria Shoes
Il secondo giorno è quello che aspettavo di più: si va nel cuore di Victoria. Ma prima facciamo un passo indietro, perché la storia di questo brand è di quelle che ti fanno guardare le scarpe con altri occhi.
Tutto comincia nel 1915 a Cervera del Río Alhama, un piccolo paese de La Rioja. Un uomo, Gregorio, apre una fabbrica di espadrillas in sparto e decide di chiamare le sue calzature come il suo primo amore, sua moglie Victoria. Sì, il nome del brand è una dichiarazione d’amore (quante vogliono un Gregorio nella propria vita?). Nel 1928 la produzione si sposta a Logroño. Qualche decennio dopo arriva la svolta: con la vulcanizzazione compaiono le suole in gomma e nasce la Inglesa, la sneaker in tela più iconica del marchio. Nel 1979 diventa il simbolo dell’estate spagnola, con oltre due milioni di paia vendute. Nel corso della sua storia è stata prodotta in più di cento colori, e la suola in gomma naturale ha (non ci credevo finché non ho controllato) un profumo di fragola.

Dentro la fabbrica di Victoria (e le scarpe che ci siamo segnate)
La linea Victoria 1985 è quella che mi ha conquistata più di tutte. La Smash reinterpreta il mondo court e del calcetto con tessuti washed dall’effetto trapuntato e dettagli metallici che catturano la luce (la versione argento è già nel mio cuore). La Mythos Trail porta l’estetica outdoor in città. Ha un doppio sistema di allacciatura ispirato all’hiking e una fodera in shearling che promette piedi caldi tutto l’inverno. La Mythos Sport invece rilegge la running con strati di pelle e finiture metallizzate. E poi c’è la Root, in nylon satinato, pelle e suede, con un laccio a contrasto che dà subito energia al look (esiste anche in versione maculata, per le più audaci).
Per le mamme, una nota a parte merita la collezione Kids. Ci sono modelli ispirati alla montagna come Ritmo e Tribu, con lacci elastici e velcro per favorire l’autonomia dei più piccoli, e una linea barefoot pensata per rispettare lo sviluppo naturale del piede.

Ritornare in Italia un po’ mi rattrista, come la fine di ogni viaggio. Eppure, torno felice e con una consapevolezza nuova: dietro ogni capo che indossiamo, una maglietta, un paio di scarpe, c’è una storia, un racconto, delle persone. E, all’origine di Victoria, c’è un uomo innamorato che ha dato a delle sneakers il nome della donna che amava. Il resto lo diranno i chilometri. Possibilmente con una Victoria ai piedi.