Abbiamo tutte nell’armadio almeno una giacca oversize. E se a guardare le passerelle dell’autunno inverno ci può sembrare che l’oversize sia archiviato, in realtà nei nostri armadi sopravvive alla grande.

Da dove nasce la passione per l’oversize

Ci siamo ritrovate a desiderare i blazer ampi delle ragazze meglio vestite dei Paesi scandinavi. Da loro abbiamo ereditato i pantaloni a gamba larga, gli abiti con le maniche balloon, i blazer di 2 taglie più grandi da portare sugli slip dress. Abbiamo imparato ad abbinare le camicie maschili, le T-shirt giganti. Erano i primi anni ’10 e quell’estetica ha iniziato a fare proseliti tra molte di noi. Grazie alle sue radici minimaliste, ma con un grado di novità sulle proporzioni, soffiò dal nord una ventata di freschezza soprattutto per chi era rimasto orfano della pulizia e del rigore del minimalismo anni ’90. Uno stile che non aveva contatti con l’esagerazione, puntava su colori sobri, quasi grafici, e proporzioni geometriche come quelle delle giacche oversize. A metà di quegli anni eravamo tutte vestite come le Scandi girl.

ragazza per le strade di Copenhagen in stile Scandi
Copenhagen (2019) – Launchemetrics/Spotlight

La donna dalle spalle larghe

Nel corso degli anni la moda ha assecondato il nostro bisogno di oversize ripescando dagli archivi delle maison e dalla cultura pop anni ’80 dove l’over aveva ampio spazio ma con un diverso intento. Le spalline esagerate dei tailleur delle donne in carriera non erano estetiche ma funzionali al messaggio di empowerment che si voleva veicolare. Il power dressing serviva per affermare la propria sicurezza, la propria autorevolezza e il proprio status: “avere le spalle larghe” in ambienti di lavoro prettamente maschili. Giorgio Armani disegnò interi guardaroba per le donne in carriera dell’epoca, collezioni che viaggiavano di pari passo con i completi maschili, un gesto per accompagnarle in un lungo percorso di indipendenza e determinazione.

sfilata giorgio armani 1987 donna vestita con giacca over
Sfilata Giorgio Armani A/I 1987 – Getty

L’oversize: il manifesto del ghetto

Parallelamente i giovani rapper si affacciavano sulla scena musicale con liriche dirompenti e outfit chiassosi. Tute da ginnastica colorate, giubbotti dai volumi XXXL e gioielli ancora più macro. Tutto serviva a farsi notare, a occupare uno spazio nella società, ma anche a proteggersi. Era il linguaggio del ghetto, dove l’attitude ribelle e il dresscode questa volta nascondevano desiderio di riscatto, di rivalsa ma anche la convivenza con paure e fragilità.

Una tendenza che non c’è

Oggi le sfilate sembrano andare in direzione opposta. Sarà l’effetto Carolyn Bessette Kennedy musa del minimalismo anni ’90, o la fine della body diversity, almeno sulle passerelle, ma il concetto di oversize sembra solo un gesto espressivo negli atelier della haute couture. Vedere gonne tridimensionali e abiti voluminosi da Balenciaga non è tendenza, ma è conferma di un Dna che viene maneggiato, ragionato ed espresso ogni stagione. Ma se l’oversize sta uscendo dai radar degli stilisti, perché Lyst, una piattaforma globale di shopping e un motore di ricerca dedicato al mondo della moda, ci dice che le ricerche di silhouette oversize sono aumentate del 12% tra il 2025 e il 2026?

lo stile oversize nella sfilata di Balenciaga di Pierpaolo Piccioli
Balenciaga Haute Couture A/I 2026/7 – Launchmetrics/Spotlight

Perché amiamo l’oversize

Vestire largo in fondo ci piace. Ci siamo immedesimate nelle Scandi girl con il loro modo naturale ed effortless di sperimentare le forme. Ci è piaciuto tanto durante la pandemia perché ci faceva stare comode. E ci siamo abituate a quella comodità al punto da non volerci più rinunciare. Abbiamo scelto il comfort, preferiamo dare uno spazio al nostro corpo da abitare senza costrizioni o scomodità. La passerella è ancora un punto di riferimento per il nostro armadio, ma in questi ultimi anni abbiamo imparato a guardarla con meno reverenza e a dialogare meglio con il nostro corpo e con i suoi cambiamenti. E quindi quel capo oversize, che per la moda può essere in o out, per alcune di noi può essere una coccola, uno scudo, una protezione, un’affermazione, un nascondiglio, una dichiarazione. Insomma, veicolo di tanti messaggi.