Un’altra ondata di paura dopo i disordini che hanno scosso città come Milano, Torino e Bologna: nel capoluogo lombardo (ma non solo) si sta assistendo a un nuovo tipo di violenza, quella psicologica, nei confronti degli studenti e soprattutto delle studentesse. Da ieri pomeriggio hanno iniziato a circolare messaggi nei quali si avvertiva di fantomatici arrivi di gruppi di giovani decisi a compiere aggressioni, soprattutto ai danni di ragazze, come accaduto in Cattolica. Nelle chat, però, ben presto si è parlato di “assalti” anche alla Bocconi e al Politecnico, con tanto di screenshot con gli elenchi delle zone da evitare.
Le chat che alimentano il panico
In alcuni casi, infatti, sono arrivate liste di vie “pericolose” che, nel caso di Milano, erano piazza San Babila, Corso Venezia, Corso Buenos Aires, millantando la soffiata di un presunto “amico in polizia”. Qualcuno paventava il rischio che questi gruppi avessero un preciso intento: violentare le ragazze. Immediata la reazione. Chi ha potuto ha lasciato le lezioni sotto lo sguardo incredulo dei professori. In diversi atenei gli addetti alla security hanno informato la dirigenza e una prima risposta è arrivata sempre tramite social, ma dagli account delle università.
La paura arriva nelle università
Di fronte al fuggi-fuggi generale, hanno iniziato ad apparire i post sugli account ufficiali degli atenei, come quello della Cattolica, intitolato “Disordini a Milano”, che ha chiarito: “Ci avete scritto in tantissimi. Stanno girando moltissime notizie e messaggi sui disordini in città, ma preferiamo non diffondere informazioni non verificate. Stiamo aspettando comunicazioni ufficiali dall’Università (lezioni, accessi alle sedi, eventuali indicazioni) e ve le condivideremo appena arrivano“. Difficile, però, restare impassibili di fronte al bombardamento di messaggi che sono proseguiti anche oggi.
Chi c’è dietro quei messaggi?
Ciò che si sta creando è terrorismo psicologico via social, «che va assolutamente ridimensionato» spiega l’avvocato Marisa Marraffino, specializzata in reati informatici e minori. «A chi riceve messaggi del genere dico chiaramente che vanno segnalati alla polizia postale, che potrà fare tutti gli accertamenti del caso e capire se sono fondati o meno. Fenomeni simili si stanno verificando anche a Varese, con messaggi che incitano a violentare le ragazze. Occorre verificare se sono reali e gli unici che possono farlo sono gli agenti della Postale. Soprattutto, questi allarmi non vanno assolutamente reinoltrati».
Quando inoltrare diventa reato
Anche chi veicola i messaggi, infatti, pur non essendone l’ideatore, può finire nei guai. «Se il pericolo è inesistente, può configurarsi il reato di procurato allarme. Ma c’è un confine molto delicato anche con il reato di istigazione a delinquere. Occorre molta prudenza nel divulgare allarmi del genere» sottolinea Marraffino. «Di sicuro, l’effetto di quanto è accaduto nelle scorse ore e che sta continuando a verificarsi è un fuggi-fuggi dettato dalla paura, che impedisce anche di seguire normalmente le lezioni».
Come ci si può tutelare
Quando è difficile distinguere le notizie vere da quelle false, anche scegliere come comportarsi diventa complicato. Nelle ultime ore, sui gruppi Instagram di diverse facoltà universitarie è circolata la foto di un uomo, con il volto ben riconoscibile, indicato come un “pedofilo” che si aggirerebbe sui treni “scattando foto anche zoomate”. Un’accusa tutta da verificare, che potrebbe avere conseguenze legali anche per chi contribuisce a diffonderla. «Inoltrare un messaggio del genere può configurare il reato di diffamazione o, in determinate circostanze, quello di calunnia. Se l’immagine è un deepfake, potrebbe inoltre configurarsi il procurato allarme» avverte l’avvocato Marraffino.
Attenti ai giustizieri della Rete
«Il problema è che si sta creando un clima di tensione che rischia di alimentare la convinzione di potersi fare giustizia da soli, trasformando i social in una sorta di tribunale virtuale. Per questo è fondamentale prestare attenzione alle notizie che circolano in rete e nelle chat, evitare di condividere messaggi di cui non si conosce l’attendibilità e fare riferimento esclusivamente ai canali ufficiali. Anche le università dovrebbero fare la loro parte, rafforzando i controlli agli ingressi, senza però ricorrere a evacuazioni se non in presenza di un pericolo concreto. Il rischio, altrimenti, è quello di favorire fenomeni di emulazione, incoraggiando il ripetersi di episodi simili» sottolinea Marraffino.
In arrivo la stretta contro i disordini
Quanto ai disordini nelle città (che, è bene ribadirlo, nulla hanno a che vedere con chi manifesta pacificamente), si temono nuovi raduni improvvisati, organizzati attraverso il passaparola su TikTok o Instagram. Per questo il Governo sta preparando un decreto che dovrebbe prevedere 500 militari in più a Milano, nell’ambito dell’operazione Strade Sicure, oltre a misure come il fermo preventivo. «È una decisione che arriva in una situazione di emergenza. Purtroppo, da un lato ci sono le forze dell’ordine, che spesso temono le possibili ripercussioni dei loro interventi; dall’altro non bisogna dimenticare il rischio di riempire i centri per minorenni di ragazzi che sono poco più che bambini. È una deriva che va scongiurata, senza alimentare ulteriori tensioni né cavalcare l’onda» conclude Marraffino.